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fiducia in se stessi. Saro' ancora capace di fare bene il mio lavoro? Riusciranno a farmi funzionare anche qui, cosi' lontano da casa? Tornero' a far ridere la gente, a interessarla con le notizie, a commuoverla? McGuffin non aveva risposte. Si consolava ripensando alle glorie passate e ogni tanto, per non lasciar morire la speranza, sbirciava fuori dalla porta in attesa che qualcuno si prendesse cura di lui.
Finito di assemblare il 16 febbraio 1953 nelle fabbriche della McGuffin Electric, presso Pittsburgh, Pennsylvania, era stato uno dei primi modelli Deluxe sfornati dall'azienda. A fine mese la famiglia Bainton lo aveva acquistato in un negozio di elettrodomestici di Baltimora. Fin dai primi vagiti, McGuffin si era dimostrato un televisore fuori dal comune. Il 5 marzo, dopo nemmeno un mese di vita, aveva esaltato il padrone di casa con la sensazionale notizia della morte di Iosif Visarionovic Dugavili, meglio noto come Stalin. Grazie allo schermo a luminosita' fisiologica, nessuno della famiglia si era stancato gli occhi seguendo l'interminabile diretta della sentenza contro Ethel e Julius Rosenberg, accusati di spionaggio a favore dell'Unione Sovietica e condannati a morte. Sul cinescopio rettangolare da diciassette pollici, anche nonna Margareth, un'ultraottantenne mezza cieca, era riuscita a distinguere le poche immagini della firma dell'armistizio a Pan Mun Jon, in Corea. Era il 27 luglio. Nemmeno un mese dopo, McGuffin aveva annunciato che Mosca possedeva bombe termonucleari sul genere di quelle sganciate a Hiroshima e Nagasaki. Era stato il suo ultimo scoop. Da allora, piu' niente. Lo avevano spento in una sera di meta' agosto per non riaccenderlo mai piu'.
Rivenduto per il semplice fatto che non si adattava ai mobili svedesi del nuovo salotto, passato di mano, finito su una nave insieme ad alcuni immigrati italiani che tornavano a casa per le feste, barattato con un motociclo "Paperino" nel giro di un paio di giorni, era arrivato alla base militare la vigilia di Natale. Di li', non si era piu' mosso. Non si erano nemmeno presi la briga di attaccarlo alla corrente.
La luce fioca di una bicicletta scivolo' con un bagliore sullo schermo vuoto di McGuffin. Un ragazzo giovane, di certo non un militare, procedeva lento sotto i lampioni, guardandosi intorno con aria furtiva. La bici non era di quelle normali: sopra la ruota davanti, sul portapacchi, stava agganciato un bancale bello largo, di legno.
La luce si affievoli' fino a spegnersi. Dallo spiraglio della porta, McGuffin riusciva a inquadrare due braccia e un manubrio. Capto' nell'aria una strana elettricita'. Senti' qualcosa smuoverlo dentro, nonostante avesse la spina staccata. Il ragazzo. La bici. Il bancale. Una via di fuga da quel posto buio, in cui tutti sembravano averlo dimenticato. Ma come faceva ad attirare la sua attenzione? Per quanto fosse un modello Deluxe non lo avevano progettato per accendersi da solo. Poi la spina era staccata, impossibile uscire dal letargo.
Lo spiraglio della porta si allargo' cigolando e la faccia del ragazzo si sporse dentro.
"Prendimi con te! Portami via!" avrebbe voluto urlare McGuffin.
Ma il ragazzo sembrava non aver bisogno di incitamenti.


Capitolo 4
Bologna, 7 gennaio


Lo specchio era troppo piccolo perche' Pierre riuscisse a vedersi tutto intero. Ma i movimenti ormai erano automatici: poteva farsi il nodo alla cravatta a occhi chiusi, curare al centimetro il risvolto dei pantaloni, controllare che lo spacco posteriore della giacca fosse bene in piega e i bottoni lucidati.
Strinse i lacci delle scarpe buone, non gli piaceva doversi fermare nel bel mezzo del ballo per allacciarsi le stringhe. Quando succedeva si sentiva ridicolo e vulnerabile.

Anche quel mercoledi', Sticleina arrivo' per primo. Si fermo' un attimo sulla soglia, scruto' la sala con sguardo intenso, aspiro' una lunga e pensosa boccata di fumo poi cricco' fuori la cicca chiudendosi la porta alle spalle, un attimo prima che Garibaldi sbottasse: - Chiudi ben
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