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fare? Eh? E voi altri, che cazzo fate li' impalati? Volete essere fucilati anche voi?
Nessuno rispose. Gli sguardi si incrociarono senza trovare appiglio. Niente che suggerisse il da farsi. Sapevano solo che se avessero disarmato i compagni, avrebbero dovuto fucilarli con gli altri.
La fila sbando', rimasero un po' scostati, incerti su cosa sarebbe successo.
Gli uomini contro il muro tenevano gli occhi sbarrati sulla scena.
- Via la pistola.
La mascella dell'ufficiale era talmente serrata che non riusci' piu' a dire niente. Tolse l'arma dalla fondina e la lascio' cadere.
Capponi la raccolse e la infilo' alla cintura.
- Potete andare, - si rivolse ai condannati. - E anche voi.
Fece un gesto con la mano e quelli, increduli, uno dopo l'altro, si misero a correre verso la montagna.
- Ascoltatemi bene tutti quanti. Chi vuole venire con noi, io, Farina e Piras andiamo su a cercare i ribelli. Voi fate come volete, ma come ha detto il capitano, se vi beccano i nostri, puo' darsi che vi fucilano, perche' siete stati a guardare. E avete fatto bene, perche' ammazzare 'sta gente e' roba da carogne.
I tre recuperarono gli zaini e li misero in spalla.
- Oh, un momento Romagna, tu ci hai messi dentro 'sta situazione, tu ce devi tira' fori.
- No, romano. In 'sta situazione ti ci ha messo il Cavalier Benito Mussolini. Adesso ognuno decide per se'.
- E no' antri 'n do' annamo?
Farina gli passo' accanto con una cassetta di munizioni raccolta nel camion su cui erano arrivati: - Venite su anche voi.
- Dai banditi? Ma quelli ce sparano!
Capponi scosse la testa: - Te non ti preoccupare, che non ci sparano. Venite dietro me.
- Eh, nun te preoccupa', dice, - si avvio' verso il camion imprecando.
- Cosa fai? Vai con loro? - chiese uno degli altri.
Il romano alzo' le spalle: - E qui che ce sto a fa'? - indico' il capitano. - De quello mica me fido. Bene che va ce mette ar gabbio. Capace pure che ce fa fucila'. Poi a me nun m'e' mai stato simpatico.
Raccolse lo zaino. - Se me vedesse mi' moje... Li mortacci tua, de tu' padre e tu'... - mentre si voltava colse un movimento rapido, il capitano che strappava qualcosa dalla cintura dell'interprete.
- Aho'!!!
Vittorio Capponi fece fuoco per primo e il capitano volo' lungo disteso, il cranio spaccato. Un oggetto scuro rotolo' al suo fianco.
- e' 'na bomba a mano!
Si buttarono tutti a terra, le mani sulla testa, il fiato sospeso.
Non accadde nulla.
Dopo un po' qualcuno riapri' gli occhi.
Poi allungo' il collo.
Alla fine azzardo' ad avvicinarsi.
Rimasero tutti fermi, come incantati, a contemplare il punto in cui giaceva il corpo dell'ufficiale, e che avrebbe potuto risucchiare le loro vite.
Qualcuno ringrazio' la Madonna del Carmine che le armi del Duce facessero schifo.
Qualcun altro sputo'.
L'interprete rimase seduto con le braccia dritte in alto: - No spara, taliani! No spara, me inozente! - ma nessuno gli presto' attenzione.
Farina fece cenno a Capponi di muoversi: - Dai, Romagna, andiamo via.
I tre imboccarono il sentiero in salita di buon passo, il sardo in testa ad aprire la pista.
Il romano, senza convinzione, li segui', incespicando e voltandosi piu' volte a spiare il cadavere, quasi si aspettasse di vederlo rialzarsi.
Gli altri non dissero niente. Gesti sconsolati. Infine uno alla volta raccolsero gli zaini e si incamminarono in fila indiana dietro i primi.


Il. Territorio libero di Trieste, 5 novembre 1953

L'architetto e poeta Carlo Alberto Rizzi usci' di casa alle dieci del mattino. La barba nera perfettamente in ordine, slanciato e fiero come posasse per un monumento equestre, guardo' intorno per un istante, aggiusto' il tricolore infagottato sotto il montgomery e finalmente s'incammino' verso S. Antonio Nuovo, dove di li' a poco si sarebbero radunati gli studenti.
Il vento portava un vociare lontano, urla e canti. La citta' manifestava contro i soprusi del generale Winterton, per la restituzione all'Italia di Trieste e di tutte le terre irredente. I cortei erano stati
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