Quadratura dei cerchi concentrici – #nogelmini #bookbloc #demo2010


Quello nella foto è il “Book Bloc” di Londra, 9 dicembre 2010.

La prassi nata a Roma è arrivata Oltremanica. Nella terza “Giornata X” (DayX3) del movimento contro i tagli all’istruzione, il Book Bloc è stato protagonista del tumulto di Parliament Square.
Lo scrittore Jay Griffiths ha visto un suo libro (Pip Pip: A Sideways Look at Time) trasformato in scudo e – come avevamo fatto noi nell’intervista a “Il Fatto quotidiano” – ha commentato il momento di epifania. Lo ha fatto in un breve articolo sul Guardian. La frase-chiave? “I libri non erano solo sulle barricate: erano essi stessi le barricate.”
Mentre a Londra c’erano gli scontri, sfilava un Book Bloc anche a Genova.

Nella rappresentazione pubblica dei movimenti, mai s’era data ai libri una tale importanza. Certo, è già accaduto che un libro fosse portato in piazza: il “Libretto rosso” di Mao Zedong. Ma, appunto, era un libro, sempre lo stesso, agitato come testo sacro. Oggi, invece, la metafora dei “libri come armi” si concretizza con una molteplicità di riferimenti e una densità di significati che, a nostra memoria, non hanno precedenti. Vedere un celerino che si accanisce a manganellate contro un classico del pensiero, beh… E’ una cosa che non ha prezzo!

La proposta di estendere la pratica a tutti i dimostranti che convergeranno su Roma il 14 dicembre (o almeno a molti di essi) tende a estinguere la separazione in componenti e “spezzoni”. L’idea di promuovere una consultazione su quali libri portare sugli scudi è un momento di pura bellezza. Da scrittori, non possiamo che gioirne.

Solo che bellezza e gioia non possono far dimenticare le necessità strategiche. In vista della scadenza di domani, riproponiamo un nostro vecchio frammento (2003):

«[...] La voce “Guerrilla”, scritta da T.E. Lawrence per l’Encyclopaedia Britannica nel 1929, è disponibile in traduzione italiana negli “Euro” di Stampa Alternativa. Un libretto dal prezzo più che esiguo, poco più di un caffè, eppure non circola quanto dovrebbe.
Del resto, gli scritti di Guevara o di Vo Nguyen Giap sulla guerra di guerriglia sono in fondo al dimenticatoio, come l’apologo della tigre e dell’elefante di Ho Chi Mihn. L’arte della guerra di Sunzi è citato da molti, sovente a sproposito. Sconosciuti risultano Il libro dei cinque anelli di Musashi Miyamoto o Le Trentasei Strategie di Anonimo cinese.
L’ottava strategia dice di “attraversare il passo al buio”. Nella spiegazione di Thomas Cleary: “Stabilisci un falso fronte, poi penetra nel territorio nemico da altre direzioni”. La quattordicesima strategia dice di “fare uso di un cadavere per evocare uno spirito”. Ancora Cleary: “Non usare ciò che usano tutti, ma ciò che nessuno usa.” Sarebbe a dire: non usare un’opzione abusata e sputtanata e sclerotizzata.
Senza andare troppo lontano, molte testimonianze scritte sulla guerra partigiana che si celebra tutti i 25 d’aprile contengono precise istruzioni su come non cadere nella trappola clausewitziana del “contarsi” in vista della battaglia campale, dell’urto frontale risolutore.
Riluttanti, tocca combattere in campo aperto, cercando con le code degli occhi vie di fuga (“la fuga non è una sconfitta”), mentre generali allucinati sognano le Termopili. Cercare vie di fuga, daga alla mano, recitando come un mantra la strategia 35, “inganno dei cerchi concentrici”: quando affronti un nemico potente, non concentrare tutte le risorse su una sola linea strategica; mantieni contemporaneamente diversi piani d’azione in uno schema generale.
Diversi piani d’azione. Il mondo continua a esistere, oltre i lembi della battaglia campale, oltre la gola dove qualcuno vorrebbe bloccare i Persiani (che intanto – loro sì – applicano l’ottava strategia).
La vita è altrove, e la lotta anche. Come diceva qualcuno: la comunità umana è il nostro ghetto di riferimento [...]»

In parole povere, speriamo che questo movimento non ripeta l’errore che facemmo noi (il movimento di dieci anni fa) andando a Genova: quello di concentrare tutti gli sforzi sulla Grande Scadenza, di concentrare l’offensiva su un solo punto, seppure cruciale (ieri il G8 a Genova, oggi il giorno della mozione di sfiducia a Roma). Ci auguriamo che questi studenti siano più intelligenti di quanto fummo noi, e che nei loro spazi si stia già preparando il post-14. Ci auguriamo, insomma, che non si riproponga in extremis la metafora dell’Assedio. Chi ci segue da tempo conosce la nostra analisi sulla perniciosità di tale metafora; chi ancora non l’avesse letta, può trovarla qui.
L’ubiqua prova di forza del 24 e del 30 novembre, con azioni in tutte le città, ha avuto più impatto e conseguenze di qualunque mega-manifestazione nazionale degli ultimi anni.

A Bologna, qualche notte fa, le statue sono tornate a parlare.

Articolo di Repubblica - Bologna del 12 dicembre 2010. Clicca per ingrandire

Lo avevano già fatto in una notte del 2001, ma stavolta non si limitano a dire: “Tutti a Genova!”. Stavolta enunciano un proposito che va oltre la scadenza: “Resisteremo un minuto più di voi”.
Un minuto in più. E’ il tempo sufficiente. Ma per vivere quel minuto servono determinazione, amore e astuzia.
E prima, durante e dopo quel minuto, non dimentichiamo mai l’esigenza, la consegna, l’imperativo, la prassi fondativa primaria: collegare le lotte, perché sono tutte una lotta sola.

***

Questo è l’intervento di Tariq Ali alla SOAS (School of Oriental and African Studies) di Londra, occupata dagli studenti.
A volte viene da chiedersi a cosa serva un comunista. Ad esempio a fare un discorso di verità:
- Non dovete credere a chi vi dice che non ci sono soldi per lo studio e per la salute: quando si tratta di salvare una banca o di fare la guerra i soldi li trovano sempre.
- Il problema non è governo liberal-conservatore contro governo laburista, perché le politiche dei tagli sono iniziate con la sinistra al governo.
- Senza lottare non si è mai ottenuto nulla, il luogo comune della “moderata e conservatrice” Inghilterra confonde strumentalmente la moderazione con la repressione delle rivendicazioni sociali. L’Inghilterra è il paese dove per la prima volta è stata tagliata la testa al re; dove è nato il movimento operaio; quello per i diritti della donna, etc. La lotta collettiva, gli scioperi, gli atti organizzati di disobbedienza civile, sono ciò che ha portato alle conquiste formali e sociali. Quindi la lotta paga.
- E’ vero che la riforma in parlamento è passata: ma è meglio essere sconfitti dopo aver lottato che essere sconfitti senza lottare. Perché se lotti e vieni sconfitto, torni a casa e ci rifletti sopra, capisci dove hai sbagliato e sei pronto a tornare a lottare.
- Gli studenti dei vari istituti devono coordinarsi tra loro e poi coordinarsi con i sindacati e con i pensionati. Non bisogna mai commettere l’errore di relegare la propria lotta a se stessi, di pensare che si sta lottando soltanto per la propria condizione o categoria, perché le lotte di tutti sono collegate: quindi c’è bisogno di una cornice/narrazione comune.

***

Il 3 dicembre scorso Girolamo De Michele (autore del libro La scuola è di tutti, Minimum Fax, 2010) ha accolto l’invito della FAF (Facoltà di Architettura di Ferrara) occupata, ha incontrato gli studenti in lotta e parlato di quel che sta succedendo. Il video dell’incontro è on line qui.
[Il video vero e proprio comincia al minuto 16'30", non chiedeteci il perché.]
Ricordiamo che l’audio della presentazione bolognese del libro di De Michele (con Wu Ming 1 e Mirco Pieralisi) è ascoltabile/scaricabile qui.

***

Sempre a proposito di come raccontare le lotte: sul sito Materiali foucaultiani c’è un’intervista a Wu Ming 1 sul “giornalismo filosofico”. E’ un’intervista doppia (sul sito è definita un “forum”), perché le stesse domande sono state rivolte (all’incirca un mese fa) a WM1 e a Sandro Chignola, docente di filosofia politica a Padova. Anticipiamo l’ultima risposta:

«…per quanto mi riguarda, ogni espressione è “militante”: militia est vita hominis super terram. Ogni produzione discorsiva e testuale è potenzialmente conflitto, resistenza, politica. Certo, il lavoro teorico può ridursi a vaniloquio incomprensibile e incapace di incidere, per questo torna utile (anzi, è necessaria) la mappatura di quella zona di convergenza tra archivio e strada. Nel memorandum sul Nuovo Epico scrivevo che a farci tornare in quella zona è un “desiderio feroce”. È il desiderio di tenere il culo in strada, anche mentre si “vola alto”. Può sembrare la quadratura del cerchio, e in effetti lo è. Siamo nel mondo tangibile, dove il cerchio esiste come oggetto solido, fatto di qualche materiale. Un cerchio di ferro, ad esempio. Per trasformarlo in quadrato, serve qualche colpo di martello ben assestato. Bisogna imparare a usare il martello. Giornalismo filosofico a colpi di martello. Lo aveva già detto Nietzsche, in fondo. Il problema è che non siamo gli unici a usare questo utensile, anzi! Altri soggetti, ben più potenti di noi, vogliono afferrare oggetti e imporre loro certe forme. I loro martelli sono più grossi dei nostri? Può darsi. Proprio per questo, perché per le strade c’è disparità di forze (e monopolio legale della violenza), vanno inventate, apprese, insegnate nuove arti marziali concettuali. Si dice che i calci volanti del Tae kwon do furono inventati affinché un appiedato potesse disarcionare un guerriero a cavallo. Si dice che il silat, arte marziale indonesiana che si combatte soprattutto a terra (inginocchiati, accovacciati, avvinghiati all’avversario), si sia evoluto in quel modo per annullare il vantaggio fornito all’avversario da una maggiore statura. Non so se sia vero, ma sono buoni esempi. Serve fare qualcosa del genere. E servono “alleanze tra locutori”. È una guerra, uno non può combatterla da solo. Sogno un “giornalismo filosofico” che sappia frequentare i picchetti operai di questi giorni, le lotte contro le discariche, i sit-in anti-TAV, le intemerate dei pastori sardi incazzati. Sogno un baratto di parole e azioni, tra soggettività diverse, intorno ai fuochi che scaldano i presidi notturni.»

***

Per finire: sabato 11 dicembre abbiamo presentato al Modo Infoshop di Bologna, insieme all’autrice e alla semiologa Giovanna Cosenza, il libro di Loredana Lipperini Non è un paese per vecchie (Feltrinelli, 2010). Serata ricca di spunti: la discussione (durata più di due ore) si è concentrata su tre tabù, tre interdizioni, tre rimozioni che orientano il discorso pubblico nel tardo capitalismo. Tre cose di cui si deve parlare il meno possibile: la vecchiaia, il morire e la divisione della società in classi. Numerosi i riferimenti, diretti e indiretti, alle lotte in corso, a cominciare – com’è ovvio – da quella degli studenti. Nei prossimi giorni metteremo on line l’audio della presentazione.

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342 commenti Scrivi un commento
  1. avatar alfredo says:

    Grazie! Avevo seguito tutti i “pezzi” di questo post su Twitter e mi ronzavano in testa da un po’. Grazie di averli messi insieme e grazie del consiglio. Per martedì e il post-X, speriamo..

  2. avatar Tweets that mention Quadratura dei cerchi concentrici – #nogelmini #bookbloc #demo2010 | Giap, la stanza dei bottoni di Wu Ming -- Topsy.com says:

    [...] This post was mentioned on Twitter by bituur esztreym and spleen, Giovanna Tinunin . Giovanna Tinunin said: RT @Wu_Ming_Foundt Quadratura dei cerchi concentrici – #nogelmini #bookbloc #demo2010: Quello nella foto è il… http://goo.gl/fb/Acoij [...]

  3. avatar Ekerot says:

    Speriamo. Speriamo davvero.
    Rispetto al 2008 ci sono stati dei passi in avanti, il che è un buon motivo per sperare.

    Ma premesso che non ho ben capito cosa si stia chiedendo a questa nuova Onda, e in generale a tutti gli altri focolai di lotta, nutro comunque l’impressione che tutti questi movimenti di protesta stiano coinvolgendo ancora troppo poche persone direttamente (e indirettamente) interessate.

    Se quando vai a manifestare è presente il 5% dei diretti interessati, si può davvero pensare di ottenere qualcosa?

  4. avatar Wu Ming 1 says:

    @ Ekerot
    credo che a questa nuova onda “si stia chiedendo” innanzitutto di bloccare (non da sola, chiaramente) controriforme che vanno a intaccare diritti sociali fondamentali, smantellano altri pezzi di welfare (cioè di conquiste ottenute nei passati cicli di lotte), e fanno pagare la crisi a chi già la subisce anziché a chi l’ha provocata.
    Un’altra e non meno importante domanda che a questo movimento viene fatta, e che mi sembra abbia già ottenuto una prima risposta, è: siete in grado di dimostrarci che non tutto il Paese è sotto narcosi, e che il conflitto sociale può erompere e trovare forme d’espressione efficaci?

    Quanto al 5% che va alle manifestazioni, tu la dài come percentuale bassa, ma in realtà è alta. Se pensi che il campione statistico dell’Auditel è composto da 5.200 famiglie, cioè circa 14.000 persone su sessanta milioni di italiani…
    L’Università di Bologna ha 81.000 iscritti. Il 5% di 81.000 è circa 4000 persone. A Bologna una manifestazione studentesca di 4.000 persone è una manifestazione più che riuscita. Per dire, quattromila persone quasi riempiono Piazza Maggiore, che è circa 6000 mq.
    Del resto, se scendessero in piazza *tutti* gli iscritti all’Alma Mater Studiorum, la città non potrebbe nemmeno contenerli.
    In Italia ci sono circa sette milioni di operai dell’industria. Il 5% di sette milioni è 350.000. Una manifestazione nazionale di trecentocinquantamila operai sarebbe, giustamente, considerata un grandissimo successo.

  5. avatar kuka says:

    l’idea (bellissima a mio modo di vedere) di far “parlare” statue, ovvero oggetti inanmati ma perfettamente rappresentativi di soggetti che non possono esprimersi (perche’ di pietra) non e’ una novita’ ma e’ stata a ripresa da vari movimenti piu’ volte. forse i capostiti e quelli che l’hano fatto in maniera piu’ eclatante ono stati quelli di Terra!, un’associazione ambientalista, qualche anno fa. Vi mando due link per conoscenza:
    - http://www.youtube.com/watch?v=fUz67a6Ddo8
    - http://www.terraonlus.it/it/immagini/category/4-150-statue-a-roma-dicono-no-alla-co2

    ciao
    Kuka

  6. avatar Wu Ming 1 says:

    @ kuka

    spiacente di “deluderti”, ma i capostipiti non sono stati quelli di Terra!, la cui azione è del 2008. Noi (come da link inserito nel post qui sopra) l’avevamo fatto nella primavera del 2001 :-) E l’azione di qualche notte fa citava espressamente quella di allora. Questo solo per amor di precisione, s’intenda: l’importante è che le pratiche si diffondano, non chi ha avuto l’idea per primo. Anche perché il primo, a essere rigorosi, fu Pasquino. Anzi, probabilmente nemmeno lui!

  7. avatar johnny23021981 says:

    purtroppo già mi vedo la scena, una viuzzola che porta al senato con i celerini, tutte le altre chiuse e sbarrate, centomila persone che ci sbattono la testa contro e cento giornalisti che descrivono le cariche. ma roma è grande e se i persiani si barricano nella zona rossa significa che c’è una città intera sguarnita.

    In Q sarebbero passati dalle fogne, come in altri contesti in stazione centrale ci si poteva sbucare dal tunnel della ferrovia sub-urbana. Sarebbe stato epico, ma forse solo su un romanzo che, appunto, è fiction.

    a proposito: voi che fate?

  8. avatar maxmagnus says:

    E’ davvero da un sacco di tempo che speravo di postare qualcosa di sensato nel vostro blog. Questa è l’occasione giusta, visto che ho partecipato in prima persona alle mobilitazioni contro il DDL Gelmini.

    Per essere breve, credo che un dato fondamentale non citato nel vostro articolo (giustamente, perchè sarebbe off topic) ma tangente alle riflessioni lì esposte sia il livello di identificazione che hanno avuto le persone con la protesta.

    La modalità dei blocchi, spesso e volentieri anche molto estesi, efficacissima visto il numero ridotto dei partecipanti e l’urgenza dell’obietto, ha riscosso un inaspettato successo con la gente comune. Il livello di condivisione, persino da parte della stampa, da sempre pronta a scattare contro qualsiasi minimo spostamento dalle regole del gioco, è stato altissimo. Tra tetti delle facoltà, book blocks e blocchi metropolitani, ci si è conquistati uno scenario mediatico prima inesistente, mentre le persone hanno solidarizzato in strada con chi gli causava disagi.
    Uno scenario che fino a pochi mesi fa era impensabile, e che durante l’Onda era assolutamente inimmaginabile.

  9. avatar Wu Ming 1 says:

    @ Johnny

    noi attraversiamo il passo al buio, e usiamo un cadavere per evocare uno spirito. Cioè: saremo altrove, prenderemo un’altra via, useremo altri strumenti. Da quando è iniziata questa marea, stiamo molto attenti a non essere invadenti, a non immischiarci, a non sovradeterminare, a non “tecnicizzare” miti. Con la Grande Scadenza abbiamo già dato, e… non abbiamo dato molto di buono. Stiamo “out of the balls” e diamo il nostro contributo, cioè a modo nostro.

  10. avatar Ekerot says:

    WM1: domanda da ignorante. Ma quando ci fu in Francia l’idea di attuare una legge che scardinasse il mercato del lavoro – come è successo a noi tramite con la legge Maroni -, rammento di settimane di protesta tra studenti e lavoratori, ecco quale fu, più o meno, la percentuale di accoglienza di tale manifestazione?
    Se non erro, mi pare che poi il governo francese fece dietrofront.

    All’epoca almeno dagli articoli di giornale che lessi sembrava che la società francese, anche non direttamente interessata (per quanto possa esserlo su una riforma del lavoro) rispose alla grande.

    Non è forse, anche questo, un segnale che quest’Onda dovrebbe ottenere?

  11. avatar situative says:

    Trovo interessante la discussione sui numeri e le percentuali dei manifestanti.
    Sto partecipando attivamente al movimento a Perugia e dopo la manifestazione del 30 novembre con più di mille persone, 7 ore di manifestazione, blocco delle strade “selvaggio” (non autorizzato) con due diversi cortei ed occupazione dei binari della stazione (mai successo a perugia), ed alla fine in molti a dire che eravamo troppo pochi e non andava bene.
    La motivazione era il rapporto numerico tra i manifestanti e il numero degli iscritti all’università
    Secondo me c’è un transfert tra la logica referendaria o elettorale, dove si deve raggiungere un quorum o una percentuale, e il conflitto in piazza.
    Anche il commento sopra mi rimanda a questo tipo di ragionamento.
    L’ “errore” logico secondo me sta nel confondere un voto o un click “Mi piace” e la partecipazione di piazza dove ti metti in gioco interamente con il corpo ed anche con una certa fatica fisica e pericolosità.
    In Inghilterra i numeri della protesta sono molti minori rispetto all’Italia ma la protesta è comunque incredibile visto:
    -le precedenti mobilitazioni di piazza in Inghilterra
    -la radicalità
    -i nuovi soggetti attivi
    -mediacità (aggredire la macchina di carlo e camilla non ha prezzo)
    -e molto altro

    Ovvio qua a Perugia, e altrove, c’è tutto da migliorare e mille errori da correggere ma secondo me questo gioco dei numeri e del contarci è riduzionista e demoralizzante.
    E’ come valutare una persona con dei numeri come a scuola e nell’università, perdi interamente di vista la qualità di ciò che si sta facendo riducendolo ad una soglia numerica.

    E’ il volto feroce del merito e della meritocrazia, ridurti ad una misura, ad un numero

    Propongo di rileggere Georges Canguilhem

  12. avatar Wu Ming 1 says:

    Sono d’accordo con Situative. C’è una fallacia logica dietro l’impressione che i numeri ai cortei siano “bassi”, ed è una fallacia di cui siamo vittime tutti quanti, ogni giorno. Una fallacia… mercatista, aziendalistica, ma anche “sondaggistica”, opinionistica, orientata alle classifiche etc. E’ una distorsione che chiamerei “dei numeri che ovunque li metti sono uguali”, ovvero l’idea che si possano traslare direttamente le “prestazioni” (e quindi i risultati) da un contesto a un altro diversissimo.

    Anche il raffronto tra Italia e Francia credo che non possa avvenire per traslazioni dirette, soprattutto per quanto riguarda un dato sfuggente e imprevedibile come la partecipazione di quali categorie a quali lotte, cioè: il fatto che diversi soggetti percepiscano una lotta iniziata da altri come la *loro* lotta. La Francia ha una storia diversa da quella dell’Italia, e quest’ultima vive una situazione peculiarissima. Tant’è che il berlusconismo si è prodotto qui da noi, non Oltralpe (anche se i “cugini” ne hanno importato alcuni tratti, cosa di cui negli ultimi tempi si rendono conto con crescente disappunto).

    Detto questo, @ Ekerot:
    sì, hai ragione, non c’è dubbio che quello che dici è un risultato da ottenere. E’ sempre la questione della “cornice che accomuni”, della narrazione comune, del collegare le lotte.

  13. avatar Porres i llibres | Q says:

    [...] I en els seus blogs, en parlen alguns dels autors “citats” al carrer: els italians Wu Ming, per Q (publicat amb el seu primer pseudònim, Luther Blisset), i la britànica Jay Griffiths, per [...]

  14. avatar Wu Ming says:

    I RISULTATI DELLA CONSULTAZIONE SUL BOOK BLOC DI DOMANI :
    1. La volontà di sapere – Foucault
    2. 1984 – Orwell
    3. Il cavaliere inesistente – Calvino
    4. L’origine della specie – Darwin
    5. Noi saremo tutto – Evangelisti
    6. L’etica – Spinoza
    7. Fahrenheit 451 – Bradbury
    8. Fight Club – Palahniuk
    9. Il dottor Zivago – Pasternak
    10. In ogni caso nessun rimorso – Cacucci
    11. La divina commedia – Dante
    12. Q – Luther Blissett
    13. Cosa può un corpo – Deleuze
    14. Manifesto cyborg – Haraway
    15. Casino totale – J. Izzo
    16. Odissea – Omero
    17. La tempesta – Shakespeare
    18. Shock economy – Klein
    19. Comici, spaventati guerrieri – Benni
    20. I demoni – Dostoevskij
    (da http://www.uniriot.org )

  15. avatar Wu Ming says:

    FOTO FENOMENALE
    http://bit.ly/fTFNfR

  16. avatar Tweets that mention Quadratura dei cerchi concentrici – #nogelmini #bookbloc #demo2010 | Giap, la stanza dei bottoni di Wu Ming -- Topsy.com says:

    [...] This post was mentioned on Twitter by Simona Sorrentino, valentina avon. valentina avon said: RT @Wu_Ming_Foundt Per #bookbloc di domani: i risultati della consultazione popolare http://bit.ly/dW2zzx [...]

  17. avatar Simone Regazzoni says:

    Impagabile la foto di “Spettri di Marx” manganellato. Grazie. E ottava strategia, perché gli spettri di via Tolemaide non tornino. Lo scontro frontale è una logica da sconfiggere.

  18. avatar Simone Regazzoni says:

    “Ogni volta che scrivo una parola, capisci, una parola che amo e che amo scrivere, il tempo di quella parola, l’istante di una sola sillaba, il canto di questa nuova internazionale sorge allora in me. Non gli resisto mai, sono in strada al suo richiamo, anche se apparentemente, dall’alba, lavoro in silenzio alla mia scrivania” (J. Derrida).

  19. avatar Stefano Doponotaro says:

    Ciao. E’ la prima volta che intervengo in questo blog (ma anche in un internet blog in generale) e mi sembra corretto che mi presenti brevemente.
    Sono insegnante, per scelta, da quasi un decennio (prima ho trascorso qualche annetto in collaborazioni redazionali, quindi, mentre anche io mi stavo dando da fare in una parte del movimento che ‘culminò’ poi in Genova 2001, ho lavorato per un po’ nella ‘rete’ delle biblioteche universitarie della mia città). Negli ultimi anni, già insegnando, ho elaborato i progetti e partecipato alla stesura di alcuni testi di manualistica scolastica che hanno avuto un buon riscontro (e se ne avremo l’occasione mi piacerebbe che si potesse discutere anche circa la totale assenza di qualcosa di simile a un “humus da dibattito culturale” alla base, intorno e a valle del processo di produzione dei testi scolastici oggi, ma per ora lasciamolo OT).
    [per WM1: io ti ho visto all'ultima rappresentazione di Altai Lyric version, e ora so 'chi' sei tu, ma non credo proprio tu possa dire altrettanto di me: che dici, sono in vantaggio?!]

    Ma basta di me. Vorrei qui intervenire su questo: son diversi anni che nel dibattito culturale (ad es. Morin) e in quello lato sensu politico (movimento dei movimenti, nuovi stili di vita, MAUSS e decrescita ecc. ecc.) ‘ci’ diciamo che il paradigma del post-umano (lo nomo così per brevità, rubando a voi la def.!) gode del vantaggio della semplicità e della possibilità di tracciare i propri ‘testi’ con poche linee di un nitore essenziale (e non sempre rozze, purtroppo, anzi fors’anche talora, accidenti, più facilmente attingenti la bellezza?), mentre il paradigma della sostenibilità, della irriducibile complessità ecologica, del grado di civiltà che si misura dalla sua capacità di (ri)coinvolgere gli esclusi, di una scuola che si proponga prioritariamente di promuovere un apprendimento cooperativo vivendo il quale gli alunni maggiormente deprivati possano conseguire non tanto le competenze ‘sufficienti’ (siano dannati i 9/10 dei miei colleghi ‘valutatori folli’!) quanto quelle che permettano loro di partecipare alla vita civile; il paradigma insomma cui questo blog fa riferimento, è ‘difficile’, fragile, necessariamente più cedevole agli inesorabili attacchi dell’entropia…
    Cavolo, sapete che non mi ero reso conto, finché non mi son confrontato con le vostre stupefacenti tenacia ed energia, di quanto, dentro, fossi abbattuto dalla constatazione che, causa l’irriducibile complessità del paradigma in cui credo, la lotta nel campo del post-umano è davvero molto, molto difficile… E vi garantisco che, sia pure cambiando spesso fronti e trincee, non ho mai mollato un giorno! Insomma, secondo voi le ‘armi’ a cui non vogliamo e non possiamo rinunciare (meravigliosa anche per questo, ovvio, la metafora dei book bloc) davvero possono vincere contro le Armi vere (ormai fra l’altro sempre più impersonali)? Insomma, cacchio, ce la faremo, prima o poi?
    Credo non sfugga a nessuno di coloro che leggono, e chiudo, che qui intendo la complessità e la sua irriducibilità non mai come un limite, ma come un valore, pena il tradire l’umano che è in noi – e l’umano inteso anche, alla nativi americani (buon nuovo lavoro ai WM!), come umano-in-un-cosmo-naturale…
    Passo.

  20. avatar mr mills says:

    Solo per notare che in sto giro nel book bloc i libri d’autori italiani sono cresciuti in presenza, aggiungendosi autori che, fra l’altro, sono ancora in vita… ed è bellissimo che il più voluto sia stato La volontà di sapere di Foucault… :-)

  21. avatar Wu Ming 1 says:

    «A group of demonstrators, dubbed the “book bloc”, brought giant polystyrene shields to the protest, each covered and painted to look like a famous work of philosophy, political theory or literature. Alongside titles by Hegel, Derrida, Adorno, Badiou, Debord and Orwell was Just William, ironically understating the ensuing conflict between the civil disobedience of the young and the full weight of the Metropolitan police. When the two sides clashed on Whitehall, the book bloc’s attempts to counter police force with thought created images that were both powerfully symbolic and disarmingly tongue-in-cheek (even in footage released by the police). They certainly give the lie to the popular conception that those involved in police violence are mindless thugs.»
    http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2010/dec/14/student-protest-surrealism-art

  22. avatar Wu Ming 1 says:

    A botta calda: l’assedio, la grande calata a Roma, l’ora X, la scadenza cruciale, la giornata campale… Questo frame non funziona.
    Le giornate del 24 e, soprattutto, del 30 novembre hanno espresso una potenza e fantasia che il frame dell’assedio mortifica.
    Last but not least, la Grande Scadenza incentiva il parassitismo di chi usa un corteo per farsi i cazzi propri sotto i riflettori.
    E come scrive @j0hngr4dy su Twitter:
    «Questo frame ne causa un altro bello potente: “E ora?” (come la scena finale di “Alla ricerca di Nemo” della Pixar).»

  23. avatar Wu Ming 5 says:

    La cosa più sconcertante è che la borsa di Milano è in rialzo. Sconcertante, ma tristemente prevedibile.

  24. avatar Wu Ming 1 says:

    La Borsa ragiona sul breve periodo, alla giornata: per il suo modo di “pensare”, un governo che evita la sfiducia per 3 voti comprati e rimane appeso a un filo di bava, guidato da un vecchio in sfacelo fisico e politico mentre fuori il Paese è in malora, è comunque un governo che “si è salvato”. “Stabilità”. Poco importa se durerà a lungo o solo qualche settimana.

    Più grave mi sembra il dato di un movimento che, dopo settimane di lotte condotte con intelligenza e fantasia, si ritrova a subire la coazione a ripetere. E non è una questione di “violenza”, chissenefrega: gli scontri c’erano anche prima. Ma incorniciare la lotta insieme alla mozione di sfiducia, trasformare il voto in parlamento in una Grande Scadenza del movimento, ha tolto autonomia alla mobilitazione, convogliato le energie in un punto solo, prestato il fianco a parassitismi… Insomma, ha avuto le conseguenze che temevamo. Il frame dell’assedio secerne pus nero. Ora incrociamo le dita per tutti quelli che sono in quelle strade: primum vivere, deinde ragionare su errori e strategie.

  25. avatar Wu Ming 5 says:

    Si, prima di tutto l’empatia con chi è in strada.

  26. avatar Ekerot says:

    Sì, la vocazione romanocentrica della manifestazioni è sempre dannosa (ahinoi). Quanto è stato forte vedere il 30 Novembre sui siti il rimpallo delle azioni di protesta da una città all’altra?

    Poi Roma è la tana del lupo. E’ grande per accogliere milioni di persone, ma ti dà un malus di -20 prima di cominciare…

  27. avatar Wu Ming 4 says:

    @ Ekerot

    Non è che dieci anni fa la vocazione genovacentrica portò molto meglio. Il problema non è tanto Roma, quanto l’accentramento, appunto. E soprattutto il “frame” del Grande Assedio. E’ mille volte più efficace manifestare dovunque – come nei giorni scorsi e come sta succedendo anche oggi, in molte città italiane -, perché invece di concentrare la forza e l’aspettativa in un unico punto, la sprigiona in lungo e in largo, dando un’idea di onnipresenza. Di sicuro quando si è dovunque non c’è testa o coda del corteo che possa essere monopolizzata dai soliti tristi figuri neroincappucciati.

  28. avatar Wu Ming 1 says:

    Detto ciò, ovviamente:
    1) solidarietà a chi è in strada adesso, in mezzo all’inferno;
    2) ogni movimento ha il diritto di tentare e sbagliare. Noi per primi, a suo tempo, non sapemmo fare meglio.

  29. avatar Simone Regazzoni says:

    Solidarietà a chi è in piazza ora. Ma i “soliti tristi figuri neroincappucciati” e la logica da scontro finale in cui ci si fa dettare dal nemico terreno, tempi e modalità di lotta, rischiano di distruggere quello che le lotte delle scorse settimane erano riuscite a costruire.

  30. avatar Wu Ming 1 says:

    @ Simone
    non si esce dalla coazione a ripetere.

  31. avatar Wu Ming 4 says:

    @ Simone Regazzoni & Wu Ming 1

    Appunto, noi non sapemmo fare di meglio, quindi più che dare il consiglio non richiesto di cui sopra (cambiare frame), derivato dall’esperienza, non possiamo. Sì, la coazione a ripetere, ma nulla si ripresenta mai uguale a se stesso e io non ho saggezza da dispensare. Del resto so che se fossi a Roma, probabilmente sarei là in mezzo.

  32. avatar Wu Ming 5 says:

    @ WM4

    Stavo per aggiungere un commento molto simile al tuo. Noi proiettiamo parte della nostra esperienza su quanto sta accadendo. Oltre alla solidarietà, a chi è andato in piazza va tutta la mia simpatia umana. Nei prossimi giorni assisteremo a vere e proprie cacce all’uomo, mediatiche e giudiziarie, accompagnate dalle solite sghembe e ridicole analisi “sociologiche” sulla rabbia di una generazione, etc. Anche allora occorrerà essere solidali e far sentire una voce.

  33. avatar Wu Ming 1 says:

    Pare proprio che abbiano fermato/arrestato uno del Book Bloc, quello che portava sullo scudo “Uno nessuno e centomila” di Pirandello. Almeno, si ha quest’impressione guardando questo video (dopo il terzo minuto):
    http://www.youtube.com/watch?v=K1ik3ptQnrM

  34. avatar Don Cave says:

    Curioso… il sito di Repubblica online continua ad etichettare come “teppisti” i manifestanti che si sono resi protagonisti degli scontri di queste ore.

    Sorvolando sul fatto che si tratta probabilmente del solito eufemismo un po’ paraculo per “salvare il salvabile” a livello mediatico (la deriva violenta è sempre un boomerang per proteste e manifestazioni di questo tipo, per cui tanto vale limitare le azioni di forza a un ristretto gruppo di “teppisti” isolati, di “black bloc”)… a me sembra che questo errore di etichettatura nasconda in realtà una falsa coscienza molto più pericolosa, perché basata su un bisogno di rimozione.

    Sbaglio, o quello che sta succedendo a Roma rappresenta il ritorno di una violenza politica che, in questa estensione e intensità, non si vedeva da anni? Una violenza politica che, a prescindere dalle ricadute potenzialmente disastrose su quello che di buono stava nascendo in queste settimane, trova il Paese completamente impreparato, privo degli strumenti per interpretarla?

  35. avatar Wu Ming 4 says:

    @ Don Cave

    Intendi la “violenza politica” da corteo, immagino. Perché di violenza politica tout court, anche per le strade (per non dire in Parlamento), se ne vede a iosa ogni giorno.

  36. avatar luca says:

    Enorme dispiacere. Ansia per chi è in strada. I ragazzi pensavano di farcela, di averli già mandati a casa. Questo è un classico fallo di frustrazione.
    Dovranno contare i danni, subire feroci attacchi, ricostruire solidarietà. Sarà dura.
    Nel 2011 lo scontro sociale assumerà proporzioni ignote da molti anni a questa parte.
    L.

  37. avatar mr mills says:

    Sarà dura sì. In cuor nostro speriamo che alla domanda “E ora?” questi ventenni rispondano come noi non ci aspettiamo e che sorprendano, noi per primi…

    Una nota di bifo – un pò di ottimismo via… – qui:

    http://www.rednest.org/abbandoniamo-le-illusioni/

  38. avatar Ekerot says:

    Un’immagine, un pensiero.

    Mi piacerebbe vedere domani, dopo pranzo, riempirsi le città italiane di persone. Tante.
    Tutte assieme, armate di un cuscino e una coperta. Senza cellulari, macchine fotografiche, videocamere. Con l’assoluto divieto di proferire verbo.

    Mi piacerebbe vederle invadere le arterie principali, tutte in fila. Silenziose. Volendo, con una mano stretta nella persona affianco.

    Né lumi, né candele, né striscioni, né casse, né microfoni, né musica. Come dei fantasmi.
    Arrivare nelle piazze grandi o piccole, e via via riempirle, sedendosi sul cuscino avvolti nella coperta. Non necessariamente tutte insieme. Ma lasciare al serpentone la sua libertà di movimento, di scegliere dei luoghi belli.

    E una volta seduti, ognuno fermo a meditare su di sé, unicamente su di sé, per un’ora. Due ore, mezzora. Quanto ritiene necessario.
    Ritagliarsi uno spazio assoluto, fuori da qualsiasi stress, da qualsiasi ordine, da qualsiasi bisogno, se non pensare a sé. A dove si è giunti, e dove si sta andando, e come ci stiamo andando.
    Poi alzarsi, senza dar fastidio, sempre in silenzio, e andare via a casa.

    Non so a cosa possa servire questa mia immagine.
    Forse perché mi capitò di partecipare ad una di queste “passeggiate silenziose”, e pensai che fosse un bellissimo modo di energizzarsi. Un buon rito per cominciare una fase nuova. Un ciclo nuovo.

    Magari anche la rivoluzione. Come rientrare il giorno successivo al lavoro, in classe, in famiglia, con un’idea. Un’idea su come esaudire un proprio grande desiderio.
    E col diritto di poterla esprimere, senza che altri la giudichino. Una per una.

    E magari prendersi un’ora per pensare se le nostre idee sono davvero così diverse dagli altri.
    O ci accomunano.

    Poi però la mia immagine si fa confusa. E si perde.

    Nescio. Sed fieri, sentio et excrucior.

  39. avatar Don Cave says:

    @ Wu Ming 4

    Giusta obiezione ad un uso superficiale di un’espressione tutt’altro che “neutra”.

    Violenza politica “di reazione” forse rende meglio l’idea che volevo esprimere.

    Forse però le due cose sono strettamente connesse. La violenza di cui parli tu – se interpreto correttamente – non è affatto percepita dalla maggioranza delle persone nei termini di una violenza “politica”.

    Femminicidio, episodi di razzismo, tagli allo Stato Sociale… non vengono quasi mai inseriti nel frame corretto. Anziché essere contestualizzate come altrettante forme di violenza politica, vengono collocate in cornici narrative completamente diverse (a titolo di esempio, per i tre casi sopra citati, cito altrettanti possibili “interpretanti” che ricorrono con una certa frequenza: “follia d’amore”, “disagio giovanile”, “dura legge del Mercato”).

    Il fatto che, al di fuori delle solite narrative repressive (come quella che ha appena sciorinato l’ex neofascista Alemanno), si fatichi ad ammettere un carattere di violenza politica per episodi come quelli di Roma, riflette secondo me questa rimozione di fondo.

    Se non sei disposto ad ammettere che la violenza subita quotidianamente da centinaia di milioni di persone in famiglia, sul posto di lavoro e in decine di altri luoghi, ha spesso una forte componente “politica”, difficilmente sarai disposto a concepire la reazione – giusta o sbagliata che sia – a questa violenza, come, appunto, “violenza politica”.

    Ed ecco che allora – forse – nasce il bisogno di chiamare in causa il teppismo e “i black bloc”.

  40. avatar lorenzo says:

    solo un piccolo trucco giornalistico, le avete viste le foto su Repubblica?
    Angolature, particolari, primi piani, video individuali…
    E invece la foto di apertura del fattoquot?

    che messaggi differenti…

  41. avatar lorenzo says:

    hanno cambiato la foto anche loro adesso…

  42. avatar superpu says:

    Sulla questione sollevata da WM4:
    “Il problema non è tanto Roma, quanto l’accentramento, appunto. E soprattutto il “frame” del Grande Assedio. E’ mille volte più efficace manifestare dovunque…”.

    “Ma anche nelle altre città, specie a Milano, ma anche Genova, Palermo, Napoli, Bari, Venezia, Vicenza e Padova, Cosenza e Savona – nel corso della mattinata si sono svolti cortei con alcuni momenti di forte tensione.”
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/12/14/le-grandi-citta-sotto-assedio/81880/
    Il problema forse non era l’assedio-unico oggi, sarà presentato così in tv immagino, ma i cortei erano ovunque. Anche in giro per l’europa. La cosa mi fa ben sperare.

  43. avatar Wu Ming 5 says:

    @ mr mills

    Ho letto Bifo.
    Il concetto centrale, mi pare, è quello di autodifesa. Devo riflettere, le analisi a botta calda non fanno per me. Grazie comunque a Franco Berardi per il tentativo, che mi sembra generoso.
    Tra l’altro l’intervento di Luca mi pare consonante… anche se non si spinge fino a profezie per l’ intero decennio.

  44. avatar Wu Ming 1 says:

    Sapete quale sarà uno dei problemi? Il fatto che molti di quelli che erano in piazza oggi, e quindi non hanno visto com’è stata “incorniciata” e narrata la giornata, torneranno carichi di adrenalina e si scontreranno con le perplessità di chi invece ha visto la cosa da fuori, dalla distanza. Ne nasceranno forti incomprensioni, e anche scazzi.

    Chi ha vissuto per ore un momento di “fusione”, correndo insieme a tanti altri, difendendosi insieme a tanti altri, e prova la soddisfazione di esserne uscito incolume, pensa a quel momento come a un “universale”, a qualcosa che lo connette a una comunità molto più ampia. E sotto un certo aspetto ha ragione.

    Tuttavia, questo è anche un limite, perché costui o costei, avendo una percezione tutta “dall’interno” e *inclusiva*, faticherà a rendersi conto di molte cose.

    Ad esempio, del fatto che, al contrario, una dinamica come quella odierna può essere fortemente *escludente*, perché taglia fuori chiunque vorrebbe andare in piazza ma non è in grado di sostenere quel livello e quindi non vuole rischiare di finire in mezzo a certe scene: genitori con bambini, persone più attempate, disabili, soggetti ricattabili (come molti migranti), o anche persone che hanno motivi di lottare ma sono lontane da un immaginario da riot o da jacquerie… Con buona pace delle necessità di ricomporre la classe, di superare le guerre tra poveri e il “divide et impera” capitalistico.

    Badate che non è affatto una questione di “violenza”, perché anche nelle mobilitazioni “policentriche” delle settimane scorse si è fatto uso della forza e ci si è scontrati con la polizia. Ma, guardacaso, dopo quegli episodi c’è stata pochissima condanna morale, se non da parte di chi condanna sempre e comunque. La parte di società a cui il movimento si rivolgeva ha capito benissimo che erano “solo scontri”, cioè cose che succedono, non feticismo dello scontro-per-lo-scontro. L’uso della forza conviveva già alla prima occhiata con tanti altri elementi, con forme di lotta fantasiose e ispiranti, con una freschezza d’approccio che tutti abbiamo elogiato. Quindi quella “violenza” NON era escludente. E infatti molti settori di società hanno iniziato ad avvicinarsi al movimento degli studenti.

    Tanto che qualche sera fa, alla presentazione bolognese del libro di Loredana Lipperini “Non è un paese per vecchie”, diverse persone hanno detto che le lotte degli studenti potevano essere un processo di avvicinamento tra diverse generazioni, e contribuire a superare quel risentimento a cui ci ha abituati il discorso dominante: figli precari contro padri “garantiti”, lavoratori attivi contro pensionati etc. etc. etc.

    Oggi abbiamo assistito a un’altra cosa, più pericolosa, più foriera di scazzi e fraintendimenti a valanga, più produttiva di prese di distanza, e secondo me è stata la conseguenza inevitabile della credenza nella Battaglia Campale Nazionale.

    Noi siamo un paese meno centralista della Gran Bretagna, non è obbligatorio che ogni conflitto cerchi sempre la stessa via maestra, la spinta che ineluttabilmente lo incanali verso Roma (e per “Roma” non intendo necessariamente la città; anche Genova era “Roma”).

    Come chi tornò da Genova dieci anni fa, chi torna da Roma oggi è un/a “reduce”, e ogni reduce, tornando dal fronte, trova incomprensioni. A ben vedere, questa verrà agitata come la “separazione primaria”: tra chi non c’era (e quindi “non può capire” o, peggio, non vuole) e chi c’era (e quindi “ha sbagliato”, si è lasciato trascinare etc.)

    Come si può impostare, nei prossimi giorni, un discorso che eviti questa contrapposizione, che per me sarà quasi automatica?

  45. avatar Wu Ming 1 says:

    @ superpu

    è ottimo che ci siano comunque state mobilitazioni, anche grosse, in altre città. Ma questi sono “nudi fatti”, che senza una cornice narrativa contano poco. Si sta già facendo tutto il necessario perché la narrazione del pomeriggio romano oscuri tutto il resto. Ecco, allora un elemento di risposta può essere: mantenere il racconto di oggi aperto a quello che è accaduto altrove.

  46. avatar Wu Ming 1 says:

    Con riferimento al video linkato sopra, quello dell’arresto di “Uno, nessuno e centomila”, sapete cosa mi sembra molto bello, e commovente?
    Che mentre lo sbirro lo tiene per il collo e lo porta via, il ragazzo non molla lo scudo. Lo tiene stretto.
    Quello scudo è un libro, non dimentichiamolo. E’ Uno, nessuno e centomila di Pirandello (che tra l’altro era fascista!)
    Sarà accaduto per istinto, per riflesso spontaneo, o chissà per quale motivo, poco importa: quel ragazzo non ha mollato il suo libro-arma. Non ha mollato il suo libro-difesa.
    E lo sbirro non glielo ha strappato di mano. Anche questo sarà accaduto per caso, ma è un’immagine potentissima. Un libro non è uno scudo qualunque, non è un oggetto qualunque. Ispira fiducia in chi lo alza sugli scudi, e timore reverenziale in chi lo combatte.

  47. avatar superpu says:

    “Ecco, allora un elemento di risposta può essere: mantenere il racconto di oggi aperto a quello che è accaduto altrove.”
    Esatto. Non mandare tutto a puttane per un fallo di frustrazione. Davvero, questa cosa è molto più grande. Peccato oggi sia andata così, la situazione politica schizofrenica non ha aiutato. Parlamentari comprati, risse, insulti, scene da stadio terminale di un governo spompato. E “Roma” oggi sarà usata per fare qualche gioco di prestigio nei tg, per camuffare lo scempio politico.

  48. avatar girolamo says:

    A Ferrara manifestazioni in piazza, nel gelo. Per una volta ancora, quest’anno, non i soliti quattro gatti. E coordinamenti studenteschi, con facce mai viste fino a tre mesi fa, che possono vantare un’occupazione liceale, la prima da molti anni. Scuole in fermento. Immancabili scazzi tra il lato “politicizzato” della piazza e il sindacatino universitario “apolitico” RUA, che però ha alle spalle un’occupazione universitaria, la prima di Ferrara. Però, intanto, ci sono gli uni e gli altri. E in agenda, tra una sigla e l’altra, ci sono appuntamenti per tutta la settimana.

  49. avatar Tweets that mention Quadratura dei cerchi concentrici – #nogelmini #bookbloc #demo2010 | Giap, la stanza dei bottoni di Wu Ming -- Topsy.com says:

    [...] This post was mentioned on Twitter by secret furry hole, Alberto Berlini and uomocane, Marco. Marco said: RT @Wu_Ming_Foundt: A botta caldissima, una nota sulle possibili incomprensioni dei prox giorni http://bit.ly/fvcpu5 #nogelmini [...]

  50. avatar Wu Ming 1 says:

    A margine, una stranissima sequenza d’azione:
    http://bit.ly/igRcci

  51. avatar superpu says:

    Stranissima sequenza d’azione: se gli studenti hanno imparato poco, i poliziotti non imparano mai…

  52. avatar Wu Ming 1 says:

    Su Twitter, @DeeMo ha proposto un’altra ricostruzione della sequenza, la copio messaggio per messaggio:

    le foto di quel link sono utili, ma la ricostruzione è palesemente sbagliata. Segue

    L’uomo in beige nell’ultima foto impugna un manganello raccolto per terra, non una pistola. si vede bene nelle altre.

    il momento in cui l’uomo in beige raccoglie il manganello è la 5° foto dall’alto che vedete qui: http://bit.ly/eGniYF

    a me pare piuttosto che nel parapiglia ci sia stata una “caccia al souvenir”: manette e manganelli che cambiano di mano =)

    l’evidenza è la pistola in mano al finanziere in divisa antisommossa. Non capisco se viene sorretto o bloccato.

    L’uomo in beige raccoglie il manganello ( non una pistola) Immagine: http://bit.ly/fWDTsA – a sinistra, margine del parapiglia

  53. avatar federica says:

    Il concetto di dinamica “escludente” espresso da Wu Ming 1 mi sembra inquadrare perfettamente ciò che sta accadendo.
    Questa mattina sono arrivata al Colosseo per accodarmi insieme agli altri “non studenti” alla manifestazione e mi sentivo molto felice di esserci.
    Ho voluto esserci per molti motivi, ma soprattutto perchè ho due bambini piccoli ai quali devo qualcosa da un punto di vista etico e morale e perchè Genova era stata per me una meravigliosa esperienza non conclusa.
    Solo che anche oggi torno con la stessa sensazione di essere stata tradita.
    Trasformare un movimento bello in una manifestazione violenta di questo genere mi esclude perchè ho avuto paura un paio di volte durante il percorso e alla fine mi sono allontanata pensando che è bello lottare per i propri figli, ma è bellissimo tornare a casa ad abbracciarli.
    Insomma, se dei gruppi di studenti (anche se molto pochi) scendono in piazza come oggi, semplicemente per farsi guidare dalle forze dell’ordine verso uno scontro che pareva programmato a tavolino, io non ci sto. Se gli studenti non vogliono essere soli nella lotta e credono che sia importante essere sostenuti anche da altre realtà devono lasciarle partecipare.
    Lo scopo non era certo non far passare la fiducia, ma far sentire lo sdegno e la rabbia e la rabbia è di molti, ovunque.
    Questa sera speravo (poco, ma speravo) di tornare a casa e poter dire ai miei bambini “ci stiamo muovendo anche per voi”; invece, anche questa volta, gli potrò solo parlare di una spirale inutile in cui l’incappucciato di turno tira la bomba carta e il poliziotto usa il manganello.
    Scusate il commento a caldo. Ora ci rifletto un pò e poi magari riesco a dire anche cose più intelligenti su quanto è accaduto.

  54. avatar Simone Regazzoni says:

    L’analisi di Wu Ming 1 mi sembra lucidissima. La dinamica di oggi è stata “escludente”. Prima ancora che per la violenza messa in scena, per la logica che la ha nutrita: lo scontro finale, “capitale”, quello in cui ci si gioca tutto – e in cui si è anche disposti a “perdere tutto”. Tutto quello – consenso, solidarietà, sim-patia, coesione -che è stato costruito nelle scorse settimane.

    Credo sia di vitale importanza criticare senza sconti questa logica del grande evento in cui se la giocano davvero quelli che in piazza sanno starci a muso duro: i maschi adulti feticisti dello scontro per lo scontro. Altrimenti non solo tutte le altre e tutti gli altri, come giustamente dice federica, si sentiranno “traditi”, ma le battaglie stesse non avranno futuro.

    E’ secondo un’altra logica che credo si debba provare a pensare. Non c’è un potere da prendere o da abbattere domani. C’è in primo luogo un tessuto sociale da ricostruire. Ed è un lavoro lento, paziente, difficile. Fatto anche di forza di piazza, ma non solo: di creatività, di nuovi linguaggi, di relazioni intessute tra soggetti con domande diverse, ma che necessitano di reciproco riconoscimento.

  55. avatar sportgooffy says:

    WM1 l’ha solo evocata di sfuggita; visto che (come “purtroppo” accadde anche per Genova al G8) l’azione l’ho osservata da lontano (oggi dall’altrove lavorativo di un’altra nazione) ritengo importante rendere esplicita, epifanica forse, la parola che le immagini sui principali quotidiani (a me trentacinquenne oramai padre di famiglia, passato “militante” ed ancora con amici “in lotta” in Italia) ha presentato: PAURA!
    Ho avuto paura nel vedere un finanziere con l’arma in pugno in mezzo ad una folla (e poco mi importa se la giustificazione era che ne stava solo reclamando/difendendo il possesso), ed ancora ho avuto paura nel vedere manifestanti picchiare contro le camionette con i martelli.
    Ed era la stessa paura di dieci anni fa, la sensazione che, varcato un invisibile Rubicone, fosse oramai legittimato colpire chiunque.
    Ed allora, la domanda che risuona é; davvero un libro é uno scudo sufficiente? Quella che WM1 ha descritto come un’immagine vincente (non efficace, vincente, se nella foga dello scrivere “a caldo” non confondo termini e motivazioni) non sottende forse piuttosto la percezione di una innocuità della rivolta “pacifica” (l’uso delle virgolette é ampio, ma non vorrei che si credesse che sostengo l’idea di un book-block che faccia un sit-in)?
    Non passa l’idea che il libro, come arma in uno scontro, non fa male quanto un colpo di pistola?
    Per la cronaca (nonché per amore di sincerità, e per non dare adito a letture sbagliate a queste mie parole) l’anno del G8, per una di quelle grottesche sceneggiate degne della burocrazia di un Gogol, ero in una caserma dell’esercito, in divisa, tra gli ultimi scaglioni della leva obbligatoria…

  56. avatar Wu Ming 1 says:

    @ sportgooffy
    ho scritto che quello scudo tenuto stretto era un’immagine potente e commovente. Che non vuol dire necessariamente “efficace” né tantomeno “vincente”. Potente perché molto emblematica, densa di significato; commovente, perché sfido chiunque abbia sangue nelle vene a non sentirsi vicino a quel ragazzo tenuto per il collo da un marcantonio in divisa.
    Esistono diversi livelli di scontro, e quindi diversi livelli di protezione. Per quello che è successo oggi, uno scudo di plastica con il titolo di un libro è certamente una protezione *insufficiente*, almeno sul piano letterale, materiale, come furono insufficienti gli scudi di plexyglass e le imbottiture della “disobbedienza civile a falange” in via Tolemaide. Nella battaglia campale, quando – come dici tu – sembra che ormai valga tutto e chiunque possa colpire chiunque, quando a dominare è la paura, non valgono più le idee brillanti e gli stratagemmi dei giorni precedenti, perché è cambiata la cornice, e tutto muta di senso.
    Il problema, lo ribadisco, sta a monte: va evitata la battaglia campale, va evitata la piana di Frankenhausen, come va evitato il paradigma dell’assedio. Perché, come dicevamo in “Spettri di Muntzer”, quando il movimento crede di assediare, assedia cittadelle vuote, e in realtà viene assediato (mediaticamente).

    Domanda: perché si scende (o sale) a Roma?
    Risposta: perché si pensa che là stia il potere.
    E infatti quali sono stati gli obiettivi, oggi?
    I “palazzi del potere”. Circondarli e colpirli. Metterli sotto assedio.
    Ma sta davvero lì il potere? Esiste davvero una sua sede centrale? E’ davvero un assedio quello che ha luogo? Davvero le cose importanti si decidono a Roma?
    Le lotte più efficaci degli ultimi tempi hanno bloccato o comunque reso intelligibili processi di ristrutturazione decisi in luoghi ec-centrici rispetto a quelli tradizionali del potere politico centrale. E dove li hanno bloccati, o comunque ritardati, o comunque disvelati nella loro pericolosità? In luoghi apparentemente periferici, quando non addirittura marginali. Articolazioni locali di reti produttive o militari assolutamente policentriche e non “romane”.
    Il progetto di Marchionne (deciso tra Torino e chissà quali sedi internazionali) ha trovato un ostacolo importante a Pomigliano d’Arco.
    La politica emergenzial-camorristica sui rifiuti ha trovato un ostacolo importante a Terzigno.
    L’estensione dei tentacoli NATO sul territorio ha subito un importante rallentamento a Vicenza.
    La speculazione e devastazione ambientale della TAV ha cozzato contro la resistenza della Val di Susa.

    Davvero, è così importante convergere tutti su Roma?

  57. avatar federica says:

    No, non è importante convergere tutti su Roma e a Roma non c’è “il potere”.
    Ho sempre pensato che le grandi manifestazioni fossero un momento di incontro tra diverse realtà, non propriamente un modo per raggiungere un fine immediato, ma il culmine di una presa di coscienza e l’espressione della voglia di ritrovarsi per dirsi che c’eravamo, che ci siamo. La necessità di vedersi e toccarsi per sentirsi reali e darsi forza reciproca.
    E’ chiaro che mi sono sbagliata; non è propriamente così se non nei giorni antecedenti le manifestazioni.
    La notizia degli immigrati di Brescia sulla gru è passata in un modo o nell’altro anche in tv e sui giornali, che oggi fossero a Roma a gridare “siamo tutti sulla gru!”, invece, non importerà a nessuno; sono stati cancellati dal grande evento. Non siamo stati di nessun aiuto gli uni agli altri.
    Più ci rifletto e più penso che convergere tutti su Roma cancelli le lotte quotidiane.
    E’ necessario un altro modo che spiazzi tutti. Per favore ragioniamoci insieme…

  58. avatar Giacomo says:

    Simbolicamente convergere a Roma può significare l’unità di tutte le lotte sparse sul territorio su un unico terreno e verso un unico obiettivo. Se il significato che si dà all’invasione della Capitale diventa questo, io penso che sia positivo.
    Lo “scontro in campo aperto” non è sempre negativo. Ancora non saprei valutare l’esito della giornata di oggi, ma in linea di massima condivido il comunicato di Scienze Politiche occupata di Bologna (pur non facendone parte): http://emiliaromagna.indymedia.org/node/9973
    Avrei aggiunto qualcosa sulla lotta di classe, ma ok.
    Genova 2001 è stata una Frankenhausen per l’avventurismo di molti suoi organizzatori (do per scontato che la ferocia poliziesca bisogna aspettarsela), ma non è detto che debba andare sempre così. L’importante è invece che non ci sia solo quello, e che soprattutto la lotta non si risolva in periodiche manifestazioni di dissenso, ma che vada prima o poi ad affrontare la questione-cardine, su cui davvero si gioca la partita, che è il mondo del lavoro.
    Prima di assaltare il Palazzo d’Inverno ce ne vuole, ma prima o poi…

  59. avatar eFFe says:

    Vorrei segnalare alla discussione questo contributo di Christian Raimo, in cui c’è il video di uno studente inglese – un ragazzino quindicenne – che spiega perchè non si può più parlare di generazione post-ideologica (il video è ovviamente in inglese). Da brividi. Cibo per l’anima.

    http://www.minimaetmoralia.it/?p=3465

  60. avatar Wu Ming 1 says:

    Giacomo, secondo te un comunicato come quello che linki va nella direzione che ti auspichi, cioè verso la questione-cardine del lavoro? A me sembra solo il classico, banalissimo, trionfalistico comunicato anarco-d’annunziano che *sempre* viene emesso in circostanze come questa. Davvero non ci vedo alcuna pregnanza né utilità, è la fotocopia della fotocopia della fotocopia di un ur-comunicato che già era sballato quando uscì la prima volta dal ciclostile. Io non ho il minimo interesse per la narcisistica apologia dello spontaneismo, del qui-e-ora senza prospettive e del beau geste pseudo-insurrezionale. “Continueremo a spaccare tutto” è una canzone giù sentita, il ritornello perfetto da canticchiare mentre ci si incammina verso la consueta marginalità che si auto-contempla, in quel ghetto dove si è contenti perché si è “i più radicali di tutti”, e di conseguenza non si sente il bisogno di nulla: niente teoria, niente ricerca di alleanze, niente necessità di organizzazione, niente di niente.

  61. avatar Wu Ming 5 says:

    @ Giacomo

    Non è una risposta vera e propria, ma leggendoti ho visto che quello che ho appena messo giù entra in risonanza con quanto scrivi.
    Questo che Bifo vede come l’avvio di un ciclo di lotta accade, come sappiamo bene, dopo un trentennio e più di guerra di classe serrata, di guerra della borghesia contro tutti, contro il mondo, contro il futuro del pianeta. Queste generazioni che affollano le strade sono cresciute nel deserto, nella distopia di un presente che ai tempi della nostra adolescenza, se fosse stato evocato come futuro, sarebbe passato per atroce distopia. Sono cresciute nel deserto, ma non sono imbelli. Hanno infatti ritrovato un senso nel conflitto. Io non posso che simpatizzare, empatizzare, se mi si passa il termine.
    Qui però il punto è il solito, tanto per cambiare. Non servono gesti simbolici, non serve costringere i politicanti dentro i loro palazzi. I tempi che viviamo ci costringono all’efficacia. E’ per questo che non si cessa, dentro WM, di pensare a come sia possibile spostare gli equilibri, anche di una sola frazione, di una virgola, di un decimale. Più che mai, è una guerra di lunga durata. E’ interessante leggere l’evoluzione del thread, e rileggere ogni tanto il post di partenza. E’ appropriata l’evocazione dello stile di lotta del silat, almeno quanto è insensato, ora, il richiamo automatico, pavloviano dei media al’77. Il ciclo di lotte che va dal 68 al 77, per Tronti, non è un Epoca. Ma era una temperie, quantomeno, e di insubordinazione diffusa. Ora, alla fine degli anni 0, accade questo movimento che, proprio perchè sorto come un fiore in un terreno disseccato, invelenito, ci chiama ancora una volta in causa.
    La situazione ha qualcosa di ottocentesco, ma non ci sono idee guida a illuminare il cammino.
    Ora il problema, più radicale di quello politico, è quale sia il gesto etico che il momento ci chiede, in questo paese che è l’avanguardia del divenire-mafia del Capitale.

  62. avatar Wu Ming 1 says:

    Dimenticavo, Giacomo:

    “Simbolicamente convergere a Roma può significare l’unità di tutte le lotte sparse sul territorio su un unico terreno e verso un unico obiettivo. Se il significato che si dà all’invasione della Capitale diventa questo, io penso che sia positivo.”

    Sì, ma hai trascurato un piccolo dettaglio: se c’è un significato che oggi è stato sacrificato, è proprio “l’unità di tutte le lotte sparse sul territorio”.

  63. avatar Giacomo says:

    @ Wu Ming 1
    del comunicato condivido l’obiettivo ultimo della lotta – il capitale – e la solidarietà ai compagni “sul campo”, contro ogni falsa morale su violenza e non-violenza.
    Non bisogna cercare l’unità a tutti costi: io penso anzi che prima il movimento si libera delle zavorre filo-istituzionali – quelli che vogliono tutti con le mani alzate di fronte ai manganelli – prima riuscirà a interloquire con chi oggi paga il prezzo più alto della crisi (lavoratori, cassintegrati, precari, ecc.) e che non piange certo per la vetrina di una banca infranta o un cellulare in fiamme.
    Cosa c’è da aspettarsi dai pennivendoli del sistema? “Ecco, i teppisti, i black bloc…”
    Ma un giovane proletario senza futuro forse sorriderà, di fronte al levarsi di quelle fiamme, che gettano un po’ di luce in questi fiacchi anni di riflusso e apatia.
    Gli operai di Pomigliano, i No Tav, i terremotati dell’Aquila… per tutti loro i manganelli della celere non sono certo una novità. Non credo che i fatti di oggi li allontaneranno dalle piazze.

    @ Wu Ming 5
    io credo che oggi serva tutto, proprio perché il terreno è così arido e avvelenato: gesti etici, gesti simbolici, ma soprattutto organizzazione politica! Il rischio è di arrivare, ancora una volta, alla “grande mareggiata” senza una guida. E senza una guida, senza un programma, ogni rivolta si esaurisce nel sistema.

  64. avatar Wu Ming 1 says:

    Giacomo, mi sembra che il tuo discorso tiri in troppe direzioni e cerchi di tenere insieme troppe cose… o troppo poche. Se servono organizzazione e programma, allora non serve lo spontaneismo, e viceversa. E rifiutarsi di stare al giochino della dicotomia violenza/non-violenza e della depoliticizzazione del conflitto (“teppisti”) non significa rinunciare a esercitare la ragione critica, accogliendo tutto senza discernere. O si pensa che le questioni strategiche siano importanti, o si pensa che non lo siano. Tertium non datur. Non mi bastano frasi come “un giovane proletario senza futuro forse sorriderà”, intanto perché presentato così mi sembra un proletario più mitico che reale, da cartolina ideologica, e poi perché è un “forse”, un vago ipotizzare. Anche gli “anni di apatia” mi sembrano un cliché, una generalizzazione che serve a poco.

    Il problema non sono certo le manganellate o gli scontri con la polizia, quelli c’erano già prima di ieri, anche nelle manifestazioni studentesche, e andava bene così, nessuno ha avuto granché da ridire.
    Il problema è quando un’unica prassi, un’unica dinamica viene *imposta* con arbitrio a una realtà di lotta eterogenea e composita, e oscura tutto il resto. Una dinamica che, per i motivi che dicevo sopra, è escludente.

    Inoltre, certo operai e terremotati non si spaventeranno per la repressione, ma non ho alcun elemento per pensare che apprezzino chi brucia senza motivo bar o furgoni della nettezza urbana, lancia cubetti di porfido su chiunque passi dall’alto di una collina, o devasta auto in sosta di gente che non c’entra niente. E poi, io a Genova l’ho vista, una banca incendiata. Ai piani di sopra ci abitava della gente. Anche questa idea della Banca-come-obiettivo è astratta e ideologica (nell’accezione deteriore del termine): le banche stanno ai pianterreni di palazzi che contengono anche altro (appartamenti, uffici etc.) E ad Atene, pochi mesi fa, questa storia dell’incendiare banche ha causato una strage. Una strage di lavoratori.

  65. avatar Wu Ming 1 says:

    Tra l’altro, il potere bancario non sta fisicamente nelle filiali delle banche, ma nell’astrattezza di azioni e obbligazioni. E le filiali sono assicurate contro incendi e vandalismi. Incendiandole non si fa che mettere in circolazione altro denaro, procurare profitti all’impresa edile che ricostruirà (magari impiegando rumeni in nero) e, in definitiva, contribuire all’aumento del PIL. Quanto al capitale finanziario, non ne riceve alcun danno. Nemmeno simbolico.

  66. avatar Wu Ming 1 says:

    E ribadisco – semmai ce ne fosse bisogno – che il mio è l’interrogarsi critico (e non si creda che non sia lacerante) di un militante che a suo tempo non seppe fare meglio, anzi: sbagliò clamorosamente. Ed è un interrogarsi comunque dalla parte di chi era in piazza oggi (ormai già ieri).

  67. avatar Wu Ming 1 says:

    Due post interessanti, che riporto per conoscenza:

    Mazzetta su Black Bloc, Black Block e Black Blok
    http://mazzetta.splinder.com/post/23739061/black-bloc-e-giornalismo-ignorante

    Leonardo, “Uno cento mille Kossiga”
    http://leonardo.blogspot.com/2010/12/uno-cento-mille-cossiga.html

  68. avatar giangi says:

    … ho letto questo post ieri, tornato da Roma, lo rileggo ora e voglio riportare alcune impressioni da chi l’ha vissuto da dentro e quindi con i limiti indicati da WM1.
    - Ieri, da subito, ho avuto la sensazione che il corteo (sono partito dalla Sapienza) volesse andare lì, al centro non del potere ma dell’immondezaio istituzionale si…
    - Erano tante e tanti ventenni, tanti veramente, non era un corteo per tutti, era il corteo di una generazione, noi altri eravamo ospiti – e tra parentesi, lì in mezzo, nella pancia del corteo, “mi sono sentito a casa”.
    - Alla fine in via Del Corso ci sono andati veramente in tanti, la via era strapiena. La mia sensazione è che la polizia ha reagito volendo sgomberare la piazza, volendo la fine della manifestazione ad ogni costo, soprattutto con quell’esito del voto. Fuori dal centro non ho avuto la percezione di “caccia all’uomo”.
    - Perché a Roma (avendone previsto +/- l’andamento)? Sinceramente una risposta chiara non ce l’ho, forse un gesto di solidarietà nei miei confronti, forse la volontà di esprimergli la mia vicinanza anche e, soprattutto, nei passaggi difficili e complicati

  69. avatar Stefano Doponotaro says:

    @ WM1 (anche)
    A proposito della possibilità che l’esperienza ‘del 2001′ possa essere utile e del (cito WM1):

    “Come chi tornò da Genova dieci anni fa, chi torna da Roma oggi è un/a “reduce”, e ogni reduce, tornando dal fronte, trova incomprensioni. A ben vedere, questa verrà agitata come la “separazione primaria”: tra chi non c’era (e quindi “non può capire” o, peggio, non vuole) e chi c’era (e quindi “ha sbagliato”, si è lasciato trascinare etc.) Come si può impostare, nei prossimi giorni, un discorso che eviti questa contrapposizione, che per me sarà quasi automatica?”

    Dal mio punto di vista uno dei modi in cui nel post genova, secondo la mia esperienza, scivolammo gradualmente in qualcosa di simile alla sindrome del reduce, fu disperdendo troppe energie nel discutere sulle ‘nostre’ procedure per reagire e apprendere dagli errori (cosa che volevamo fortissimamente); gruppi estremamente vitali, e già consapevoli, se mi è concesso, della necessità di ‘resistere’ un minuto in più, si sono però estenuati a elucubrare sul ‘come’, non accorgendosi però che stavano perdendo ohime’ devo ammetterlo un po’ ‘ridicolmente’ di vista la lepre, che nel frattempo scorrazzava allegramente pei campi e forsennatamente figliava a ritmi di topo. Ecco: anche questo sarebbe bene evitare.

    Ma ancora una cosa sulla solidarietà: la esprimo incoraggiando: guardate; completamente d’accordo sull’esizialità della metafora dell’assedio, della battaglia campale, ecc., però dal punto di vista della diffusione delle idee e oserei dire del ‘paradigma’ proposto, il movimento che ‘culminò’ a Genova ha registrato delle vittorie non da poco: ciò che intendemmo allora porre all’attenzione è riuscito a fecondare le ‘narrazioni’ (in questo caso mi pare che il termine abusato si possa impiegare a proposito) in ambiti impensati, e che ‘prima’ guardavano al nostro paradigma con sufficienza e senso di superiorità. (lassa staa gli esiti concreti in materia di rapporti di forza nelle società: ho detto che volevo incoraggiare…).

    Ebbene: io credo che le ‘idee’ oggi al centro (un po’ tipo: occhio che gli esclusi siamo noi? Occhio che ‘we’re claiming our right to suffer’ (Huxley)) stiano cominciando non a sfondare (cambiamo metafora, no?), ma a ‘colare’ al di fuori come un bel saporito brodo primordiale risvegliante e fecondante ambiti concentrici (ma anche tangenziali, ma anche ora non tocchi) sempre più ampi.
    Io non sono andato in strada, ma non mi sento escluso dalla pasta in fermento. Anzi! … e grazie a chi ci è andato, grazie a chiunque si sbatte, nel modo che gli vien meglio, soprattutto: nel modo che gli vien meglio.
    Un abbraccio a tutt*; fraternité,
    Stefano Dop.

  70. avatar Paura? « Sweepsy's Blog says:

    [...] perché devono farsi i fatti loro. Beghe di palazzo. E fuori c’è la guerra, o meglio la guerriglia. Quella che ci vuole. Quella che non è violenza, ma esasperazione. Quella che dovremmo stupirci [...]

  71. avatar sportgooffy says:

    @ WM1
    riprendo le fila del nostro discutere di paura dopo circa una ventina di post (loso, la comunicazione cosi’ é affaticata alquanto); sulla potenza evocativa delle immagini, volevo solo ricordare che ogni immagine, anche la più suggestiva, denuncia una ambiguità nella sua lettura; personalmente non vorrei mai dover vedere immagini-simbolo.
    Qualche mese fa ero in piazza, qui in Francia, a protestare contro la riforma del sistema pensionistico, e devo dire (nonostante la Francia sia un paese dall’anima più “nera” dell’Italia) di non aver provato paura, neppure al lancio dei lacrimogeni, alle barricate improvvisate, etc. etc.
    In piazza erano comunque presenti persone, dai settanta ai quindici anni, e nessuno ha mai pensato che la protesta dovesse terminare in guerriglia (ripeto, questo anche durante gli scontri in testa al corteo). Ieri, dalle immagini viste, non percepivo una simile partecipazione (ed i miei genitori ed i loro amici non scendono più in piazza; il rischio, dopo che qualcuno ha avuto un’infarto, qualcun altro un’artroprotesi d’anca, chi una meniscoplastica, non vale la candela).
    E’ un problema d’età (a vent’anni si é presuntuosi ed immortali, o almeno si crede di esserlo)?
    Ti azzardo un’ipotesi; ieri, praticamente tutti i media francesi davano ormai per spacciato il signor B. (rido al pensiero di come spiegare oggi a mensa ai miei colleghi perché, come peraltro avevo predetto, B. sia ancora a Palazzo Chigi).
    Forse chi era ieri in piazza, aveva davvero creduto che il senso ed il fine della protesta fossero le dimissioni di Berlusconi, e non che l’essere in piazza fosse solo un momento della lotta, che torna ora di “resistenza”.
    Non credo si corra il rischio della “sindrome del reduce”, non come per Genova, ma certo vedo in crisi un certo modello di lotta.
    Terzigno funziona, ma poi chi protesta chiede che vengano riscritte le norme su SISTRI e MUD (che non sono parolacce; SIStema di controllo della TRacciabilità dei rifiutI e Modello Unico di Dichiarazione -per rifiuti urbani e assimilati-).
    Gli operai Fiat, come quelli di Alitalia prima di loro (ed é significativo che quasi nessuno ne parli più) hanno si’ messo in crisi Marchionne (o meglio, spezzato un suo discorso egemonico), ma adesso vogliono risposte.
    Credo che sia importante anche cominciare ad abbozzare quali risposte dare, per poter sopravvivere all’Italia di Berlusconi senza Berlusconi.

  72. avatar sportgooffy says:

    …e ritengo anche utile riportare l’analisi della portavoce del movimento degli studenti

    http://www.articolo21.org/2252/notizia/nei-tg-i-riflessi-di-una-pessima-giornata-dentro.html

  73. avatar Simone Regazzoni says:

    Per fortuna l’analisi della portavoce del movimento degli studenti Sofia Sabatina sembra andare nella giusta direzione. Per quanto riguarda il comunicato su indymedia mi sembra irrilevante: ho la strana sensazione di averne letti parecchi simili in molte altre occasioni – o forse è sempre lo stesso infiammato grido di vittoria buono per tutte le stagioni.

    Non credo sia necessario fare gruppi di auto-analisi su Roma che durino mesi. Né di disquisire su quanto un certo tasso di reazione violenta sia più o meno giustificato da un esercizio politico della violenza nazionale o globale. Così non si va da nessuna parte. E per una ragione molto semplice: questi discorsi che tanto infiammano faranno terra bruciata attorno alle lotte. Altro che inzio di un grande ciclo di lotte.

    Credo che nei prossimi giorni si tratterà di capire – e di prendersi la responsabilità di dire chiaramente – che quello che è accaduto a Roma è stato un passo falso. Punto. I passi falsi ci possono stare: l’importante è non esaltarli come una grande marcia, perché allora si finisce subito per impantanarsi in vecchie paludi.

  74. avatar gogol_variation says:

    Giusto un appunto. Con tutte le cautele del caso, cito un testimone oculare dell’episodio della (o del?!) pistola. I manifestanti con manganello, radio, manette e quant’altro hanno aggredito il finanziere spogliandolo di tutto. Da quel che si è capito nella concitazione dell’assalto, lui tratteneva la pistola perché non gliela portassero via. Quando il gruppo (chiamiamolo così) si è reso conto che quello aveva in mano l’arma, si è dileguato “senza se e senza ma”. Triste cronaca di una guerriglia urbana che sta alla constestazione come gli Irriducibili ai tifosi.

  75. avatar alfredo says:

    (prima di scappare a lezione, intervengo qui, sperando di riuscire a scrivere qualcosa di più completo entro stasera sul blog)

    La giornata di ieri va digerita (assorbire le sostanze nutritive, cagare il resto). Quello che si sta scrivendo in questi commenti è estremamente necessario. Vi racconto un aneddoto, secondo me significativo:
    al ritorno da Roma, sul bus, una ragazza si alza in piedi e inizia un discorso a metà fra la lamentela, lo sfogo liberatorio e la chiamata ad usare un cervello stanco di fumogeni e scene di paura. Ci richiama tutti a pensare che abbiamo fatto un’esperienza insieme, ma che fra di noi non abbiamo avuto comunicazione. In quell’autobus, innanzitutto e poi allargandolo al resto più in generale. Non ricordo precisamente le sue parole, ma suonavano come una richiesta di contenuti e di confronto che lei percepiva carente.
    La prima reazione di un ragazzo coinvolto nell’organizzazione è stata “questo non è un pacchetto viaggi”. La mia è stata silenziosa, e suonava più o meno: “la costruzione politica avresti dovuto farla prima di salire qui, trovare i tuoi contenuti, condividerli con chi ti stava affianco nei giorno scorsi… ieri notte eravamo sul bus. Era già finito. Bisognava andare in piazza e fine”. Poi ci ho pensato per tutto il viaggio. Due risposte idiote, entrambe, anche se non lontane da elementi di verità.

    Come dice @federica: “E’ necessario un altro modo che spiazzi tutti. Per favore ragioniamoci insieme…”

    Ecco, se condo me è questo ragioniamoci insieme che deve prevalere adesso. Simone Regazzoni ha ragione. Non bisogna far terra bruciata intorno alle lotte. Mi chiedo: si può ragionare insieme partendo da wuesto ‘passo falso’ e tornando alle lotte?
    Sì, mi rispondo. E vi prego: creiamo spazi per farlo (chi è di base a Bologna, in questi commenti, ad esempio?)
    Appunto, come dice Stefano Doponotaro, inutile estenuarsi “a elucubrare sul ‘come’, non accorgendosi però che stavano perdendo ohime’ devo ammetterlo un po’ ‘ridicolmente’ di vista la lepre, che nel frattempo scorrazzava allegramente pei campi e forsennatamente figliava a ritmi di topo. Ecco: anche questo sarebbe bene evitare”.

    Io ho vissuto in maniera particolarmente intensa questo autunno di lotte *non ancora finite*, ricevendo un impulso tutto nuovo di contenuti e di speranza. Ho visto intorno a me persone c.d. (banalmente) ‘nuove’. Io stesso ne faccio parte come uno-che-si-era-tirato-indietro ed ora è di nuovo tornato in piazza, nonostante la giovane età.
    La metafora della paura funziona bene per ieri, quando le cariche a Piazza del Popolo diventavano panico fino al Tevere e io stesso ho citofonato impaurito per rifugiarmi in un condominio. Adesso la paura che provo è quella di perdere tutta una fetta di persone che ieri ha condiviso con me la piazza, la paura, lo sconforto di vedere quella stabilità di tre voti e lo *spaesamento* di vedere colpiti degli obiettivi il cui significato diventava fumoso… una colonna fumosa che si alza. Ma davvero il fulcro è spaccare una Mercedes?
    E perdere lo dico nel senso migliore.

    @sportgooffy: Credo che sia importante anche cominciare ad abbozzare quali risposte dare, per poter sopravvivere all’Italia di Berlusconi senza Berlusconi.

    Ecco, vi prego. Iniziamo da qui. Ri-lancio l’appello:
    1. dove vedersi nei prossimi giorni;
    2. evitare che questa discussione sia *solo* “interna” a chi è già strutturato;
    3. ricompattiare le fette di cui sopra pensando al passo falso quanto basta per non perdere di vista la lotta.

  76. avatar superpu says:

    Non sarà il ’77, ma le parole di un nota canzone del ’75 sono per me ancora attuali…
    “chi ha torto o ragione, chi è Napoleone
    chi grida “al ladro!”, chi ha l’antifurto
    chi ha fatto un bel quadro, chi scrive sui muri
    chi reagisce d’istinto, chi ha perso, chi ha vinto
    chi mangia una volta, chi vuole l’aumento
    chi cambia la barca felice e contento…”.
    Riunirsi per poi disperdersi, farsi trovare dove nessuno ci aspetta. Parlare, discutere. Tanto. Sul dopo, non su ieri.

  77. avatar luca says:

    Quanto accaduto ieri è lo scenario perfetto per i flussi speculativi internazionali. Le tv di mezzo mondo, US in testa, assimilavano la giornata in corso non alle proteste inglesi di poco precedenti, ma all’esplosione greca. Non è un caso.
    Stamane Moody’s preannuncia l’imminente downgrading della Spagna. Si badi bene: tutte le analisi finanziarie mondiali, tutte tranne quelle che si fanno qui e che non contano un cazzo, dicono che un attacco alla Spagna è già l’attacco all’Italia, il vero anello di rottura dell’euro. Per molti motivi, primo tra i quali la nostra impossibilità di sostenere un eventuale piano di aiuti europei alla penisola iberica nel suo complesso. Per arginare e prevenire tutto questo già da domani la UE ci avviserà della necessità di manovre da non meno di 40-50 miliardi per i prossimi due-tre anni.
    Nessuna autorità politica è in grado di imporle e il Paese non è in grado di reggerle.
    “E’ in arrivo una tempesta di merda”. (Eldridge Cleaver)
    Le cittadine e i cittadini che erano in strada ieri, in particolare i più giovani, devono fare lo sforzo di archiviare in fretta la giornata del 14/12, che è stata importante solo per quei merdoni che stanno inchiavardati alle seggiole di due o tre palazzi nel centro della capitale. E in verità penso che anche molti di loro presto avranno a dolersi delle votazioni che in apparenza li hanno salvati.
    Sono certo che c’è un signore che è rimasto molto, molto deluso del voto di Montecitorio. Tremonti. Che infatti sta sempre più muto, e non ride un cazzo.
    La Lega non ha alcuna intenzione di accollarsi il massacro economico-sociale necessario quanto impossibile. Da adesso in poi la sua unica retorica possibile è che l’Italia è nella merda e al collasso, ma se la Padania stesse da sola sarebbe meglio della Germania. E’ facile intuire cosa questo comporti.
    I ragazzi, gli uomini e le donne in lotta e con l’acqua alla gola, devono provare a respirare, ragionare e guardare avanti. E’ molto difficile, ma necessario. Le cose accadranno più rapide di quanto immaginiamo.
    L.

  78. avatar Simone Regazzoni says:

    @ luca: tocchi un punto fondamentale di cui occorre tenere conto. Lo scenario di piazza di ieri visto da fuori (Italia) evoca la Grecia. Credo sia responsabilità di tutti evitare di finire in quel tragico vicolo cieco.

  79. avatar alexpardi says:

    A mio modo di vedere la manifestazione di Roma non rispondeva solo al bisogno di assediare il simbolo del potere, ma anche a quello di far percepire (per primi ai partecipanti) l’unità delle varie componenti in lotta. E’ la natura della manifestazione che porta a questo: tanti singoli si trovano insieme ed hanno più voce e più forza, è inevitabile che le tante manifestazioni sparse in tutta Italia delle scorse settimane sentissero l’urgenza di unirsi in un solo posto (e, a quel punto, il posto doveva essere simbolico per forza).
    Potrebbe essere interessante, ad esempio, provare a considerare come obiettivo alternativo quello di occupare (pacificamente) tutta l’Italia, come fosse una mappa del Risiko: una manifestazione programmaticamente distribuita, in cui il senso di unità verrebbe dal partecipare al raggiungimento di uno stesso obiettivo, e il cui esito sarebbe ben diverso dal leggere sui giornali “manifestazioni anche a Milano, Torino, …”.

  80. avatar marcobinotto says:

    mah.
    Sono poco interessato, in questa sede, al dibattito su scenari (geo)politici. Mi pare piu’ importante la discussione sull’approccio adottato dai movimenti (per lo meno dopo Genova).

    Questa gioventu’ RESPIRA ormai da anni la *media logic*. Forse pero’ non sta imparando a comprenderla. Si vede da come comprende quali siano le sceneggiature e le immagini che possono colpire l’immaginario mediale (e giornalistico).
    E’ per questo che e’ (siamo) IMBRIGLIATI nel frame della Grande Scadenza, che e’ pur sempre la metafora dell’Assalto e della lotta campale. Nel movimento alcuni respirano, altri sanno e scelgono, che nel nostro mediascape l’unica possibilita’ di rendere ogni attivismo efficace e’ quello di ENTRARE NELLA TRAPPOLA dello scontro frontale. Per non restare invisibili si “dove” alzare “il livello” dello scontro fisico-simbolico. Che lo si faccia salendo su un blindato, usando con qualche efficacia i libri come scudo, salendo – in modo geniale – su un monumento o – forse meno – su un tetto (come stiamo facendo).
    Purtroppo, seguendo piu’ di un’assemblea mi pare che IL DESTINO SARA’ QUELLO DI RIPETERE questi stessi errori. Le dinamiche della formazione delle decisioni, la forza di ritualita’ che consentono consenso, l’assenza di discussione strategica e molti altri elementi mi paiono rendere impossibile uscire da questo scenario che costringe ogni “ciclo di lotta” a riproporre il gia’ noto.
    Spero sia giunto il momento di prendere-e-riprendere questa discussione. Evitando di tecnicizzare miti, ma ritrovando il mito del pragmatismo blissettiano. ;-)

  81. avatar plv says:

    Ciao a tutti,
    ammetto di non aver letto tutti i post, d’altronde li leggo solo nel day after e non ho potuto seguire tutto in diretta.
    Mi permetto di sollevare due punti, di tempo e di luogo.
    Il primo è la voglia di partecipazione: non è scontata. Non è scontato il fatto che siano così tante le persone che prendano parola, anche solamente online, anche solo linkando, taggando, su facebook, non è scontato che si voglia ancora parlare di ieri.
    E’ vero, la preoccupazione è che si parli di “ieri” e non di domani. Tuttavia questa precipitazione nel parlare credo sia positiva e che vada convogliata in un domani. Non è facile, non sarà facile prendere la giornata di ieri e inserirla nelle vite e nei messaggi di tutti quelli che erano in piazza, studenti medi e universitari, terzigno, l’aquila, operai fiom, beni comuni… Non sarà facile, ma è un dovere provarci. E’ la sfida di generalizzare le lotte, trovare l’elemento comune, riconoscersi.
    Da questo punto di vista repubblica&Co giocano contro: lo scandalo per gli sbirri nascosti fra la folla, la divisione di manifestanti buoni e cattivi (piazza del popolo non la riempi con trecento matti, ma con decine di migliaia di persone che lì sono rimaste per ore), questi due elementi sono la decostruzione della positività politica che caratterizzava la piazza di ieri. Ieri, per la prima volta dopo tanto tempo si marciava insieme, si stava insieme, non è poco ed è un precedente che, personalmente, mi piace.
    E’ chiaro che su ieri le motivazioni erano tante e così palesi condivisibili da essere quasi pre-politiche: la presenza di Berlusconi, la compravendita dei voti, il totale scollamento tra sale del potere e ciò che ci succede attorno tutti i giorni. Però questo deve essere la base per tornare a casa e continuare (non ricominciare, anche questo è importante) a fare quello che si stava facendo.
    Tornare a casa, appunto. Lo spazio. L’assedio non vince mai, la caduta di tutta la rabbia e la voglia in un unico punto e un unico momento è perdente. Sì, ma, secondo me, in questo momento ce n’era bisogno. Avevo bisogno di vedere tanta gente, diversa, vederla insieme, sentir dire tante cose diverse. avevo bisogno di vedere quella potenza suggestiva, politica, materiale. Credo che la gente che ieri ha manifestato deve rovesciare tutto il portato della giornata a casa e mi auspico che questo succeda. A Genova non c’ero, ma dai commenti che leggo, dai reduci che raccontano, mi sembra che ci sia qualcosa di diverso: esiste un dopo. Non si tratta di scadenze, ma di cose che sono ancora in costruzione. Se pensate a molte soggettività che ieri hanno marciato, molte di queste non sono ancora arrivate al punto di rottura che porta al riflusso, insomma, c’è gente che ha ancora molto da dare. Questo è il dato positivo da cui ripartire ed è ciò che mi dà speranza per pensare ad oggi, a domani, all’anno nuovo.
    Pongo una domanda, che è personale, ma che spero che susciti qualche suggestione: Siamo di fronte ad una delle sconfitte più brucianti della storia recente: migliaia di persone scendono in piazza contro l’ordine vigente e in quel momento l’ordine vigente si dimostra ancora forte, resiste. Eppure perché non sono triste? Perché non mi sento sconfitto?

  82. avatar Giacomo says:

    @ plv
    forse non sei triste e non ti senti sconfitto perché Roma 2010 potrebbe essere l’inizio, e non la fine di qualcosa.

    L’ordine vigente non è più forte perché ieri ha vinto Berlusca contro Fini. Uscire dalle logiche istituzionali è il primo passo da fare nella lotta contro lo stato di cose presenti.

  83. avatar Wu Ming 4 says:

    @ plv
    No, quella di ieri non è una delle sconfitte più brucianti della storia recente. Ciò che è avvenuto in Parlamento è nell’ordine delle cose presenti, e quello che è avvenuto in strada anche.
    Hai ragione a non sentirti triste, e per questo non dovresti sentirti nemmeno sconfitto. Non è mai a caldo che si tirano le somme di un’azione collettiva e bisogna stare attenti, infatti, anche a giudicarla in fretta. Ho già invitato tutti, in questo thread, ad abbandonare qualsivoglia tono prescrittivo. Bisogna fare questo, non bisognava fare quest’altro… Certi dubbi “tattici” erano stati esposti già in previsione della scadenza romana e hanno trovato conferma. Ok. Ma mettiamoci nell’ordine di idee che i tempi che ci aspettano sono davvero cupi, come dice luca, e che da un certo punto di vista c’è da meravigliarsi che lo scenario “greco” si sia manifestato relativamente tardi in Italia, rispetto a una situazione sociale al collasso. Il 2011 sarà l’anno più duro della crisi, in un paese come questo, dove il potere poltico-istituzionale non ha nemmeno più bisogno di salvare l’apparenza della neutralità e fa mercato di se stesso sulla pubblica piazza. Questo distingue l’Italia non solo dal Regno Unito, ma forse già anche dalla Grecia, perché ogni paese ha la sua storia. I casini a Londra hanno spaccato in due il partito Liberal-democratico; quelli a Roma, dove in strada c’era molta più gente, non hanno intaccato il mercato di Montecitorio. Questo dice qualcosa sullo scollamento tra ambito politico-rappresentativo e società reale. Qualcosa di spaventoso, ovviamente. Personalmente sono assai meno preoccupato dai roghi di Roma (che pure ovviamente fanno male, perché dividono quando c’è bisogno di unire le lotte) di quanto non lo sia dal compito immane che ci sta davanti. Nessuna sponda politica. Soltanto gente che cerca di salvare la pelle, mentre il fumo si alza sulla città, nella consapevolezza che soltanto se si unisce e riesce a costruire una narrazione condivisa potrà farcela. Dobbiamo davvero augurarci una buona fortuna, perché ne avremo bisogno.

  84. avatar Giorgio1983 says:

    Io ho studiato per anni correlazioni, lineari e non. Ho studiato sociologia, una specie di passione insana per i numeri, le ricorrenze, le date.
    Genova 2001: enorme manifestazione in massima parte pacifica, i black block arrivano e come militari addestrati seminano il panico, la polizia sfonda di mazzate un sacco di gente (il sottoscritto era un teen e per poco non prende sporte di manganellate). Governo Berlusconi.
    Restano domande cui io non riesco a rispondere: chi cazzo sono sti black block? se le è fatta un sacco di gente questa domanda, soprattutto perché poi per anni nessuno li ha più visti questi. A Firenze neanche uno.

    http://www.youtube.com/watch?v=3-8jfUJdtPE&feature=related

    Roma 2010: grande corteo in massima parte pacifico. Poi non troppa gente sbrocca e un sacco di altra gente prende mazzate. Io ero a Torino stavolta, per mille motivi, a manifestare. Definiamoli black block? saranno i giornali che li chiamano così. Però i violenti si sono fatti i cazzi loro per dieci anni e tornano con gli stessi metodi (pochi, organizzati e agiscono con poco disturbo) e la stessa puzza di merda. Di nuovo: chi cazzo sono questi? ah, dimenticavo, governo Berlusconi.
    Non è teoria del complotto, wu ming, stanno sul cazzo anche a me i complottisti. Ma non suona come un plot già scritto una decina di anni fa. Vi prego, datemi torto marcio, che ho male allo stomaco.

  85. avatar Wu Ming 1 says:

    Dopo questo commento, per un po’ non ne farò altri. I miei dubbi li ho espressi, e al tempo stesso ho espresso la mia solidarietà. Ho detto quali sono, secondo me, le contrapposizioni da evitare, vistose o sfumate che siano. Non voglio fare la parte del “fratello maggiore” reso più saggio dagli anni, il reduce dell’altroieri che consiglia quelli di ieri. Il rischio è grosso. Dio me ne scampi e liberi. Solo un’ultima nota di esperienza.

    @ plv
    Dopo Genova, nessuno si sentiva sconfitto. Tutti pensavano che fosse l’inizio di qualcosa. Vi furono altre scadenze, il movimento andò avanti ancora un anno e mezzo abbondante, e in alcuni passaggi i numeri furono alti e gli appuntamenti significativi (es. il Forum Sociale di Firenze). Poi, a un certo punto, ci si guardò intorno e ci si accorse di essere molto più “indifferenziati” e monocromatici, molto meno eterogenei di prima. La composizione del movimento non era più quella degli inizi, le linee di frattura tra le “componenti” erano sempre più visibili, le assemblee sempre più mono-genere (tutte maschili o quasi) e “veteranizzate” (c’era quasi solo chi era stato a Genova). Ci si accorse che si era formato un “ceto politico-mediatico di movimento”, un ristretto gruppo di portavoce che più appariva e più contribuiva a stereotipizzare il movimento. Ci si accorse che tutte le espressioni che descrivevano il molteplice (come “movimento dei movimenti”) erano scomparse dal discorso pubblico, e al loro posto si erano radicate, inestirpabili, etichette che ghettizzavano (“i no-global”). Solo a quel punto si capì che Genova non era stata un inizio ma una fine di ciclo, che la metafora dell’assedio aveva funzionato all’inverso (gli assediati eravamo noi, chiusi nel nostro mondo), e che senza nemmeno farci caso avevamo *escluso* sempre più gente, fino a ritrovarci a essere quello che avevamo inteso superare: la solita estrema sinistra.

    Questo è quello che accadde nel post-Genova, mentre nessuno era triste.

    Io non dico che quel che accadde allora accadrà tale e quale. Non è nemmeno detto che accada. Il presente non ripete mai il passato in tutto e per tutto. Ma se quell’esperienza può servire a qualcosa, allora è meglio raccontarla. Come monito.

  86. avatar Wu Ming says:

    A Book Bloc’s genealogy
    http://bit.ly/ijsrYi

  87. avatar Wu Ming 4 says:

    @ Giorgio1983

    Complotto o no, non cambia granché. “Black Bloc” è una sigla aperta. Basta mettersi una felpa nera e organizzarsi con qualche compagno di strada, di curva, o di caserma, per entrare a farne parte. Personalmente sono più interessato a vedere come questo movimento studentesco saprà far fronte alla necessità di non farsi sovradeterminare da pochi, che a indagare su chi ci sia “dentro” o “dietro” i fantomatici uomini in nero.

  88. avatar Giorgio1983 says:

    A me frega un cazzo del complotto. Solo mi sento sempre usato come una buccia di banana, più mi guardo e più mi sembra d’esser giallo.
    Il movimento studentesco è per sua natura friabile (le persone si laureano, smettono di studiare) e questa è una mazzata di livelli epocali, insieme sono due componenti del dissesto. Inoltre: stante così le cose, il ddl Gelmini ha il suo comodo spazio per essere applicato, i numeri per sfracellare tutto. Più che il movimento studentesco mi preoccupa la tenuta del sistema scolastico e universitario in toto. A me rimangono amici incredibili, l’aver conosciuto un momento di speranza che ancora non è andato via e una serie di magoni infiniti. Non mi sento sconfitto. Mi sento consapevole, ed è (quasi) peggio.

  89. avatar Wu Ming 4 says:

    @ Giorgio1983

    Consapevole e non sconfitto non è male. E certamente quello che ora ti resta, ti resterà per sempre. Quanto al disastro a cui andiamo incontro, hai ragione da vendere. Pensa come deve sentirsi uno che abbia dei figli da mandare in quel sistema scolastico e universitario…

  90. avatar luca says:

    Spero mi perdonerete una forse bizzarra digressione sulla Buona Fortuna che wm4, con ragione da vendere nel suo perfetto intervento, invoca come necessaria a tutti/e per il tempo a venire.
    Sono stato uno sfigatissimo giocatore d’azzardo. Per questo motivo ho distrutto pressocchè tutto ciò che avevo. Vita, relazioni, progetti, lavoro, amore, sogni, soldi.
    La Buona Fortuna, quella buona davvero, non un singolo colpo di culo, è qualcosa che si costruisce con pazienza, tenacia, metodo, lavoro, analisi, riflessione, e infine coraggio quando è il momento di colpire, di agire.
    La capacità di un grande giocatore d’azzardo, sì, ne esistono, è quella di Stare Fermo per la stragrande maggioranza del tempo. Di non essere compulsivo. Non voler reagire subito agli inevitabili colpi falliti, ma analizzarli, con calma e a freddo.
    E’ una cosa davvero difficile.
    Sono stato un giocatore patologico. La Sfortuna non c’entra niente. Ne ho avuta tanta, ma è matematica. E’ la tossicità, la dipendenza, l’inadeguatezza, il non aver lavorato sul sè, l’aver rimosso tutto il rimuovibile. Possono essere le droghe, l’alcool, il gioco, il sesso, lo shopping, internet o sailcazzo. Il problema è lì, ce l’hai dentro. Se non lo affronti, hai perso prima di cominciare. Forse perchè Vuoi perdere tutto, perchè Credi di non meritare niente.
    Vi assicuro che la scoperta è devastante, il dolore è terribile. Si rischia davvero di rimanerci sotto.
    La Buona Fortuna si costruisce. E quasi mai da soli.
    Mi scuso ancora con coloro che trovano incomprensibile e fuori luogo quest’intervento. E’ probabile che abbiano ragione.
    L.

  91. avatar Wu Ming 1 says:

    Invece è un grande intervento, compadre. Un – grande – intervento. Che toglie un po’ di peso a te, ma (devo dire) anche a me. Anche a noi. La buona fortuna si costruisce insieme. Salvarsi il culo il più collettivamente possibile è la sfida che tutti noi abbiamo di fronte.

  92. avatar Wu Ming 5 says:

    @ Luca

    capisco benissimo, e anche altri capiranno.
    Spezzare le coazioni a ripetere, l’impulso a giocarsi tutto in una botta sola, ma anche l’impulso cattedratico da fratelli maggiori- quelli che han capito tutto subito, anzi da prima che accadesse. Il tuo è un buon modo di dire qualcosa di profondo, sensato, e politico.

  93. avatar DeeMo says:

    Mi infilo rapidamente, toccata e fuga (e un po’ mi scoccia abbeverarmi a scrocco, senza contribuire). Solo per dire: 1) vi sto seguendo e linkando da ieri. 2) Ciao Luca. Take care, bro! Ecco, solo questo.

  94. avatar Anna Luisa says:

    @ Luca:“La Buona Fortuna si costruisce. E quasi mai da soli.”
    Sì, un bellissimo intervento, per nulla fuori luogo. E per ciò che riguarda “ l’inadeguatezza, il non aver lavorato sul sè, l’aver rimosso tutto il rimuovibile”, sappi che non hai l’esclusiva, eh.
    Un abbraccio.

    P.S. (di alleggerimento)
    Anche tutte le “mie amiche” (quelle con il nome doppio e pretenzioso) ti abbracciano…

  95. avatar Giorgio1983 says:

    **,
    Appunto etimologico: io sui black bloc ci ho davvero perso dei mesi, a capire chi/cosa cazzo fossero. Ma suppongo a nessuno interessi la mia opinione a riguardo.
    Solo, se ho scritto black block, è perché ho idee diverse su chi siano questi e chi fossero quelli di Genova. Somigliano a dei parafulmini comodi per scatenare i manganelli che prudono contro chi un black block (sì, block) non è.
    Così come le mie idee sono profondamente diverse verso chi ha inventato il book bloc (io avevo votato il partigiano Johnny, uff).
    Per me la storia dei black block (BLOCK) è chiusa qui.
    @ wm4,
    Il mondo (così pare) avrà sempre – sempre, sempre – bisogno di un pogrom. Di questo sono ormai consapevole. Mentre bloccavo una piazza a Torino, con conseguente caos di auto, un paio di negozianti invocavano i manganelli, le cariche, e gli automobilisti le invocavano, imploranti verso i vigili municipali (!). Perché se vedere un pestaggio per me è come subirlo, per altri è come essere dietro allo scudo.
    Di questo sono consapevole, ma non mi sento sconfitto. Solo sconfortato.

  96. avatar Giorgio1983 says:

    Il commento di Luca è incredibile, davvero.
    Scusate, vi sto usando come un blog-terapia. Ora la pianto. :)

  97. avatar Wu Ming 4 says:

    @ Giorgio1983 e soprattutto @ Luca… oltreché @ me stesso:

    “Avrei tanto desiderato che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni!”, esclamò Frodo.
    “Anch’io”, annuì Gandalf, “come d’altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti. Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato. E ormai i giorni cominciano ad apparire neri e foschi. [...] Dovremo lottare con accanimento. Avremmo dovuto farlo anche senza questo terribile evento.”
    (J.R.R.Tolkien – Il Signore degli Anelli)

  98. avatar mr mills says:

    L’intervento di Luca anche a me pare tutt’altro che fuori luogo, penso che invece contenga una potente verità: non c’è riscatto che non sia collettivo. Jack London un secolo fa lo raccontò benissimo nel suo Martin Eden. Oggi ognuno è pressato a pensare che se uno ce la fa, se si “realizza” (dentro il mondo della scuola e dell’università come del lavoro) è perché è bravo, o meglio, più bravo degli altri… se non ce la fa la colpa è sua. Viene completamente cancellata la violenza capitalistica che dà e toglie quando e come crede… ci ricordiamo come finirono i networkers – anche in italia – quando scoppiò la bolla della New Economy? Fino al giorno prima eri ben pagato e adulato e il giorno dopo, finiti i tempi delle vacche grasse, eri a casa a inviare curriculum.

    Questo dobbiamo capire e su questo si deve lavorare: o ci si salva tutti o non è salvo nessuno.

  99. avatar Adrianaaaa says:

    “Salvarsi il culo il più collettivamente possibile”: esatto.

    Io, sinceramente, sono un pò triste. Lo sono perchè le scene che si sono viste ieri (ma anche quelle che si sono viste nelle settimane precedenti tipo: andiamo in stazione anche se ci sono cinquanta poliziotti davanti all’ingresso, così ci picchiamo un pò e domani possiamo andare in giro con i cerotti) puzzano del virilismo di sempre, della solita mentalità maschia per cui lanciare sedie contro un blindato è un modo sano di impiegare le proprie energie, perché dà qualcosa, fa sentire camerati e forti. A me tutto questo ha rotto e non credo di essere l’unica. Invece sembra non si possa prescindere da discorsi come “eh ma se tuttI quellI dietro avessero partecipato agli scontri invece di darsela a gambe…”. E non è un discorso di genere, la virilità è qualcosa che piace a tutti e tutte, solo che le donne sono più abituate a sognarla e, al massimo, a goderne per osmosi dai loro compagni, piuttosto che a ricercarla di persona.
    Il problema non è la violenza in sé, come hanno detto benissimo in tanti, ma il fatto che escluda, che crei gerarchie, che non generi nulla, nessun significato, niente di niente.
    Quando nel thread su Foucault in Iran ho scritto che era stata la guerra a uccidere la rivoluzione, intendevo questo. Nessun’idea sopravvive alla logica dello scontro frontale, perché quest’ultimo è un fatto che non riguarda tutti (ci saranno sempre avanguardie e retrovie) e che può generare solo paura e dolore.
    Durante il lungo periodo che precedette la caduta dello Scià, gli iraniani salivano sui tetti di casa e cantavano ed urlavano insieme. Per le strade c’erano i carri armati, ma nonostante questo intere città, ogni notte, tuonavano per l’energia di tutte quelle voci. Poi, certo, si scendeva anche in strada e ci si faceva anche ammazzare, ma non era quello il momento in cui ci si contava. Ci si contava sui tetti, di notte. E la violenza di quelle voci non faceva dormire nessuno.

  100. avatar lucagiudici says:

    “La buona fortuna si costruisce insieme”

    Ci sono occasioni in cui mi rammento perchè passo tanto tempo a leggervi.
    Grazie.

  101. avatar beppe says:

    @Adrianaaaa
    Non sono d’accordo, anche perché, al di là di discorsi fatti a posteriori, non bisogna dimenticare la forza che si sprigiona durante una manifestazione. E Canetti lo ha descritto bene: non è per tirare fuori i soliti argomenti stampati su carta, ma sono cose con le quali bisogna fare i conti.
    E poi una cosa che mi ha assai colpito è vedere nel giro di pochissimo tempo due tentativi (anche “internazionali”) di arrivare ai luoghi: al Senato, nel caso dell’Italia. Questo, oltre al fatto che ieri alla manifestazione c’erano altre categorie di persone (non solo studenti, non solo “aquilani”, non solo precari ecc), mi fa molto riflettere.

  102. avatar mr mills says:

    @beppe
    Adrianaaaa fa un discorso piuttosto complesso, non certo moralistico sulla violenza: “Il problema non è la violenza in sé, come hanno detto benissimo in tanti, ma il fatto che escluda, che crei gerarchie, che non generi nulla, nessun significato, niente di niente”. Su questo secondo me è giusto insistere a proporre una riflessione… la “forza che si scatena in una manifestazione” non mi convince come argomento giustificativo, quella forza andrebbe incanalata se no si rischia di scottarsi. E ci sono precedenti che dimostrano che si può riuscire a farlo.
    Sui tentativi di arrivare ai luoghi che simboleggiano il potere, anche a me fa molto riflettere… ma riesco solo – al momento e probabilmente per limiti miei – a leggerla come una personificazione o materializzazione del potere che mi sembra ci porti indietro, alla ricerca fuori tempo massimo del palazzo d’inverno o del suo corrispettivo simbolico.

  103. avatar mtbhs says:

    Mi chiedo quale sia il fine. Riprendo alcuni concetti letti qui. La violenza ha il problema di escludere, e c’è bisogno di unità e di non rischiare tragedie come ad Atene; un assedio al potere non serve, perché non é radunato in un punto, ed é quasi impalpabile; successi periferici ne sono stati ottenuti (Terzigno, Pomigliano). La cosa bella di queste proteste é vari gruppi, studenti-fiom-terremotati, ad esempio, si siano uniti (come se non sbaglio diceva WM, non ricordo se qui o su twitter). Tuttavia unendosi, é stato inevitabile incappare in una logica d’assedio; la violenza é arrivata, forse non era inevitabile, ma era probabile.

    Mi chiedo quindi quale sia il fine di queste proteste, come intenderle, in che quadro inserirle, per visualizzare meglio cosa sta accadendo.

    È la costanza, la ripetizione di questo tipo di protesta, il logoramento l’approccio migliore (dubito che il potere vero ne sia anche simbolicamente scalfito), o esiste un qualche livello successivo verso cui indirizzare la protesta, tenendo conto di tutto quello scritto da WM sul 2001?

    Le mie non sono domande retoriche, sono domande sincere. È tutto molto interessante quello che leggo qui, quello che personalmente mi manca, mi sfugge, mi interessa, é vedere il tutto da una prospettiva più ampia. :)

  104. avatar paola signorino says:

    Si, l’intervento di Luca è la narrazione del perchè siamo qui.
    Grazie.
    Anche a WM1 per la risposta a Luca, subito dopo.

  105. avatar luca says:

    Ringrazio davvero tutti quelli che hanno manifestato empatia per l’intervento sopra, e ne approfitto per ricambiare l’abbraccio ad Anna Luisa e tutte le “girls”, e cazzo! Dee Mo, stiamo scherzando, Dee Mo, che chi non lo conosce non può avere idea di quello che ha seminato, prodotto, con la testa, con la voce, con le mani, con i colori…che non lo vedo da un millennio ma gli voglio bene da un’eternità.
    Cazzo, Dee Mo.
    Poi, solo una piccola cosa sui ‘black’ per giorgio1983: tieni conto di una cosa, per dire una buona bugia ci vuole il 70% di verità. Gli infiltrati, le guardie, ci sono eccome, che quel “beige” delle foto fa puzzare di merda anche lo schermo del pc, per non dire di quell’altro che ‘abbraccia’ il finanziere, ma pure quelli che lo fanno aggratis, per l’estetica del bancomat che brucia e altre cazzate simili. Infine, non bisogna dimenticare, e sottovalutare, che c’è una rabbia che cresce, e se non ha sbocchi non tutti sanno gestirla per il meglio. Mi pare di aver letto che tutti i fermati abbiano tra i 16 e i 24 anni.
    I pezzi di merda come è ovvio adesso se ne stanno tranquilli davanti alla tv.
    L.

  106. avatar Wu Ming 1 says:

    Per i giovinotti e chi all’epoca era altrove: DeeMo è il secondo MC a rappare, quello che attacca con: “Bologna, anche questa volta Bologna…”
    http://www.youtube.com/watch?v=zlMFhW9v21w

  107. avatar Anna Luisa says:

    Beh, è un bel tuffo nel passato questo… ricordo la prima volta che la sentii per radio, mi colpì molto. E’ attualissima.

  108. avatar giangi says:

    @luca 16-24 la componente principale della giornata di ieri.
    Se le azioni contro le banche e le macchine lungo Tevere non mi sono sembrate in sintonia con il corteo (dalle reazioni di chi avevo a fianco), le forzature nei 3 punti: palazzo Grazioli, Senato, via Del Corso, invece lo erano con quella componente…. Non esprimo giudizi, non sono titolato e forse neanche sufficentemente lucido ma quel pezzo di corteo è stato in sintonia con quelle azioni, soprattutto dopo l’esito delle votazioni…
    Con questa volontà dobbiamo fare i conti e non attribuire tutto ad un lavoro attivo degli infiltrati o dei gruppi minoritari.

  109. avatar beppe says:

    @mr mills
    Oh, sì, di certo non avevo colto alcun moralismo. Mi dispiace, sono stato io un po’ sbrigativo: ma ritengo ci siano due fattori leggermente diversi, da leggere con parametri diversi. È un po’ la questione dei “reduci” cui accennava WM: i motivi per cui, appunto, poi si creano incomprensioni, esclusioni e gerarchie. Quando io sono lì, in mezzo alla bolgia, con i fumogeni eccetera, divento tutt’uno con gli altri, con – appunto – la massa: ed è un fenomeno che non so spiegare, ed è per questo che poi, tornato a casa, mi sento accusare di aver fatto una ca**ata. A maggior ragione (e qui non vorrei assolutamente essere frainteso, ma mi rendo conto di scrivere una cosa “pericolosa”) se non c’è nessuno che possa incanalare la mia forza, e mi ritrovo in mezzo al delirio, magari per la prima o per le prime volte, reagisco esattamente come se fossi tutt’uno col resto.
    (Forse sono nuovamente sbrigativo, spero si riesca a cogliere il senso.)
    Per quanto riguarda il tentativo di violare i luoghi di potere, concordo anche io sul fatto che possa essere un passo indietro, ma mi fa riflettere la coincidenza: vedi quello che è successo a Londra, vedi quello che è successo oggi ad Atene (dove addirittura un ex ministro si è preso dei cazzotti in testa: e se non è un’eresia questa! Un rappresentante del potere, che entra in diretto contatto, fisico, con i sudditi inferociti!)

  110. avatar Wu Ming 4 says:

    @ giangi & beppe

    In effetti qui si sta cercando di tenersi alla larga da manicheismi spiccioli. Ci siamo passati tutti e sappiamo che – infiltrati o no – le situazioni come quelle di ieri difficilmente sono “nette”. Per di più, le cose viste (e vissute) dall’esterno o da dentro un corteo sono sempre molto diverse. Mi sembra che la riflessione qui sia su un altro livello, più generale. Io non ho consigli da dare. So soltanto che lo schema di un corteo numeroso con le prime file protette e determinate a impattare con le forze dell’ordine senza farsi troppo male e senza incendiare tutto funziona solo se tutti sono disposti a fare la loro parte (sbirri inclusi), e può bastare davvero poco a farlo saltare e mandare tutto in vacca, con rischi molto alti. So anche che la sensazione espressa da Adrianaaaa non è affatto isolata e che non tenerne conto significa costruire uno steccato. Il punto è porsi tutto questo come un problema a cui tattica e strategia dovranno trovare soluzione, oppure no.
    Detto questo, criticare chi era ieri a Roma non mi interessa, e se lo facessi da qui, dalla sedia di casa mia da dove ho seguito le cronache in tempo reale, mi renderei soltanto ridicolo.

  111. avatar Sono un collega minorenne | βuoni presagi says:

    [...] una parte del movimento ha deciso che andassero così? Giusto o sbagliato che sia (se ne discute qui)? Che non è che i “cattivi” siano sempre gli [...]

  112. avatar nikitas85 says:

    Solo di volata, solo per ringraziare.
    Luca, *davvero*, e in maniera tanto diffusa da sembrare banale e precotta, tutti i partecipanti. Davvero, in genere me ne resto in disparte e zittino a leggere (o ascoltare)… timidezza, pigrizia, paura di dire banalità, consapevolezza di non poter aggiungere niente, quel che sia.
    E quando cerco di fare il punto e non perdermi, finisco sempre da queste parti :-)
    Ma stavolta, anche se non aggiunge niente e anche se arriva dopo tanti altri commenti simili: Grazie!

  113. avatar tuco says:

    “quel pezzo di corteo è stato in sintonia con quelle azioni, soprattutto dopo l’esito delle votazioni…”

    e’ quel “soprattutto dopo l’ esito delle votazioni” che mi lascia perplesso. si e’ detto molte volte, nelle ultime settimane, che il problema non e’ il cavaliere ma il cavallo, che il post-berlusconismo fara’ schifo come il berlusconismo, che dopo berlusconi verranno i montezemolo, i marchionne…

    a scanso di equivoci: per me berlusconi e’ un cancro e prima se ne va e meglio e’. ma l’ aver trasformato il voto di ieri in un Evento mi e’ sembrato una dimostrazione di debolezza da parte del movimento. tanto piu’ che il voto nasceva da una diatriba tutta interna alla destra. e’ come se persino il movimento, (come il pd, absit iniuria) avesse proiettato inconsapevolmente le sue speranze di cambiamento su fini e i suoi killer klowns from outer space.

  114. avatar tuco says:

    da questo punto di vista, forse e’ un bene che ieri in parlamento le cose siano andate cosi’. fini non merita il ruolo di “salvatore della patria” che, sfiduciando berlusconi, si sarebbe ritagliato presso il rintronato “popolo della sinistra”. adesso e’ chiaro che non ci sono scorciatoie, che bisogna farsi il culo per sconfiggere berlusconi nella testa della gente.

    sono anni che mi ripeto la frase “mi piacciono i tipi grossi come te, perche’ quando cadono fanno tanto rumore”. mi sa che pero’ non avro’ la soddisfazione di dire “ne hai fatto di rumore”. quando cadra’, lo fara’ con un suono come di diarrea.

  115. avatar luca says:

    Capisco molto bene le notazioni di giangi circa le azioni in sintonia e quelle meno rispetto a come era composta la manifestazione. E mi rendo anche conto, questo lo dico a tuco, che quel “dopo l’esito del voto” era inevitabile. E’ sacrosanto fare riflessioni ex post, e sono pure giuste, ma teniamo presente che le piazze hanno una forte emotività, e più di mezza italia era a guardare o a sperare che questo qui si levasse dai coglioni, tanto più i ragazzi, che in questo modo avrebbero visto cadere non solo lui ma anche la Gelmini, e non mi sembra un dettaglio da poco.
    Sempre a tuco, invece sono assai d’accordo che Fini salvatore della patria era un’altra iattura, verissimo, e pure sul rumore della fine. Un grande squek.
    L.

  116. avatar Mac Klan_destine says:

    Solo per augurare a Luca di ricostruire al più presto la sua fortuna.
    In bocca al lupo.

  117. avatar marcobinotto says:

    E già, credo proprio questione di chi sia sconfitto e cosa significhi essere sconfitto.
    La fortuna di quel “popolo di Seattle” che portò a Genova, fu proprio quello di venire da una (insperata) vittoria. L’immagine di una piazza che impediva il normale svolgersi di nientemeno che un vertice internazionale porto al riemergere di un movimento, al ricongiungersi di diversità (http://wp.me/pEhZY-4a). Ma presto ci si accorse, e troppo duramente a Genova, che questo miracolo non si stava ripetendo.
    Ora non resta nemmeno questa speranza, rimane la (metafora della) piazza non come speranza di vittoria, ma come sfida mediaticamente efficace. Perché certo nessun movimento è mai del tutto sconfitto. Lascia sempre qualche traccia, qualche legame, qualche conoscenza. Come minimo quella sensazione di comunanza del non sentirsi soli o, a quanto pare, almeno la soddisfazione di infrangere qualcosa (finalmente di concreto).
    Ed è proprio senza moralismo e senza l’atteggiamento del reduce che insegna o di chi critica da casa, che questo mi sembra non essere sufficiente.

    Semplicemente bisognerebbe prendere atto che queste tante piazze piene, come d’altro canto quelle dell’Onda, non raggiungono l’obiettivo. Il punto non è la critica, ma la speranza che in questo “collettivo pensante” si riformi la voglia di esperimenti e di immaginazione, di altre strade, altri riti. Altri miti.

  118. avatar uomoinpolvere says:

    Sono indietro con la lettura dei commenti e non ho al momento niente di particolare da aggiungere. Volevo proporvi questo video: http://www.youtube.com/watch?v=yDJ-ssKn4

    Ecco io vorrei vedere questo nelle piazze italiane! E’ chiedere troppo? A un certo punto c’è un poliziotto che annuisce con la testa.

  119. avatar alexpardi says:

    @uomoinpolvere

    Youtube mi risponde così:

    The URL contained a malformed video ID.

  120. avatar genomis says:

    Sulla manifestazione del 14 mi permetto di segnalare questa mia breve riflessione qua:
    http://scrittoriprecari.wordpress.com/2010/12/16/la-marcia-dei-libri-contro-la-politica-dellevasione/

  121. avatar redmambazo says:

    @alexpardi

    questo è l’indirizzo corretto:

    http://www.youtube.com/watch?v=yDJ-ssKn4_0

  122. avatar danae says:

    @ Luca,
    grazie… come sempre… :-)

  123. avatar Wu Ming 4 says:

    A proposito delle differenze da paese a paese, il video greco sembra venire da un altro pianeta. Evidentemente lì i poliziotti vengono percepiti ancora come – mi si passi il termine pasolineggiante – “figli del popolo”. E nonostante questo i manifestanti greci non vanno certo per il sottile (ieri sono volate molotov ad Atene, l’abbiamo visto). Quel modo di rivolgersi ai poliziotti, di tenere quasi un comizio collettivo a loro uso e consumo, sarebbe pensabile in Italia, dove manifestante e agente di pubblica sicurezza si percepiscono reciprocamente come alieni e nemici da abbattere? Boh.

  124. avatar girolamo says:

    Nei giorni precedenti al 14, a chi mi chiedeva “secondo te come va a finire? cade?” io ho risposto: in tutta franchezza, non me ne potrebbe fregare meno. Poi cercavo di articolare considerazioni del tipo: se un 75enne va in galera perché perde la copertura politica, e le sue leggi su lavoro (vedi il Collegato al lavoro di Sacconi, che nessuno sembra aver letto) e scuola restano su, cosa cambia? Se il blocco sociale che lo ha sostenuto lo molla e si rivolge a Montezemolo, o anche a Bersani, cosa cambia? E soprattutto: m avoi credete che l’opposizione si facci acontando i voti in parlamento? Che l’opposizione si faccia leggendo gli editoriali di Scalfari e Travaglio? E, in tutta coerenza, il 14 alle 14, mentre i miei colleghi erano incollati al computer per seguire “lo spoglio in diretta”, io ero al bar a prendermi una pausa, viste le 2 ore di riunione obbligatoria che mi aspettavano prima della manifestazione in piazza. Oltretutto, ero (e sono) convinto che se Bersani capisse qualcosa di strategia politica, la cosa migliore per lui (a sapela volgere a proprio favore) era, ed è, che questo governo resti in carica a macerarsi per due voti di differenza (che in realtà non ha: i sudtirolesi hanno fatto un’astensione ad hoc in cambio del parco dello Stelvio).

    Rispetto a questo, vedere la concentrazione delle opinioni sulla fiducia/sfiducia, sul Roma-14-parlamento mi imbarazza molto. Avessi avuto voce in capitolo, avrei disertato Roma all’ultimo momento e bloccato altre 10 città; avrei proclamato la manifestazione non il 14, ma il 15, cioè il giorno in cui, comunque fosse andata, bisognava decidere che fare (ad esempio, la calendarizzazione del voto al senato sulla riforma dell’università). Così come mi imbarazza vedere una cosa mediaticamente geniale come il book bloc sprecato in un assalto che ri-territorializza i libri in scudi, plexiglass o meno, che vanifica la valenza simbolica e richiama Genova, che nell’immaginario del paese significa black bloc e devastazione.

  125. avatar Simone Regazzoni says:

    Condivido quello che ha scritto oggi Saviano su “Repubblica”. E apprezzo il coraggio di chi non si sottrae, in questo momento, a una presa di posizione etica e politica chiara – al di là dell’analisi delle complesse dinamiche di piazza. Anche a costo di essere accusato di ingenuità, paternalismo, ecc.

    Per parte mia, fin dal primo intervento, sono stato prescrittivo, perché credo che in certi frangenti la sospensione del giudizio o della critica sia poco utile. O peggio pericolosa. Poi si può discutere nel merito: nessuno ha la verità in tasca. Ma credo che anche in vista dei prossimi appuntamenti occorra dire con forza che se quella dinamica di piazza si ripete, se un altro gruppo più o meno consistente decide di scatenare nuovamente la guerriglia dell’imbecillità non solo non ci sarà futuro per le lotte ma gruppi di manifestanti pacifici verranno esposti al rischio di pestaggi come a Genova.

    E’ vero: quando si è in piazza non sempre si è lucidi. Ma bisogna sforzarsi di esserlo. A Genova sono stato tre giorni in piazza. Il secondo giorno ero in via Tolemaide, e sono rimasto lì fino al pomeriggio, fino alle cariche con i blindati. Ma il giorno dopo insieme ad altri ero a fare servizio d’ordine contro gli imbecilli incappucciati, infiltrati o meno.

    Ma il servizio d’ordine non basta. O al limite è ancora figlio di una vecchia logica. La prima battaglia da fare è culturale e di idee: va detto che chi si prepara alla guerriglia intossica la narrazione di queste lotte.

  126. avatar Simone Regazzoni says:

    Concordo in toto con girolamo. Mi piacerebbe vedere una guerra di doni nelle prossime manifestazioni, in cui vengano regalati a polizia e passanti valanghe di libri.

  127. avatar Wu Ming 2 says:

    @Simone R.: Saviano usa toni paternalistici e prescrittivi perché non ha la possibilità di confrontarsi col movimento: infatti se ne rammarica, e lo dice esplicitamente. Invece, avere toni prescrittivi nel commentarium di un blog, cioè in un luogo di confronto, mi sembra una scelta maldestra e inefficace.

  128. avatar alexpardi says:

    @redmambazo

    Grazie per il link corretto.

    Mi associo al commento di @wm4 sul video. Aggiungo che non so come avrebbero reagito i poliziotti italiani in una situazione analoga, ma aggiungo anche che a chi abbia vissuto Genova anche solo attraverso i media (è il mio caso) molto difficilmente verrebbe in mente di starsene inerme a un metro dai celerini e dire cose del genere…

  129. avatar Simone Regazzoni says:

    @ Wu Ming 2: può essere. Io credo che certe cose chiare, al di là di ogni analisi, vadano detto oggi “in tutti” i luoghi di confronto. Tutti. Altrimenti c’è il rischio che passino altri messaggi.
    Il confronto politico è fatto anche di prese di posizione. Essere prescrittivi contro la guerriglia in questa fase delle lotte è prendere parte al confronto con una posizione ben precisa.

  130. avatar Wu Ming 1 says:

    L’errore di fondo di Saviano, che quindi vanifica tutto il suo discorso, è credere che lo scontro sia stato opera di pochi facinorosi che hanno “traviato” chi protestava. Tutte le testimonianze dirette dicono che, al contrario, a un certo punto quel terreno è stato fatto proprio, condiviso, portato avanti da una vasta massa di manifestanti. Diverse migliaia, come minimo. Il problema non è quello dei pochi violenti vs. i molti pacifici, quella è una storiella consolatoria. La questione interessante da porre (e che qui è stata posta, e Girolamo ha puntualizzato ulteriormente) è la cornice in cui si inscrive una mobilitazione, è la differenza tra policentrismo e accentramento (il Grande Appuntamento Nazionale), è l’alternativa tra un uso della forza diversificato (come il 30 novembre) e una modalità unica che oscura le altre, etc. etc.
    Simone, un discorso prescrittivo (o una predica come quella di Saviano) manca clamorosamente il bersaglio, perché non fa che irrigidire la posizione criticata e “polarizzare” ulteriormente. Davvero, l’impressione di parlare ex cathedra è da evitare come la peste nera.

  131. avatar Simone Regazzoni says:

    @ Wu Ming 1: capisco benissimo, ti assicuro che capisco dannatamente bene, e avrei potutto scrivere quello che hai scritto tu. D’altra parte, come ti ho detto, la tua analisi la condivido.
    Ma, forse sbagliando, credo che in questo momento sia opportuno, anzi necessario proprio irrigidire la posizione criticata, polarizzarla e espungerla. Prima che produca metastasi. Anche a costo di una lacerazione interna. Ecco perché il tono prescrittivo.
    So benissimo che è una descrizione ingenua quella dei pochi cattivi vs buoni: ma non deve funzionare come descrizione, ma per mettere nell’angolo una parte che rischia davvero, se lasciata nuotare liberamente, di portare al suicidio la lotta.

  132. avatar mtbhs says:

    Purtroppo dopo aver letto articoli e commenti in rete dal 14, l’articolo di Saviano oggi su Repubblica non aggiunge nulla alla discussione. Anzi, rimane indietro nell’analisi. :(

  133. avatar Wu Ming 2 says:

    @alexpardi
    il 4 marzo 2001, a Gorizia, durante una manifestazione contro la frontiera Schengen, che (allora) tagliava in due la città, le tute bianche arrivarono a un centimetro dai poliziotti, si arrampicarono sui cellulari e ci ballarono sopra, per salutare i manifestanti sloveni dall’altra parte della recinzione. Vidi con i miei occhi un paio di ragazzi in divisa blu, schierati in assetto antisommossa, canticchiare “Curre curre guaglio’”, accompagnando il ritmo con piccoli ancheggiamenti.
    L’episodio è raccontato qui:

    http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap31.html

    Questo per dire che uno scenario simile non è più concepibile. Chi lo insegue, insegue un miraggio. Io allora ero ingenuamente convinto che le forze dell’ordine non ci massacrassero per motivi d’immagine: spaccare la faccia a uno che regge soltanto uno scudo protettivo è controproducente. Genova mi ha dimostrato che ero un coglione, e l’ho scritto subito (http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap1ns.html). Tra l’altro, si cita sempre Genova, ma in realtà il gioco delle parti tra guardie & ladri era già saltato in altre circostanze (a Brescia e a Napoli, le prime due che mi vengono in mente). Chi allora ci accusava di fare spettacolo e di metterci “d’accordo con gli sbirri” aveva ragione su un punto: certe pratiche sono possibili solo se è possibile una mediazione, il famigerato “gruppo di contatto”, la Digos, eccetera. Ma quando la risposta, in piazza, non è più politica, ma solo militare, allora lo scontro campale non ha senso, è sconfitta certa.
    Di quel marzo triestino, l’unico elemento che vorrei riproporre è la creatività: in due giorni ci inventammo un modo di salutare (pugno chiuso e mignolo alzato) che divenne contagioso, tenne banco sui giornali, attirò l’attenzione. Ancora una volta la sfida è fatta di narrativa e fantasia, non di muscoli.

  134. avatar tuco says:

    @wuming2

    non c’entra niente ma lo voglio raccontare lo stesso. io a gorizia ci sono nato e ci ho vissuto fino a 20 anni. negli anni ottanta attraversare quel confine e trovarsi immersi in un altro mondo era una via di fuga fantastica, per un adolescente.

    poi e’ arrivato l’ ’89, e davanti a quella stazione guarda un po’ cosa e’ successo, in un giorno di fine novembre. il “salvatore della patria”, il “compagno fini”….

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1989/11/23/gorizia-all-italia-eia-eia-alala.html

  135. avatar girolamo says:

    Vero, il tono ex cathedra è da evitare. Del resto, qualunque cosa dica Saviano, in qualunque modo lo dica, suonerà sempre ex cathedra – è un fatto (purtroppo, aggiungo). Però, pur nei limiti di chi non poteva essere là dentro e certe dinamiche non poteva coglierle, la parte finale del suo discorso è validissima. Capire che anche se ti fermi davanti a una camionetta a 1 Km da Montecitorio le tue parole d’ordine, le tue immagini, i titoli dei tuoi libri arrivano in tutto il mondo in tempo reale; che se la città la blocchi con i sit in e le occupazioni mordi e fuggi, come nei giorni scorsi, l’effetto è identico alla camionetta bruciata, è la semplicità che è difficile a farsi. Sulle mobilitazioni dei giorni scorsi la stampa non è riuscita a cucire il discorso del provocatore violento: perché era evidente persino ai servi dei servi che l’esplosione di protesta degli universitari era “empatizzata” da una vasta parte della popolazione. Su questo dato bisognava riflettere, e rilanciare azioni che ottenessero lo stesso effetto, non “alzare il livello di scontro”.
    Ultimo dato: la dinamica romanocentrica (anzi, se devo credere a quel che leggo altrove: piazzadelpopolocentrica) sta creando il piccolo mito del Poliziotto-severo-ma-buono: Manganelli, il capo della polizia, che riceve gli elogi di Maroni, ma anche di chi dice che in fondo non ha avuto bisogno di ammazzare nessuno. Con l’aria di governi di emergenza, solidarietà nazionale, tecnici e via dicendo, la figura del buon poliziotto (come il De Gennaro antimafia o il buon carabiniere Dalla Chiesa a loro tempo) rischia di essere un papabile ministro degli interni. Davvero un bel risultato!

  136. avatar JohnGrady says:

    @Simone Regazzoni: Condivido quello che ha scritto oggi Saviano su “Repubblica”

    Io no. Basta leggere [basta a chi non era lì, intendo] *qualunque* articolo o commento su blog, twitter ecc. per rendersi conto che le cose non sono andate come dice lui: fornisce una versione dei fatti inesistente. Basta un giro su Carmillaonline, per dire. La mia reazione davanti all’articolo è: no prediche, grazie.
    E poi non c’è solo Roma. A Cagliari quasi quattromila persone hanno paralizzato la città, le facoltà sono occupate. Non è successo nulla degno di finire nelle gallery di Repubblica.it, ma non vuol dire che non possa succedere se si dovesse radicalizzare il livello dello scontro.
    Ultima cosa: trattare da piagnoni e infami i fermati non fa onore a nessuno, anche se ha scritto Gomorra.
    I miei 2 cents.

    ciao,
    fab.

  137. avatar JohnGrady says:

    Ah, dimenticavo:

    si scrive “book bloc” e non book block, senza la K finale, o sbaglio? :-) [vedi predicozzo su repubblica.it]
    Ah, i bei tempi dei correttori di bozze. O forse sono i tempi dettati da Espresso/Repubblica [tempi da cronaca] che mal si conciliano coi tempi della narrazione meditata. Chissà.

  138. avatar quell’espressione un po’ così che abbiamo noi che abbiamo visto Genova… « Voglio vivere come se… says:

    [...] prevalenti nella discussione che come sempre dilaga in centinaia di commenti su Giap, dove anche Wu Ming dice la sua su Roma. Se devo scegliere una frase, quella che si è appiccicata subito alla testa è: Non si esce dalla [...]

  139. avatar Wu Ming 5 says:

    @ Girolamo e noi tutti

    boh, mi sembra che tutti noi si pretenda lucidità da una movimento in cui le componenti organizzate erano e sono minoritarie. Forse il livello su cui interrogarsi per ora è davvero “sociologico”, più che politico – e il richiamo all”efficacia” mediatica rientra, nel nostro tempo, pienamente in quest’ultima categoria.
    Ora una prefigurazione. Ritengo ogni voce e braccio che si leva contro questo stato-di-cose in ultima analisi positivo. Allargando la prospettiva, anche se tutti i passaggi tattici vengono mancati, ciò che conta ora è l’indicazione generale che alzare la testa è possibile. Se il movimento continuerà, alzare la testa diverrà doveroso. Se il movimento continuerà, inevitabilmente dovrà dotarsi di un pensiero e di una prospettiva politica. Allora forse i passaggi tattici non verranno fraintesi e le occasioni non verranno sprecate. Il nostro compito di quasi-vecchi implicati in svariate stagioni di lotta è solo trasmettere esperienza, nel modo più orizzontale possibile, ogni volta che ci verrà chiesto.

  140. avatar Wu Ming 5 says:

    @ John Grady

    Quindi, sulla lettera di Saviano, sono d’accordo con te.

  141. avatar mimmo says:

    Una domanda rivolta ai Wu Ming. Discutendo del video su polizia e popolo greco, passando per l’esempio goriziano, non ho capito cosa ci si auguri e cosa invece si pensi non possibile.
    Io capisco una cosa: quando un finanziere, a ridosso degli scontri, dopo essere stato picchiato da 20 persone, con la giacca bruciata da un fumogeno, parlando con una giornalista si lamenta dicendo come sia possibile fare quella vita per due lire, con la consapevolezza che un’altra uniforme gli verrà data in almeno 3 o 4 anni, bene, lì in quel momento capisco che forse si può lavorare ad altro, che forse è giunto il momento di cercare di rivivere certe stagioni che vedevano i fascisti lamentarsi della presenza eccessiva dei comunisti nell’esercito.
    Forse sono ingenuo, ma io in piazza a Roma ho visto molto ACAB e poco altro.
    Scusate, lo dico senza spocchia e col pudore che dovrebbe avere chi a Roma l’altro ieri non c’era.

  142. avatar Wu Ming 4 says:

    @ mimmo e in seconda battuta ad altri

    Grazie per l’assenza di spocchia da uno che l’altro ieri a Roma non c’era. E’ la stessa che pretendo da me stesso (e che suggerivo, inutilmente, a tutti).
    Giustamente tu fai riferimento a un passato italiano in cui era più facile – pasolinianamente – vedere nel celerino o nel carabiniere un proletario in divisa. Oggi mi sembra assai più complicato. Primo, perché l’identificazione di classe è venuta meno perfino tra gli stessi spossessati, figuriamoci tra chi milita in opposti schieramenti in piazza. Secondo, perché l’odio reciproco rispecchia e concentra in sé quello che l’intera società respira. Noi siamo le “zecche”, loro sono “all bastards”, in piazza come allo stadio. Come ricorda WM2, la disobbedienza civile protetta ha funzionato per una breve stagione, dieci anni fa, quando – complice un governo di centro-sinistra – era ancora possibile trattare sulla piazza con la Digos e contenere il livello degli scontri cercando di evitare che degenerassero in guerriglia aperta, con tutti i rischi che sappiamo. Quello schema saltò definitivamente a Genova nel luglio del 2001. Alla rappresentazione del conflitto (cioè a un conflitto a “bassa intensità”) venne sostituito il conflitto militare vero, al quale nessuno di noi era preparato. Furono i Carabinieri a gestire quel passaggio, con il placet dell’attuale eroe nazionale mancato Gianfranco Fini e la complicità della Polizia. Sono quindi d’accordo con chi dice che quella modalità oggi è irriproponibile, ma… posso essere io a giudicare dall’alto del mio fottuto senno di poi?
    Se lo facessi sarei due volte pretenzioso.
    Primo, perché giudicare dall’esterno e pretendere di fare distinzioni nette in eventi complicati e caotici come quelli del 14 a Roma è gratuito. Da fuori sono buoni tutti.
    Secondo, perché come scrive il mio socio WM5, pretendere un elevato grado di consapevolezza e autocontrollo da un movimento appena nato e composto da ventenni è un atteggiamento inutile quanto ogni paternalismo.
    E’ evidente che io che ero a Genova, in via Tolemaide, nove anni fa, so quali sono i rischi immediati e prossimi conseguenti a certi eventi. Li ho corsi tutti quei rischi, e non sono stato capace di arginare né il peggio “sul campo” né la dissoluzione del movimento “dopo”. Dunque quale cazzo di saggezza potrei cercare di spacciare a uno studente di oggi? Quali medaglie posso affiggermi al petto? Ho l’esperienza dalla mia, certo. Se crede di potersene fare qualcosa verrà a chiedere il mio parere, ma certo non sarò io a fare la figura del coglione, qui o in altra sede, sputando sentenze su ciò che lui/lei avrebbe o non avrebbe dovuto fare.
    Saviano scrive che la rabbia vera è “una caldaia che ti fa andare avanti, che ti tiene desto, che non ti fa fare stupidaggini ma ti spinge a fare cose serie, scelte importanti.” Considero Saviano un amico. Per questo quando scrive una cazzata posso dirglielo direttamente, senza essere scambiato per uno che abbia secondi fini. Ecco, quella che ha scritto è una cazzata. Nel migliore dei mondi possibili forse la rabbia è quella cosa lì, ma nella storia e nella nostra vita è ben diverso. Se gli operai licenziati e gli immigrati non sono ancora in rivolta come gli studenti, ma si limitano a salire sui tetti delle fabbriche e sulle gru, è perché sono ricattati dalla necessità di pagare un mutuo, di crescere i figli, di tenersi stretto un permesso di soggiorno. Ai giovani ai quali viene tolto il futuro, viene tolto semplicemente tutto in partenza e da perdere non hanno un cazzo, in Italia come in Inghilterra e in Grecia.
    E’ evidente a chiunque il rischio di una jacquerie in deriva distruttiva e che il problema è quello di immaginare altro. E’ stato scritto qui e altrove a chiare lettere. Ed è altrettanto evidente che ognuno di noi deve trovare la forza e la lucidità di reagire diversamente alla disperazione, che è la minaccia incombente su tutti. Ma certo negarla in quanto rabbia “sbagliata” o pensare di stigmatizzarne le manifestazioni fragorose lascia il tempo che trova. Quello che ci serve è capire come uscirne, come recuperare e costruire insieme una visione in grado di superare la disperazione dilagante. Personalmente se proprio dovessi prescrivere qualcosa a un novello reduce dagli scontri romani non troverei di meglio delle parole del vecchio Gandalf, che valgono per lui quanto per me: “Hai il dovere di adoperare tutta la forza, l’intelligenza e il coraggio di cui puoi disporre”.
    Tutto il resto fa parte della buona fortuna che dobbiamo trovare insieme.

  143. avatar Giacomo says:

    Per me la lettera di Saviano agli studenti è pessima. Ancora la favola dei black bloc, ancora il falso mito dei cattivi che rovinano tutto.
    Ma ha visto chi sono gli arrestati? Ma lo sa che Roma 2010 non è Genova 2001?
    La rabbia che monta si esprime anche in modo scomposto, ma dare degli idioti a chi subisce la repressione di un ordine costituito osceno come il nostro, non mi sembra affatto un buon contributo alla lotta e all’analisi della situazione.
    Tutto il contrario.

  144. avatar danae says:

    la rabbia, questa rabbia, è sana, è vitale, è persino necessaria.
    La protesta controllata perde di efficacia, si riduce a un lezioso balletto: vedete come siamo bravi? governiamo (un paese, un’azienda, un’attività commerciale, una compagnia aerea…) da far schifo, ma vi lasciamo protestare. Fin qui, però, mi raccomando! E voi, oh come siete bravi a protestare! tutti belli in ordine, vi fate questa bella passeggiata in centro e via! sì, bè, quel cartello… forse un po’ eccessivo… sì, bè, fate una giornata di sciopero, che bravi però! magari nei giorni seguenti recuperate le ore perse…
    Ecco, la magica parola: condivisione.
    La parola peggiore di questi ultimi anni di lotta, la panacea dei rapporti di lavoro. La condivisione. Ti sdereno, riduco a zero i tuoi diritti, ma te lo dico. Condividiamo.
    Ci sto facendo i conti, ci stiamo facendo i conti, in questi mesi, con i miei colleghi di lavoro, senza riuscire a venirne a capo. Proprio l’altro giorno abbiamo capito perché. Perché volevamo essere ragionevoli, accomodanti, pazienti con i nostri datori di lavoro. Inutile. E’ inutile.
    Magari non troppo muscolarmente, magari non troppo virilmente, ma a un certo punto è troppo impellente l’imperativo categorico (l’unico, grande, vero): basta! Ora, basta!

  145. avatar christo says:

    @Giangi @Wu Ming 1 @Wu Ming 4 @Luca @…

    Da 24 Hour Party People
    Tony Wilson: “The smaller the attendance the bigger the history. There were 12 people at the last supper. Half a dozen at Kitty Hawk. Archimedes was on his own in the bath”.

    Se non c’è Tutto in piazza, c’è la Sua rappresentazione (Dialettica, Desiderio, Frustrazione, Paesaggio, Potere Panteistico…)

    Ci hai vent’anni e ormoni incazzati, come sottrarsi?
    Ma anche dopo… (Giangi si sentiva a casa!)
    Per di più con la data e l’ora… l’appuntamento strombazzato…

    È Mezzogiorno di Fuoco a mezzogiorno.
    È il matrimonio tra Gemeinwesen e Zeitgeist allo Zenit.
    È l’estasi estetizzata nel momento.
    Poi è inevitabile perdersi il quadro per l’evento.
    Fissare la Singolarità Gravitazionale ignorando il Continuum tutto intorno, nello spazio e nel tempo.

    È il bug nella strategia quando la Buona Fortuna di Wm4 e L. si deve costruire «con pazienza, tenacia, metodo, lavoro, analisi, riflessione».
    Poi sei sul lato destro del campo – la palla con l’Elastico Invisibile alla caviglia – e decidi di lasciare la tua tre quarti per sessanta–metri–in–dieci–secondi, passo passo, oltre Beardsley, Reid, Butcher, Fenwick e Shilton, nel crescendo tellurico dell’Azteca di Città del Messico.

    Poi c’è l’Altra Fortuna? Quella del «momento in cui il talento incontra l’occasione»? Non sembra la stessa, o si? Luca l’ha tirata in mezzo, anche quella, con il giocatore d’azzardo che attende «per la stragrande maggioranza del tempo». Poi una maldestra palla spiovente di Steve Hodge nell’area di rigore presidiata da Peter Un–metro–e–ottantacinque Shilton. O 100 lire in testa ad Alemao.

    Sicuro niente paternalismi.

    [Ancora più OT. Ciao. Una marginale comparsata. Mi scuso in anticipo per la partecipazione scarsa. Un saluto a Luca (dati i contenuti, questo commento gli è ovviamente dedicato) e agli altri reduci, della guerra fredda e di altre (s)fortune.
    Ci si vede poco e mancate]

  146. avatar girolamo says:

    Anche la cazzata di Saviano (d’accordo con WM 4, e anche per me Saviano è un amico) è il sintomo, non il problema. È così che viene letta la giornata del 15 da chi non c’era. Sul piatto pieno della bilancia c’è un conflitto imprevisto, che forse comincia a fare paura (segnalo questo intervento di un altro amico, Gigi Roggero: http://uninomade.org/il-fuoco-della-conoscenza/); sul piatto vuoto, l’arretramento rispetto alla genialità di un movimento che nelle precedenti giornate aveva “giocato a zona” (ed anche il 14, in altre città: http://www.globalproject.info/it/community/Bari-La-rivolta-gioca-a-zona/6796). Intestardirsi attorno a Montecitorio avendo un’intera città da giocare, sapendo che sui media cmq ci si stava, come quando si erano occupati i monumenti (ed oggi ci si sta con la foto del furgone bruciato) ha significato lo sperpero del patrimonio di rabbia e intelligenza dei giorni scorsi.
    Resta che, se trovo geniale scendere in piazza con lo scudo-book bloc, non posso che pensare male della mazza da baseball; se penso che il movimento-monumento sia geniale perché apre al resto del mondo che vede la Torre di Pisa e il Colosseo occupati, non posso che pensar male dell’assedio in piazza del Popolo che chiude il globale dentro il locale, e ripropone il conflitto claustrofobico. La scelta non è sul momento, ma prima di scendere in strada: scelgo io il terreno, o gioco sul terreno del nemico? Chi ha visto la splendida Olanda del 1974 assediare a testa bassa il fortino tedesco, permettendo alla migliore difesa del mondo di fare catenaccione mentre mancavano gli spazi per i lanci di van Hanegem e i guizzi di Cruijff, sa la risposta.

  147. avatar tuco says:

    @ danae

    quel che dici sull’ inganno della “condivisione” e’ vero, ma non e’ una questione di “uso della forza- si’-no”. il problema e’ quello di individuare bene la controparte. io faccio il ricercatore, e negli ultimi anni, a partire dalla mobilitazione contro moratti, tutte le proteste (almeno in questa landa desolata, alla periferia di qualsiasi cosa) hanno sempre mirato ad ottenere il pronunciamento di qualche organo accademico contro le proposte governative. io non sono mai stato d’ accordo con questa impostazione, perche’ ho sempre avuto ben chiaro che la vera controparte non stava a roma, ma nell’ ufficio accanto al mio. e allo stesso tempo ho sempre pensato che la lotta contro moratti allora e contro gelmini adesso *fosse la stessa lotta* dei metalmeccanici che scioperavano per l’ articolo 18 allora, e dei precari che chiedono contratti decenti adesso. ma spiegare queste cose e’ “la semplicita’ che e’ difficile a farsi”.

  148. avatar jc says:

    Tanti spunti interessanti, per cui mi permetto di aggiungere un elemento.
    Due anni fa a Roma (il 14 novembre 2008), all’apice del movimento dell’Onda, ci fu una manifestazione studentesca che vide la partecipazione di decine di migliaia di persone (forse addirittura più di martedì). Quel momento arrivava dopo settimane di intensa lotta, cortei, blocchi metropolitani, in un contesto assolutamente nuovo per l’eterogeneità della composizione e dei metodi di lotta.
    Il corteo si riversò nelle vie del centro, passò di fronte a Montecitorio e tornò alla Sapienza dove iniziarono 3 giorni di assemblee molto partecipate. Si discusse di welfare, università, capitalismo cognitivo, e di tanto altro.

    Bene, Roma per l’Onda fu la fine del movimento. La famigerata legge 133 (o meglio, gli articoli contro i quali si protestava) non venne abrogata, e gli studenti tornarono ai loro studi delusi e frustrati.

    Quel 14 novembre 2008 si volse un corteo che in tanti, a partire da Saviano, avrebbero voluto rivedere martedì, ignorando il tema centrale della vittoria della lotta. Due anni fa 200 mila studenti pacifici non ottennero nulla, e il movimento (l’Onda, non il precipitato dell’Onda!) morì, dunque spiegateci, come si raggiunge la vittoria?

    Non ho risposte a questa domanda, ma bisogna tenere a mente la storia recente (anzi, recentissima) dei movimenti (e, ahimè, delle loro sconfitte) per cercare una risposta.



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Hanno detto di noi:

«Come facciano questi cani sciolti italiani a ottenere narrativa di tale potenza e complessità da un lavoro collettivo resta un enigma, ma possano i loro tamburi suonare a lungo.»
The Independent

«In letteratura, quattro cervelli messi insieme per scrivere un'opera fanno zero. Forse anche meno [...] Una macedonia di fumetti, vecchi film, spezzoni di fiction, sceneggiature ingiallite, elenchi telefonici stranieri, dipinti d'epoca e imitazioni di salgariani impazziti.»
Avvenire

«E poi, come diavolo scriveranno a dieci mani i favolosi cinque? Capitan Sovietico scrive un capitolo e SuperGuevara un altro? Oppure scrive tutto l'Uomo Maoista e gli altri fanno l'editing? »
Libero

«Come diceva Ernesto Calindri in un celebre Carosello anni Sessanta: "Dura Ming! Non dura, non può durare…".»
R. Chiaberge, Il Sole 24 Ore

«Non leggete L'eroe imperfetto di Wu Ming 4. Basta coi finti sperimentali.»
A. D'Orrico, Sette/Corriere della sera

«I Wu Ming stanno con Al-Qaida, il cui obiettivo siamo noi e fa di Hitler un dilettante. Fate sentire la vostra voce, i vostri valori. E, se credete, mandateli affanculo.»
Il Domenicale, giornale fondato
da Marcello Dell'Utri

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«Non credo che al lettore giovane importi un cazzo di ciò che Wu Ming racconta o narra. Queste, tuttavia, sono le uniche categorie di lettori: professoresse donne, interessate a romanzi che hanno come trama uteri asportati e poi, nel caso della narrativa di tendenza giovanile, indiani d’America che lanciano frecce al curaro nel buco del culo del coprotagonista.»
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«Venditori di inchiostro al dettaglio. I lettori di Wu Ming sono azionisti inconsapevoli di un’operazione più commerciale che culturale. I Wu Ming sono un'associazione a delinquere di stampo immaginario.»
Gian Paolo Serino, Il Giornale

«Asserviti al mercato. Leghisti col calamaio. Una parodia dell’antipolitica applicata alla letteratura. Una versione (postmoderna) dello zdanovismo, o una declinazione letteraria della battaglia ratzingeriana contro il "relativismo culturale".»

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Giap non è solo "il blog dei Wu Ming": è una comunità di lettori e scrittori. Qualcuno l'ha definito "una radio libera", altri lo descrivono come un punto di riferimento non solo culturale ma politico (nell'accezione più vasta del termine). Non sta a noi esprimerci su questo. Di sicuro, è un luogo del web dove si riesce a discutere. E a volte dalla discussione sono nati progetti concreti, sono partite "pratiche virtuose per il web".
Solo che gli anni passano, le vite si complicano e costa sempre più fatica, tempo e soldi gestire quest'enorme mole di attività. Sono centinaia di ore al mese. Lo facciamo per militanza, ma quando hai il fiato corto anche la militanza ne risente.
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Tutte le musiche ispirate ai nostri romanzi, da scaricare o ascoltare in streaming.
Yo Yo Mundi, Colle der Fomento, Mr. Phil, Klasse Kriminale, le chitarre dei Massimo Volume, Subsonica, Skinshout, Xabier Iriondo (Afterhours), Switters, Yu Guerra, le chitarre dei Nabat, Sikitikis, 2/9 dei Modena City Ramblers, Osteria Popolare Berica e tant* altr*.

I commenti più recenti

  • lacasinadelpittore { l'ho finito ieri (mi sono regalata mezza giornata di ferie solo per leggere) è bellissimo e ho ricominciato a leggerlo dall'inizio. in ordine sparso: come fa a sapere come ci... } – May 19, 9:07 AM
  • Wu Ming 2 { Intanto, lungo la linea tra Verona e il Brennero: http://notavtn.blogspot.it/2012/08/campeggio-no-tav-marco-rovereto.html } – May 19, 7:47 AM
  • Wu Ming 2 { Caro Luca, mi interessa tutto moltissimo. Gira pure la mia mail a chi ha fatto esperienze simili. Se poi con la newsletter della Compagnia riesci a dirottare qui o sulla... } – May 19, 7:42 AM
  • Wu Ming 2 { Molto interessante, grazie davvero. I luoghi del terremoto, il deposito gas e Fossoli (e i cippi partigiani tra Carpi e Correggio) mi sembrano tutte tappe da non perdere. } – May 19, 7:39 AM
  • Wu Ming 2 { Intorno alla metà di Aprile sono stato a Trento per il reading di Altai e ho visto che anche lì ci sono manifesti e volantini e scontri per un progetto... } – May 19, 7:36 AM
  • Wu Ming 2 { Grazie delle indicazioni, la cartografia resta una discreto problema. Sulle 50k è molto difficile studiare un percorso che non sia già segnato, mentre le IGM al 25mila sono vecchie come... } – May 19, 7:32 AM
  • deepwalker { Carissimo, il tuo progetto non può che essere condiviso, quindi ti auguro buon cammino e buoni incontri! Se ti interessa, io avevo - con la collaborazione di Anna, mia amica... } – May 19, 7:21 AM
  • piaoye { Ciao, maneggio un po' di cartografia e GIS e ho girovagato un po' tra la Val Nure, Piacenza, Lodi (dove ho abitato per parecchio tempo) e Milano (dove sono nato).... } – May 19, 2:29 AM
  • Anchise { Ciao, anche l'Appennino Ligure è purtroppo interessato dallo scempio del TAV, qua lo chiamano "Terzo Valico", dovrebbe collegare Genova a Tortona, quindi hai sia Appennino che pianura (e un sacco... } – May 19, 1:50 AM
  • bakaroo banzai { Parlando dell'Emilia occidentale e della Lombardia sud occidentale un percorso abbastanza ovvio, ma con echi affascinanti, potrebbe essere la via Francigena da Fidenza a Pavia e il navile pavese da... } – May 19, 12:17 AM
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