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razzismo

Lotta di classe, mormorò lo spettro. Una miniserie in due puntate / 2

«Abbiamo tutti un’amica, un compagno, un amante, una parente, un vicino di casa, una collega che fino a pochi anni fa era inequivocabilmente di sinistra, ma da qualche tempo ha la mania di leggere dei blog un po’ ambigui, di seguire pagine Facebook che ci lasciano perplessi, di citare cazzari patentati come se fossero importanti pensatori controcorrente, di fare discorsi che riecheggiano quelli di Salvini ma in versione “comunista”…»
Uno spettro ci porta in volo nei luoghi della lotta di classe, dove si vede che certi discorsi “marxisti” contro l’immigrazione non solo di marxista non hanno nulla, ma sono una truffa ai danni delle lavoratrici e dei lavoratori. Di tutti i lavoratori: immigrati e autoctoni.


di Mauro Vanetti

[La prima puntata è qui.]

indice della seconda puntata

6. Terza notte
7. Lenin No Border
8. L’ultima notte
9. La «bella sinistra di una volta» vi schifava uguale
10. Poscritto

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Lotta di classe, mormorò lo spettro. Una miniserie in due puntate / 1

«Abbiamo tutti un’amica, un compagno, un amante, una parente, un vicino di casa, una collega che fino a pochi anni fa era inequivocabilmente di sinistra, ma da qualche tempo ha la mania di leggere dei blog un po’ ambigui, di seguire pagine Facebook che ci lasciano perplessi, di citare cazzari patentati come se fossero importanti pensatori controcorrente, di fare discorsi che riecheggiano quelli di Salvini ma in versione “comunista”…»
Uno spettro ci porta in volo nei luoghi della lotta di classe, dove si vede che certi discorsi “marxisti” contro l’immigrazione non solo di marxista non hanno nulla, ma sono una truffa ai danni delle lavoratrici e dei lavoratori. Di tutti i lavoratori: immigrati e autoctoni.

di Mauro Vanetti

indice della prima puntata

1. Prima notte
2. Quelli come Diego
3. Marx e l’esercito industriale di riserva
4. Seconda notte
5. Marx e il buonismo

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The Darkest Hour. Supplemento di riflessione su dove ci troviamo, alla luce del film di Joe Wright

Gary Oldman interpreta Winston Churchill nel film The Darkest Hour.

Il film agiografico di Joe Wright su Churchill sembra lo specchio ribaltato del Dunkirk di Christopher Nolan. Sia perché racconta più o meno lo stesso arco temporale, ma dall’altra sponda della Manica, sia perché lo racconta dalle stanze del potere, anziché dal basso dei ranghi militari.

Al di là della bravura del regista e soprattutto di quella di un superlativo Oldman, il film risulta pesantemente apologetico, raccontando il personaggio più per le sue idiosincrasie e difetti di carattere che per il proprio essere un cinico avventuriero politico e un esponente di spicco dell’imperialismo britannico. Nondimeno cade a proposito per rafforzare la riflessione nata dal film di Nolan, all’indomani della tentata strage di Macerata. Prosegui la lettura ›

It’s Not Fair. Note su #Dunkirk di Christopher Nolan e su dove siamo adesso

L'Europa sulla spiaggia di Dunkirk

L’Europa sulla spiaggia di Dunkirk.

di Wu Ming 4

Christopher Nolan non ha bisogno che si esalti per l’ennesima volta la sua straordinaria capacità di rileggere i generi – in questo caso il war movie sul secondo conflitto mondiale. Non ha bisogno che si parli ancora della sua maestria nel raccontare storie sfasando i piani temporali, blindandone la tenuta narrativa con meccanismi a orologeria. Tanto meno ha bisogno che si esaltino le sue doti puramente registiche, capaci di rendere claustrofobico un film che si svolge su tre livelli – terra, mare, aria – raccontandoti la stessa storia dalle tre angolazioni con un andamento diacronico, e con un uso dirompente del contrasto tra silenzio e rumore, tra gesto e parola.

Sotto questi aspetti Dunkirk è l’ennesimo film di Nolan indimenticabile, nel senso letterale di impossibile da dimenticare, che resta impresso a fuoco nell’immaginario cinematografico, e costringe i successori a un confronto diretto.

Ma c’è dell’altro che colpisce, e spinge a una riflessione su quello che accade oggi in Europa e perfino quaggiù nella sua propaggine meridionale. Prosegui la lettura ›

La «merenda alla mortadella» unge di razzismo e islamofobia le pagine dei giornali

La prima pagina di Libero del 16 giugno 2017. L’incipit dell’articolo evoca subito lo spauracchio razzista della «sottomissione», che in questo caso sarebbe «alimentare». La notizia, come sempre in questi casi, era falsa, ma dimostrarne la falsità non basta. Il debunking non basta. Bisogna individuare e denunciare le cause sociali di queste leggende metropolitane. A proposito: da notare anche, in questa pagina, come Libero parla dell’incendio alla Grenfell Tower di Londra. Da manuale: una strage di proletari causata da una «riqualificazione urbana» intrisa di odio di classe (perché l’ideologia del «decoro» non è altro che odio per i poveri e i deboli) diventa, con l’invenzione di un capro espiatorio, colpa di un negro. Ancora una volta, si usa la razza per nascondere la classe. Libero lo fa come vediamo; i giornali più “rispettabili” lo fanno in modo appena meno sguaiato (ma nemmeno sempre).

[Il ruolo della stampa locale e nazionale nella costruzione del nemico pubblico dell’italianità suina è ampiamente documentato ne La santa crociata del porco di Wolf Bukowski (appena uscito per le edizioni Alegre nella collana Quinto Tipo diretta da Wu Ming 1). Il libro documenta anche l’inadeguatezza e la sciatteria con cui si affrontano le diverse esigenze alimentari. Inadeguatezza e sciatteria manifestatesi di recente, per l’ennesima volta, nella vicenda di Pontedera.

Ma non è solo questione di come le notizie vengon riportate. Il più delle volte, basta grattare la superficie e si trovano i problemi veri: i tagli alla spesa pubblica, la dipendenza dagli sponsor privati e tutti gli altri bocconi avvelenati del liberismo.

Per questo la critica non può essere ridotta al semplice debunking delle fake news razziste, ma deve mostrare ogni volta come si sia arrivati fin lì, socialmente ed economicamente. Perché lo «scontro di civiltà», anche nella sua variante alimentare, non è che l’incubo partorito da una società che non riconosce lo scontro di classe. Ecco perché vi proponiamo un estratto dal terzo capitolo del libro di Wolf, intitolato «Le ricette dello chef a cinque stelle», dove si racconta di un’altra vicenda, accaduta a Rovereto.] Prosegui la lettura ›

Fabrizio Puglisi & Wu Ming 1, «We Insist! (For Emmanuel Chidi Namdi)», Live at #Festlet in #Mantova

lifteveryvoice

[WM1:] Nel primo pomeriggio dell’11 settembre 2016, mentre l’America commemorava il quindicesimo anniversario dell’attacco terroristico alle Twin Towers (un’immane strage di civili, di proletari), io e il pianista e polistrumentista Fabrizio Puglisi siamo saliti sul palco dell’Auditorium Monteverdi, la sala concerti del conservatorio «Lucio Campiani» di Mantova, e abbiamo improvvisato insieme.
Tutt’intorno, e anche tra quelle pareti, c’era la ventesima edizione del Festivaletteratura.

Voce, pianoforte, pianoforte preparato… e il «rombo», uno strumento semplice e antico, pervenutoci dalla Magna Grecia. Non avevamo fatto prove, ma sapevamo di essere in sintonia. Ho letto il cap. 2 del mio vecchio romanzo New Thing (Einaudi, 2004), intitolato Non puoi odiare le radici senza odiare l’albero; Fabrizio ha cucito rumori e lacerti di Thelonious Monk, Cecil Taylor, Otis Spann e variazioni su Lift Every Voice and Sing, l’inno nazionale afroamericano. Prosegui la lettura ›

#AlPalodellamorte. Presentazione a #EscNonSiTocca con reading di Elio Germano

Al Palo della morte

Il libro di Giuliano Santoro Al palo della morte – uscito da poco nella collana Quinto Tipo diretta da Wu Ming 1 per le Edizioni Alegre – sta riempiendo le sale dove viene presentato e aprendo discussioni sui vari argomenti che mette in reazione: Roma e la sua storia recente, le trasformazioni delle nostre città, come immaginiamo i migranti, il cosiddetto «degrado» e il cosiddetto «decoro».

Al palo della morte è un’inchiesta lirica; è il diario in terza persona di una dérive psicogeografica con punto di partenza Tor Pignattara; è la storia di un omicidio, quello del giovane Shahzad Khan, picchiato a morte una sera di settembre in via Pavoni.  

Lo scorso 15 gennaio, Giuliano ha presentato il libro nella stanza dei genitori della scuola elementare «Carlo Pisacane» di Tor Pignattara, forse la più multietnica d’Italia, frequente bersaglio degli strali fascisti e leghisti. Nella primavera 2014 Mario Borghezio si presentò davanti al portone col megafono e fu cacciato via dalle mamme, con ignominia. C’è pure il video, guardate. Prosegui la lettura ›