<A HREF="54_primaparte002"><</A>
organizzati la sera prima, staffette corse di casa in casa sfidando il controllo degli angloamericani che occupavano la citta' da ormai nove anni.
Nove anni, durante i quali Rizzi aveva spedito lettere ai giornali, inoltrato petizioni alle autorita', declamato infuocati poemi patriottici nei teatri e nei caffe'.
Rizzi, quarantasei anni, si definiva "uno di quei liberali di cui s'e' perso lo stampo", e soffriva per la sorte toccata alla sua citta', occupata dai Tedeschi nel '43, da Tito nel '45 e dagli angloamericani poco dopo.
Le grandi potenze non volevano che i popoli della Venezia Giulia, d'Istria e di Dalmazia scegliessero liberamente il proprio destino, italiani tra gli italiani. Trieste era diventata un limbo, chiamato con sprezzo del ridicolo "Territorio libero". Ne' di qua ne' di la', ne' carne ne' pesce: la citta' e i territori a Nord assegnati al Governo militare alleato e denominati "zona A"; a Sud dei confini comunali, la "zona B", amministrata dalla Jugoslavia. L'umiliante imposizione era sancita dal cosiddetto "Trattato di pace" del '47. Ma la pace di chi?
Le strade di Trieste erano pattugliate dalla polizia civile del Gma, il cui nucleo mobile era soprannominato la "Quinta colonna di Tito" per la violenza con cui reprimeva le manifestazioni degli Italiani. Quanto alla zona B, Tito usava il pugno di ferro per cancellare ogni traccia d'identita' italica.
Era tempo di riconquistare la dignita' perduta. Forse proprio quel 5 novembre sarebbe stato il giorno della verita'.
Insonne, incapace di interrompere le proprie rimuginazioni, aveva guardato l'alba dalla finestra della camera da letto.
L'8 ottobre s'era quasi riaccesa la speranza, con la promessa di restituire all'Italia la zona A. Ma il 3 novembre, trentesimosesto anniversario della liberazione di Trieste, il generale John Winterton aveva vietato qualunque dimostrazione patriottica e commemorativa. Nonostante il divieto, il sindaco Bartoli aveva issato il tricolore sul tetto del municipio. Winterton l'aveva fatto ammainare e sequestrare, rifiutandosi poi di restituirlo al Comune.
Il 4 novembre, anniversario della vittoria nella Grande guerra, Rizzi era andato alla manifestazione di Redipuglia, primo paese al di la' della "frontiera". Al cimitero militare, una grande folla commemorava la liberazione dal giogo austriaco inneggiando a quella dal giogo slavo. Gli occhi di Rizzi si erano inumiditi nel vedere le delegazioni delle citta' irredente: Zara, Cherso, Lussino, Isola... Indimenticabile. La sera, tornati in treno a Trieste, uomini e donne non erano rincasati alla spicciolata, ma erano sfilati per le strade in piccoli cortei, poi confluiti in una grande manifestazione spontanea. In piazza dell'Unita' ormai piu' di mille persone si erano fermate tra il palazzo municipale e il Caffe' degli specchi. Dal portone della Prefettura era uscito un ufficiale inglese della polizia civile, che aveva aggredito e malmenato l'alfiere del corteo, strappandogli di mano il tricolore. Proprio in quel momento era arrivato il nucleo mobile, impermeabili neri e moschetti, che aveva caricato i dimostranti. Questi ultimi, Rizzi incluso, si erano difesi sfasciando le seggiole e i tavolini del caffe', usandone le gambe come mazze. Durante il parapiglia, Rizzi era miracolosamente riuscito a recuperare il tricolore dell'alfiere, che ora recava con se', ripiegato tra giacca e cappotto.
I tumulti erano proseguiti di fronte al monumento a Verdi in piazza San Giovanni, piazza Goldoni e viale XX Settembre, dove la folla aveva assaltato un cinematografo riservato agli ufficiali inglesi. In mezzo a tanta confusione, una camionetta della polizia s'era scontrata con un filobus: dieci poliziotti feriti.
In via delle Torri, dove si riasfaltava la strada, i dimostranti avevano tentato di ergere una barricata usando transenne e un rullo compressore. A una sassaiola gli agenti avevano risposto sparando in aria, poi dieci jeep avevano sfondato il blocco ed erano sopraggiunti furgoni carichi di agenti.
Gli scontri
<A HREF="54_primaparte004">></A>