Chi racconta agli studenti che le #foibe sono come la Shoah? 5 domande al presidente della Toscana Enrico Rossi

Accanto a Giorgia Meloni, con gli occhiali neri, Giovanni Donzelli, consigliere di Fratelli d'Italia al Consiglio Regionale Toscano.

Il tizio con gli occhiali neri accanto a Giorgia Meloni è Giovanni Donzelli, rappresentante di Fratelli d’Italia al Consiglio Regionale Toscano. Questa storia comincia da una sua brillante pensata.

di Nicoletta Bourbaki (*)

Il 10 febbraio 2016 il consigliere Giovanni Donzelli, eletto tra le fila di «Fratelli d’Italia», ha presentato presso il Consiglio Regionale toscano una mozione in cui si affermava:

«Nell’ambito delle iniziative del Giorno della Memoria, dedicato al ricordo delle vittime dello sterminio nazista, la Regione Toscana promuove la partecipazione al “Treno della Memoria”, un viaggio di studio di cinque giorni ai campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau;
La Regione Toscana non risulta promuovere attività similari anche per il ricordo delle vittime degli esuli istriani, fiumani e dalmati;La foiba di Basovizza è un inghiottitoio che si trova in località Basovizza, nel comune di Trieste, nella zona nord-est dell’altopiano del Carso dove furono gettati numerosi italiani trucidati dai partigiani jugoslavi, e che nel 1992 il presidente delle Repubblica Italiana Oscar Luigi Scalfaro ha dichiarato monumento nazionale;
Risulta importante superare storiche contrapposizioni che ancora oggi non permettono una responsabile presa d’atto della storia e impediscono la creazione di una memoria nazionale comune e condivisa;
Tutto ciò premesso,
SI IMPEGNA LA GIUNTA REGIONALE
Promuovere l’inserimento del Monumento Nazionale e della Foiba di Basovizza all’interno dell’itinerario del Treno della Memoria per la motivazione sopra riportata;
Rinominare l’iniziativa “Treno della Memoria” in “Treno della Memoria e del Ricordo”»

Treno della Memoria e del Ricordo. Foibe e Shoah sullo stesso piano. Che titolazione deliziosamente bipartisan, che ardita vetta del post-ideologico, che dolce naufragio nel quieto mare della «memoria nazionale comune e condivisa».

Già la memoria… è così comodo parlare di memoria. Le memorie sono labili, variabili; sono tutte egualmente basate su filtri, rimozioni, sentimenti, punti di vista. E quindi passato qualche decennio, quando non si sente più nell’aria l’odore della polvere da sparo, quando i corpi dei caduti, e spesso anche quelli dei testimoni, giacciono nei cimiteri, quando le lacrime si sono asciugate, le si può pure condividere. Perché no?

1. No, non è tutto «come la Shoah!»

Il consigliere regionale toscano Giovanni Donzelli (Fratelli d'Italia)

Donzelli senza gli occhiali neri.

Il problema è la storia. Eh sì, la perfida, cinica e fredda storia, basata sui numeri, sui fatti, sui documenti, e soprattutto su un impertinente «metodo critico», come lo chiamava lo storico e partigiano Marc Bloch.

E cosa ci dice la perfida, cinica e fredda storia se la interroghiamo sulla parificazione tra Shoah e foibe?

Beh, la storia, con i suoi freddi e per nulla bipartisan numeri, ci dice che le vittime della Shoah furono 6 milioni: uomini e donne, bambine e bambini, persone anziane, persone malate, di tante provenienze, uccise solo perché ritenute «di razza inferiore»; ovvero, nella maggior parte dei casi, persone che non avevano fatto nulla che potesse renderle «il nemico» per i nazifascisti, se non essere nate.

E le foibe? In realtà con questo termine si intendono le cavità carsiche nelle quali nel corso della seconda guerra mondiale e subito dopo vennero gettati un gran numero di cadaveri, non solo quelli di persone giustiziate, ma anche quelli di caduti in combattimento, a qualunque schieramento appartenessero (cfr. J. Pirjevec, Foibe, una storia d’Italia, Einaudi, Torino 2009).

La parola è entrata nel linguaggio comune italiano per indicare le uccisioni commesse nel Litorale adriatico dai partigiani jugoslavi. In realtà occorre distinguere tra le «foibe istriane» – ovvero le uccisioni di centinaia di fascisti, o più in generale di appartenenti alla borghesia locale (circa 500 persone), perpetrate nel corso della sollevazione popolare istriana successiva all’8 settembre 1943 – e i più numerosi infoibamenti successivi alla fine della guerra nella primavera del 1945.

Ma diamo la parola al testo «Relazioni italo-slovene 1880-1956», la relazione approvata all’unanimità il 27 giugno 2000 dalla Commissione storico-culturale italo-slovena, costituitasi nel 1993 sotto l’egida dei ministeri degli esteri dei due paesi e formata da storici italiani e sloveni (consultabile qui).

Dopo aver liberato il Litorale adriatico dai nazifascisti, l’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo mise in atto (sottolineatura nostra)

«un’ondata di violenza che trovò espressione nell’arresto di molte migliaia di persone – in larga maggioranza italiane, ma anche slovene contrarie al progetto politico comunista jugoslavo – , parte delle quali vennero a più riprese rilasciate; in centinaia di esecuzioni sommarie immediate – le cui vittime vennero in genere gettate nelle “foibe” –; nella deportazione di un gran numero di militari e civili, parte dei quali perì di stenti o venne liquidata nel corso dei trasferimenti, nelle carceri e nei campi di prigionia (fra i quali va ricordato quello di Borovnica), creati in diverse zone della Jugoslavia.
Tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra ed appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l’impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell’avvento del regime comunista, e dell’annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo.»

Dunque i morti nelle foibe sono centinaia, non milioni. Furono in tutto alcune migliaia le vittime della repressione messa in atto dal regime jugoslavo se si comprendono in questa cifra anche coloro che morirono di stenti e malattie nei campi di prigionia (esperienza del resto comune: i prigionieri di guerra morivano anche nei campi americani, inglesi, francesi).

Dacché siamo in zuccherosi tempi post-ideologici, facciamo pure come hanno fatto nel loro libro Foibe Raoul Pupo e Roberto Spazzali: mettiamo tutti sullo stesso piano, gli infoibati veri e propri e chi morì di stenti. Secondo Pupo – le cui cifre riteniamo notevolmente approssimate all’eccesso – si tratta di circa 4-5000 «scomparsi». Prendiamo queste cifre perché sono le più alte tra quelle che è possibile prendere in considerazione senza entrare nel campo della pura e semplice fantascienza.

Se si volesse insistere con questo accostamento, la fredda e cinica storia ci suggerirebbe coi suoi numeri un macabro esercizio di matematica elementare e di «memoria condivisa». Se la Shoah e le foibe sono sullo stesso piano e nella Shoah sono morti 6 milioni di persone mentre le vittime della repressione jugoslava sono al massimo 5000, quante vittime della Shoah servono perché la loro memoria valga quanto quella di un “infoibato”?

Il ritornello «tutti i morti sono uguali» si trasforma, quando si tralasciano le dimensioni e il contesto dei fenomeni, in « alcuni morti sono più uguali degli altri».

L’equivalenza tra foibe e Shoah tanto cara ai neofascisti e ai loro complici «democratici» nasce dall’affermazione che le truppe jugoslave avrebbero ucciso delle persone «in quanto italiane», esattamente come i nazisti avevano ucciso delle persone «in quanto ebree». Ma si tratta di un ritornello propagandistico, senza alcuna valenza storiografica. L’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo – compresi i non pochi partigiani italiani in esso inquadrati – arrestò e in diversi casi uccise persone «contrarie al progetto politico comunista jugoslavo», qualunque fosse la loro appartenenza nazionale.

Naturalmente nessuno intende giustificare queste uccisioni, in molti casi assolutamente sommarie, ma è doveroso ricordare che i bambini infoibati esistono solo nell’immaginazione malsana dei propagandisti di destra e che la larghissima maggioranza dei casi interessò appartenenti agli eserciti nazifascisti o loro collaboratori. Recentemente anche il Corriere della Sera si è accorto che ben 300 «martiri delle foibe» decorati dalla Repubblica Italiana dopo l’istituzione del «Giorno del Ricordo» nel 2004 erano in realtà combattenti nelle formazioni repubblichine e collaborazioniste, alcuni dei quali si erano anche macchiati di efferati crimini di guerra.

Vale qui la pena di ricordare non solo le angherie e le persecuzioni messe in atto dai fascisti contro il movimento operaio e le popolazioni croate e slovene nei vent’anni del loro regime, ma anche la sanguinaria occupazione della Jugoslavia dopo il 1941 e la collaborazione con i nazisti dopo l’8 settembre 1943, quando di fatto il Litorale adriatico venne incorporato nel Terzo Reich. A Trieste fu attivo l’unico lager presente sul suolo italiano dotato di forno crematorio, quello della Risiera di San Sabba, dove morirono 5000 persone. Allo sterminio della locale comunità ebraica contribuirono inoltre non poco le delazioni di tanti «bravi triestini» (cfr. S. Levis Sullam, I carnefici italiani, Feltrinelli, Milano 2015).

Fu l’arrivo a Trieste dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo a mettere fine a tutto questo. L’EPLJ sostenne la parte decisiva dei combattimenti che portarono alla liberazione di Trieste.

Certo, la liberazione coincise, come si è detto, con l’inizio di una resa dei conti contro i fascisti e i collaborazionisti finalizzata a preparare l’ingresso di Trieste e dell’intero Litorale nella neonata Jugoslavia socialista.
Certo, tra coloro che vennero uccisi dopo la liberazione a Trieste e in Istria non mancarono le vittime di vendette personali assolutamente innocenti, né coloro che si ritrovarono a pagare, in modo del tutto sproporzionato alle proprie colpe individuali, il fatto di aver terminato la guerra con la divisa sbagliata indosso.
Non mancarono neppure uccisioni di partigiani italiani anticomunisti. Del resto, sebbene non venga mai ricordato, c’erano stati partigiani comunisti uccisi da partigiani di estrazione cattolica e “badogliana”.

Tutto ciò va calato nel contesto del tempo. I comunisti jugoslavi imponevano con la violenza il loro regime? Certo, esattamente come facevano i monarchici greci sostenuti dagli angloamericani. Erano i prodromi della «guerra fredda».

Vi è però un’altra costruzione narrativa da sfatare, quella del legame tra le foibe e la partenza dalla loro terra di più di 200.000 dalmati, istriani e giuliani, la stragrande maggioranza della popolazione italofona di quelle terre, ma anche di decine di migliaia di sloveni e croati. «Scappavano perché se no li infoibavano, era una pulizia etnica», ci dicono.
Una pulizia etnica un po’ strana, vista la lunga durata: l’esodo andò avanti sino all’inizio degli anni ’60. Se fuggivano dalla morte certa, non avrebbero dovuto scappare in massa e in un tempo assai più breve, come avevano fatto i tedeschi davanti all’avanzata dell’Armata Rossa e alle vendette di polacchi e cechi?
Andrebbe poi conciliato con l’idea di «pulizia etnica» il fatto che in Jugoslavia rimasero decine di migliaia di italiani, si continuarono a pubblicare giornali in italiano, c’erano radio e – più tardi – tv che trasmettevano in italiano.

esodi

Sviluppo degli esodi secondo le rivelazioni statistiche dell’Opera Assistenza Profughi Giuliano-Dalmati. Grafico del 1958 tratto da: AA. VV., Storia di un esodo, IRSML, Trieste 1980, p. 572.

Forse capiamo meglio l’esodo se abbandoniamo l’immaginario foibologico e lo caliamo nel contesto in cui avvenne: ovvero quello della creazione e del consolidamento del regime jugoslavo, un regime politicamente repressivo ed economicamente fragile. Ci fu chi scappò subito per paura di essere ammazzato (di solito chi era compromesso con il fascismo); ci fu chi se ne andò perché vittima di persecuzioni e discriminazioni politiche o religiose, perché anticomunista o perché comunista ma nel «modo sbagliato» (dopo la rottura di Tito con Stalin nel 1948); ci fu chi se ne andò perché gli avevano espropriato i beni immobili o perché vide messo sotto attacco dal nuovo regime il suo ruolo sociale (possidenti, sacerdoti, insegnanti…) e chi lo seguì perché lo considerava un imprescindibile punto di riferimento; ci fu chi se ne andò perchérestando dal lato sbagliato della frontiera avrebbe perso il proprio posto di lavoro a Trieste, e chi pensò che avrebbe potuto trovare maggiori opportunità e benessere in Italia anziché in Jugoslavia.

Insomma, anche allora come oggi era impossibile distinguere tra «profughi» e «migranti economici» e solo se abbandoniamo l’immaginario horror e gli slogan sull’«italianità» possiamo afferrare tutte le molteplici e complesse ragioni di un esodo lungo decenni. Per approfondire consigliamo: AA.VV. Storia di un esodo, Istria 1945-1956, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione, Trieste 1980.

Sia chiaro che non ci importa nulla di fare la difesa d’ufficio dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo né del – più o meno «sedicente», a seconda dei punti di vista – socialismo jugoslavo. Quello che ci preme è ristabilire un semplice ordine di grandezza: 5.000 morti non sono 6 milioni e uccidere i propri nemici, in molti casi gente che fino al giorno prima ti ha sparato addosso (e magari ti ha pure bruciato casa o violentato la moglie), non è lo stesso che infilare uomini, donne e bambini nelle camere a gas.

Mettere le due cose sullo stesso livello non è la peggiore offesa, la peggiore banalizzazione che si possa fare della tragedia della Shoah? A questo punto infatti qualunque atto di violenza diventa «come la Shoah!».

2. Le amnesie della «memoria condivisa»

Ma in fondo perché scaldarci tanto? La mozione di Donzelli è quella di un consigliere di minoranza, è stata presentata nel consiglio regionale toscano. Può la maggioranza di centrosinistra di tale nobile consesso tollerare un simile stravolgimento della storia? Tale offesa alla memoria della Shoah? No di certo!

E se magari qualche consigliere democratico dovesse esitare per ignoranza o opportunismo, c’è da star certi che interverrebbe lui. Lui, il vendicatore degli oppressi della «sinistra» PD. Lui, il Corbyn italiano. Lui, l’impavido oppositore alle derive centriste e liberiste del renzismo. Lui, il governatore della Toscana, Enrico Rossi.

E invece…

E invece sul sito del consiglio regionale toscano si può leggere un comunicato stampa datato 20 aprile 2016:

«L’aula ha detto sì con voto unanime, dopo l’approvazione di diversi emendamenti presentati dal Pd, alla mozione del capogruppo FdI Giovanni Donzelli su iniziative della Regione per il Giorno del Ricordo. Nell’atto si impegna la Giunta a “promuovere iniziative istituzionali tese a valorizzare il Giorno del Ricordo, compresa l’organizzazione, con cadenza biennale, di un viaggio di studio per gli studenti toscani al Monumento Nazionale e della Foiba di Basovizza, dichiarata monumento nazionale nel 1992 dal presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro”.
Il consigliere Simone Bezzini ha espresso il voto favorevole del Pd, in seguito ad una serie di emendamenti. Tra questi, l’inserimento di un richiamo al titolo primo dello Statuto toscano, sui cui principi la Regione fonda la propria azione, e alla necessità di individuare un programma di iniziative compreso un viaggio».

Al clima di «concordia nazionale» non si è sottratta neppure la sedicente (si, stavolta ci sta tutto) «estrema sinistra»:

«Voto favorevole anche da Paolo Sarti (Sì-Toscana a sinistra) con un se: “Mi sembra – ha detto il consigliere – che non ci sia l’intento di mettere insieme tutta la Memoria, come sarebbe giusto”».

Il consigliere di SI-Toscana a Sinistra Paolo Sarti. Anche lui ha votato per il Treno del Ricordo.

Il consigliere di SI-Toscana a Sinistra Paolo Sarti. Anche lui ha votato per il Treno del Ricordo.

Già il comunicato stampa ufficiale e lo streaming della seduta del consiglio consentivano di farsi un’idea in merito ai contenuti. Poi abbiamo letto il testo approvato nella sua versione integrale. L’equazione Shoah-foibe appare stemperata rispetto a quanto scritto nella mozione di Donzelli: non vi sarà più un un unico treno «della Memoria e del Ricordo», ma due treni separati, di cui uno partirà con cadenza biennale e porterà gli studenti toscani  a Trieste per visitare la Foiba di Basovizza.

Tuttavia, rimane intatta l’originaria impostazione nazional-vittimista e da memoria condivisa. Naturalmente il programma del viaggio d’istruzione è ancora tutto da definire, ma intanto si stabilisce che la sua meta sarà la Foiba di Basovizza, e il capoverso su Basovizza è rimasto identico a quello proposto da Donzelli: le vittime sono generici «italiani», i carnefici sono «partigiani jugoslavi». La logica di fondo è chiaramente enunciata: «considerato che» si va ad Auschwitz e Birkenau, bisogna andare anche a Basovizza.

Ma perché solo là? Ricordiamo che a Trieste c’è anche la Risiera di San Sabba, l’unico lager presente sul suolo italiano dotato di forno crematorio. Non merita di essere visitata anche quella? Temiamo rimanga da sperare solo nella sensibilità degli insegnanti che accompagneranno i ragazzi o in chi organizzerà il programma del viaggio, perché purtroppo per quanto riguarda la comunicazione mainstream e la politica ormai nessuno pare ricordarsi che Trieste è la città che ospita l’unico lager con forno crematorio entro i confini italiani. Ormai nell’immaginario collettivo quando si parla di «luoghi della memoria» a Trieste siamo persino oltre la parificazione tra foibe e Shoah: siamo alle foibe che cancellano la Shoah.

Trieste, la Risiera di San Sabba.

Trieste, la Risiera di San Sabba.

Ma che cos’è questa foiba di Basovizza? Sul sito del monumento possiamo leggere:

«La cosiddetta “Foiba di Basovizza” è in origine un pozzo minerario: esso divenne però nel maggio del 1945 un luogo di esecuzioni sommarie per prigionieri, militari, poliziotti e civili, da parte dei partigiani comunisti di Tito, dapprima destinati ai campi d’internamento allestiti in Slovenia e successivamente giustiziati a Basovizza».

foibepirjevecNon è questo il luogo in cui approfondire la storia della foiba-non foiba di Basovizza, ma è il caso di ricordare che l’affermazione secondo la quale quel luogo fu teatro di esecuzioni di massa è nettamente contestata da autorevoli studi e ricerche, tra i quali il documentatissimo testo dello storico Jože Pirjevec, Foibe, una storia d’Italia, che abbiamo menzionato prima.

Di certo di lì, e nessuno può dimostrare il contrario, non sono mai state estratte le 1000 o 2000 salme che si pretende vi siano state fatte precipitare.

Chi farebbe da guida in quel luogo agli studenti toscani? Sempre secondo il sito

«Il Circolo della Lega Nazionale organizza, per le scuole in gita scolastica a Trieste (ma anche per chiunque, associazioni, agenzie di viaggio o altri, ne facesse richiesta), una visita accompagnata alla Foiba di Basovizza, Monumento nazionale».

Dunque la visita alla foiba-non foiba sarà accompagnata non da operatori didattici di un museo o di un’istituzione culturale, ma dai membri di un’associazione che come afferma il suo sito «vive e lavora nella difesa dell’italianità di Trieste e di tutta la Venezia Giulia».

In realtà la Lega Nazionale, fondata nel 1891, è una specie di dinosauro ancora in vita, un rimasuglio dei tempi dell’agitazione irredentista contro l’Austria-Ungheria che trovò nuove ragioni di esistenza nella lotta contro slavi e comunisti. Oggi che non ci sono più Cecco Beppe e il Maresciallo Tito a minacciare «l’italianità» di Trieste il loro nemico è  «il bilinguismo», ovvero la possibilità esecranda che in una città abitata anche da popolazione slovena si possa leggere sui cartelli la scritta «Trst» accanto a «Trieste» e che a una parte degli assunti negli uffici pubblici venga richiesta la conoscenza sia dell’italiano che dello sloveno.

Per chi non lo sapesse è il caso infatti di ricordare che a Trieste e in buona parte della Venezia Giulia abita, e da più di un millennio, una importante porzione di popolazione di lingua slovena. La Lega Nazionale si batte in sostanza perché a queste persone non vengano riconosciuti gli stessi diritti che   dal 1972 sono garantiti alla popolazione germanofona dell’Alto Adige/Südtirol, perché continuino a gravare su di loro gli ultimi rimasugli delle pratiche discriminatorie del fascismo.

I quattro antifascisti fucilati a Basovizza il...

I quattro antifascisti fucilati a Basovizza il 6 settembre 1930: Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Alojz Valenčič e Zvonimir Miloš.

Le posizioni della Lega Nazionale hanno certo il loro peso nel determinare quale sia la narrazione della storia messa in campo dai soci dell’associazione per le scolaresche che visitano la foiba-non foiba di Basovizza. Notiamo ad esempio che il sito del monumento nazionale non spreca una sola parola per ricordare che non molto lontano da lì vennero uccise anche alcune vittime del regime fascista. Il 6 settembre 1930 infatti vennero fucilati a Basovizza quattro giovani antifascisti sloveni: Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Alojz Valenčič e Zvonimir Miloš.
Quanti di coloro che hanno votato la mozione di Donzelli, sia pur stemperata da qualche emendamento, nel consiglio regionale toscano sanno del loro sacrificio?
Quanti sanno di quello che doveva subire la loro gente sotto il fascismo? Delle violenze, delle umiliazioni, delle decine e decine di migliaia di persone di lingua tedesca, slovena e croata che durante il regime fascista scelsero di andarsene dalla loro terra perché vivervi era per loro diventato impossibile? Del fatto che tra il 1918 e metà degli anni ‘20 tutte le scuole slovene, croate e tedesche della Venezia Giulia vennero chiuse? Che a circa mezzo milione di persone venne imposto di italianizzare il nome o il cognome? Quanti sanno di Lojze Bratuž, ammazzato dai fascisti facendogli bere olio da motore perché colpevole di dirigere un coro di chiesa che cantava in sloveno? (cfr. Piero Purini, Metamorfosi etniche: i cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria : 1914-1975, Udine: Kappa Vu, 2014).

Bratuz

Lojze Bratuž, italianizzato in Luigi Bertossi. Morto a Gorizia nel 1937 a soli trentaquattro anni. Una squadra fascista lo sequestrò e gli fece bere a forza olio da motore. Il giorno della sua morte, gli amici si radunarono di fronte all’ospedale e cantarono una canzone slovena (gesto proibito dal fascismo), poi fuggirono per non subire violenze a loro volta.

Quanti sanno che un milione di Jugoslavi su 15 milioni morirono a causa dell’aggressione e dell’occupazione nazifascista del loro paese?
Quanti sanno delle fucilazioni sommarie commesse dal Regio Esercito in Slovenia?
Quanti sanno del campo di concentramento italiano di Gonars, in Friuli, o di quello dell’isola di Arbe/Rab? Quest’ultimo era destinato ai familiari dei resistenti jugoslavi, tra cui molti bambini. Vi morirono 1400 internati su circa 10.000, una mortalità più alta di quella di Buchenwald in un campo di concentramento gestito da «italiani brava gente» (si veda per approfondire Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. Torino: Einaudi, 2006).

Evidentemente nessuno sa nulla di tutto questo, altrimenti non avrebbero votato la mozione proposta da Donzelli, che con spocchia e retorica ha affermato

«Sarebbe bello come punto di arrivo – ha detto Donzelli – trovare una memoria condivisa e un sistema per non dividere gli eccidi. Mi accontento di un primo passo, accolgo gli emendamenti del Pd e li ho firmati con l’obiettivo, che è prioritario, di consentire alle scuole un viaggio per ripercorrere quello che è successo agli italiani in quei territori».

«Agli italiani di quei territori»… E le altre popolazioni che abitavano negli stessi posti?
Beh, si fottano loro e i loro morti, tanto son s’ciavi, mica italiani.

3. Una modesta proposta

Qualcuno starà già pensando «eccoli qui i soliti komunisti… sempre pronti a censurare il ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo». Al contrario, noi pensiamo che la storia del confine orientale vada raccontata a tutti perché è la storia di una realtà locale meticcia, abitata da popolazioni con lingua e cultura diversa che si erano mescolate e avevano convissuto per secoli finché l’affermarsi dei nazionalismi e delle «sacre frontiere» non distrusse la loro vita.

Ma appunto ci piacerebbe che venisse raccontata la storia.

Non è che qui, a forza di giorni della memoria e del ricordo, stiamo allevando una generazione che in realtà non sa più nulla di storia?
Non credete che a forza di sentire solo le varie «memorie», siano quella dell’ANPI o quella della Lega Nazionale, i ragazzi si stiano facendo l’idea che in fondo il passato è inconoscibile perché tanto «ognuno te lo racconta come pare a lui»?
Non è forse venuto il momento di educare, oltre che alla memoria, alla lettura critica delle fonti, al vaglio dei documenti storici?
E non pensate sia il caso di farlo fare a chi ha maturato titoli di studio e competenze professionali adeguate, anziché a volontari scelti sulla base dell’affiliazione ideologica a questa o a quella associazione?

Lo sappiamo bene che anche chi lavora nelle istituzioni culturali «è di parte», siamo i primi a dire che il conflitto è ovunque. Ma un conto è un conflitto sul terreno razionale della storia, luogo ideale dove il confronto e lo scontro portano ad una maturazione e ad un accumularsi di competenze; altra cosa è il conflitto sul terreno per forza di cose puramente sentimentale della memoria dove tutto si riduce all’accettare o rifiutare un senso di appartenenza.

Non crediamo che vi sia bisogno di allevare i credenti di qualche tipo di «religione laica», sia essa patriottica, costituzionale o putacaso anche rivoluzionaria. C’è bisogno piuttosto di diffondere un abitudine all’analisi critica e razionale, alla capacità di cogliere la complessità del reale.

Per questo segnaliamo tutta la pericolosità di un pellegrinaggio pattriottico-vittimistico sulla foiba-non foiba di Basovizza mentre sarebbe assai utile un vero viaggio di istruzione sul confine orientale.

Non occorre inventarsi nulla, esistono già percorsi didattici progettati da istituzioni culturali che trattano il tema.  Ad esempio ci permettiamo di suggerire la lettura dell’interessante libretto «Un percorso tra le violenze del Novecento nella provincia di Trieste», edito nel 2006 dall’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia e liberamente scaricabile qui.

Questo testo, che a differenza del sito della foiba-non foiba è sia in italiano che in sloveno, propone un percorso attraverso una serie di luoghi la cui storia viene brevemente descritta. Questi luoghi delle violenze del Novecento sono afferenti alle diverse memorie e alle diverse storie: vi è compreso quello in cui aveva sede il giornale «Il Piccolo», devastato da una folla inferocita allo scoppio della guerra con l’Italia nel 1915; quello in cui sorgeva il «Narodni Dom», la sede dell’associazionismo politico e culturale croato e sloveno dato alle fiamme dai fascisti; il cippo per gli antifascisti fucilati a Basovizza; la Sinagoga; via Ghega, dove i nazifascisti impiccarono decine di partigiani; la risiera di San Sabba; i villaggi sloveni di Caresana e Malchina, che subirono prima lo squadrismo fascista e poi fucilazioni, deportazioni e incendi ad opera dei nazisti e dei loro collaboratori locali; la foiba di Basovizza; Via Imbriani, dove le truppe jugoslave spararono su una manifestazione che rivendicava l’appartenenza di Trieste all’Italia, anche se il numero delle vittime è controverso; il «Centro Raccolta Profughi» di Padriciano, e infine Piazza Sant’Antonio e Piazza Unità d’Italia, dove nel 1953 i nazionalisti italiani si scontrarono con la polizia del Governo Militare Alleato (GMA) riportando alcuni caduti.

23 aprile 1944. La tromba delle scale di Palazzo Rittmeyer, via Ghega, Trieste, coi 51 ostaggi impiccati dai nazifascisti.

Trieste, 23 aprile 1944. La tromba delle scale di Palazzo Rittmeyer, via Ghega, coi 51 ostaggi impiccati dai nazifascisti.

Il libretto è una summa di contributi di diversi storici: Angelo Visentin, Anna Maria Vinci, Raoul Pupo, Tristano Matta, Silvia Bon, Marina Rossi e Aleksej Kalc.

Naturalmente non condividiamo affatto molte delle cose che sono scritte in alcuni di questi contributi, che reputiamo condizionate da una visione orientata a sottolineare le motivazioni politico-nazionali dei fenomeni e spesso troppo succube delle narrazioni del nazionalismo italiano (come quando Raoul Pupo racconta le vicende Foiba di Basovizza). Il nostro dissenso rispetto a molte delle posizioni e delle chiavi interpretative egemoni all’interno dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia è del resto notorio e assai netto.

Ciò non toglie che questo testo suggerisca se non altro un approccio alla storia di Trieste più sensato rispetto alla pura mitologia nazionalista o sostanzialmente neofascista della Lega Nazionale, che – è bene ricordarlo – è guidata da gente che in questi termini si esprime su antifascismo e resistenza:

La divulgazione didattica inevitabilmente deve basarsi su quanto elaborato dalle istituzioni culturali di un territorio ed è da questo che occorre partire, perché qualunque siano i suoi limiti e le sue parzialità è sempre meglio della pura e semplice «religione della patria» trasmessa dai vecchi arnesi del nazionalismo.

Insomma, potrebbe essere interessante per gli studenti toscani svolgere il percorso indicato in «Un percorso tra le violenze del Novecento nella provincia di Trieste», magari sotto la guida di personale dell’Istituto   regionale per la storia del movimento di liberazione. A patto naturalmente di fare un’esperienza simile anche dall’altra parte del confine. Poiché infatti, già che si sta parlando di un viaggio sul confine orientale perché non arrivare sino all’isola di Rab per visitare il cimitero-sacrario che sorge dove vi era il lager italiano in cui morirono più di 1.400 persone, in massima parte donne e bambini?

Se non ci si volesse spingere sino a Rab si può visitare il sacrario memoriale del campo di Gonars (Udine), dove morirono circa 500 internati su 7000.

lettera_da_Gonars

Per le scolaresche tedesche la visita ai campi di sterminio nazisti è una tappa obbligata del proprio percorso formativo, perché le classi italiane non sono tenute a visitare i campi di concentramento fascisti?

Inoltre potrebbe essere utile una visita ai musei sloveni o croati, ad esempio al museo della storia contemporanea di Lubiana, oppure con le istituzioni della minoranza slovena in Italia, quali la Biblioteca Nazionale Slovena di Trieste.

Come si può infatti parlare della storia di una terra di confine senza confrontarsi con il punto di vista di tutti i popoli che quella terra la abitano da secoli?

O si fa così, oppure si dimostra di condividere ancora le parole fatte incidere da Mussolini sul Monumento alla Vittoria di Bolzano: «HIC PATRIAE FINES SISTE SIGNA HINC CETEROS EXCOLVIMVS LINGVA LEGIBVS ARTIBVS» . Qui sono i confini della patria, pianta le insegne! Di qui educammo gli altri alla lingua, alle leggi, alle arti.

4. Alcune domande, signor Presidente…

Abbiamo spiegato perché riteniamo una offesa alla verità storica e alla memoria delle vittime del nazifascismo la mozione proposta da Donzelli al consiglio regionale toscano. Abbiamo spiegato come, nonostante gli emendamenti proposti dalla maggioranza, quanto  votato dal consiglio mantenga purtroppo buona parte dell’iniziale impronta nazionalista e revanscista. Abbiamo anche proposto una alternativa al pellegrinaggio patriottico-vittimistico che riteniamo più equilibrata e formativa.

Enrico Rossi

Il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi.

La nostra impressione è che nonostante la distinzione tra i due treni, quello che porterà gli studenti a visitare i campi di sterminio nazisti e quello che li porterà sulla foiba di Basovizza, rimanga sempre, sottotraccia, l’ equazione foibe = Shoah, una falsificazione della storia palese. Forse sarebbe opportuna una parola chiara ed un intervento su questo argomento da parte di chi ha la principale responsabilità di governo sulla regione toscana, il presidente Enrico Rossi. Non basta infatti non dire, abbozzare, rabberciare le cose con qualche emendamento, come ha fatto la maggioranza in consiglio regionale.

Dacché si è deciso di dedicare al ricordo delle foibe un’iniziativa analoga a quella che si tiene per ricordare le vittime della Shoah vorremmo infatti chiedere al Presidente Rossi una posizione netta sul tema.

1. Presidente, pensa sia corretto ricordare le foibe e la Shoah allo stesso modo, mettendole sullo stesso piano? Non ritiene che questo significherebbe mettere in discussione uno dei principali pilastri valoriali della coscienza europea contemporanea? Se lo immagina un suo omologo tedesco paragonare il bombardamento di Dresda o gli stupri dell’Armata Rossa ai campi di sterminio nazisti?

Vi è poi la necessità di entrare nel merito dell’attività formativa che si vorrebbe proporre agli studenti toscani.

2. Si è reso conto, Presidente, che portare le scolaresche a Trieste per visitare la foiba di Basovizza ignorando bellamente la Risiera e gli altri luoghi simbolo delle sofferenze delle popolazioni slovene e croate del confine orientale significa trasmettere una visione del passato vittimista e nazionalista? Le pare che si possa costruire un’Europa della pace e della reciproca solidarietà su una tale visione del passato?

3. È davvero convinto di voler affidare i ragazzi e le ragazze della sua regione alla «didattica» della Lega Nazionale? A gente che non nasconde il proprio disprezzo per la resistenza e l’antifascismo? Che fa della discriminazione dei propri concittadini di un diverso gruppo linguistico la propria bandiera?

Basovizza, 10 febbraio 2011: labaro della X Mas, formazione collaborazionista responsabile di rastrellamenti e stragi. La fotografia è presa dal sito della Lega Nazionale di Trieste, dove è inclusa in una galleria di immagini di quella giornata, senza alcuna presa di distanza né commento.

Basovizza, 10 febbraio 2011. Un labaro della X Mas, formazione collaborazionista responsabile di rastrellamenti e stragi. La fotografia è presa dal sito della Lega Nazionale di Trieste, dove è inclusa in una galleria di immagini di quella giornata, senza alcuna presa di distanza né commento. Del resto, come visto sopra, per alcuni dirigenti della LN quello della “Decima” fu «un atto d’amore verso l’Italia». Gli studenti toscani portati alla foiba di Basovizza dovranno udire simili cazzate? N.B. Delle attività “foibologiche” della X Mas sul confine orientale durante e dopo la guerra si occuperà presto un’inchiesta di Nicoletta Bourbaki.

4. Perché non stabilire invece che le classi toscane devono visitare quelli che sono i luoghi della sofferenza di tutte le popolazioni del confine orientale? E che devono farlo rapportandosi con le istituzioni museali e culturali di tutte le popolazioni dell’area?

In sostanza l’organizzazione a scadenza biennale di un viaggio degli studenti toscani per ricordare «foibe ed esodo» pone una vera domanda di fondo, una domanda che implica una presa di posizione politica ed educativa:

5. Presidente, lei ritiene che si debba ricordare «la tragedia degli italiani» del confine orientale oppure che si debbano conoscere e ricordare i lutti, le sofferenze e le persecuzioni subite da tutte le popolazioni di quei territori?

Sia ben chiaro che la posta in gioco non è una diatriba ideologica, un posizionarsi più «a sinistra» o più «al centro». Qui la questione è su cosa fondiamo la nostra appartenenza collettiva.

La Lega Nazionale e gli altri fautori dell’«italianità» vorrebbero fondarla su di una mitologica unità di lingua, sangue e suolo, su un’idea di «Patria» come valore assoluto in nome del quale tutto è lecito; vorrebbero fondarla sulla chiusura identitaria, sul rifiuto della complessità e del meticciato.

Chi è antifascista crede invece che la dimensione collettiva non possa fondarsi sull’appartenenza territoriale, linguistica o etnica, bensì sull’adesione a quei valori universali che, grazie all’elaborazione politica dell’antifascismo e l’esperienza della resistenza, trovarono nella costituzione una formulazione adeguata alle culture e alle esperienze storiche dei diversi popoli che abitano entro i confini della Repubblica.

Appartenere a un’astrazione, a un dogma, a un’identità totalitaria basata su di un privilegio etnico-tribale ereditato dal passato, oppure appartenere ad una collettività reale, flessibile, meticcia ed inclusiva che trova la propria ragion d’essere nella speranza di realizzare nel futuro una società all’altezza di una dimensione ideale.

Tra chi sceglie una di queste due appartenenze non vi può essere nulla in comune. Le scelte del presente, le speranze e le paure del futuro insieme alla memoria del passato sono tutte egualmente un terreno di conflitto tra due inconciliabili visioni del mondo e della persona umana.

Per quanto si possa cercare di evitarlo ciascuno di noi è chiamato a scegliere da che parte stare in questo conflitto e ad assumersi le responsabilità delle sue scelte.

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* Nicoletta Bourbaki è il nome usato da un gruppo di inchiesta su Wikipedia e le manipolazioni storiche in rete, formatosi nel 2012 durante una discussione su Giap. Con questa scelta, il gruppo omaggia Nicolas Bourbaki, collettivo di matematici attivo in Francia dal 1935 al 1983.
Il prossimo post di Nicoletta Bourbaki sarà la terza e ultima puntata del «Viaggio nelle nuove foibe». Ricordiamo le puntate precedenti:

1. Chi sogna una foiba in Maremma? Il caso Roccastrada – di Alberto Prunetti

2. La foiba volante del Friuli orientale – di Nicoletta Bourbaki

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20 commenti su “Chi racconta agli studenti che le #foibe sono come la Shoah? 5 domande al presidente della Toscana Enrico Rossi

  1. Per completare il quadro: quel labaro della X MAS e quelle bandiere della RSI compaiono anche in questo filmato del Giorno del Ricordo 2016 a Basovizza. Il filmato si trova sul canale youtube della Regione FVG. E infatti la presidente del FVG Debora Serracchiani e il sindaco di Trieste Roberto Cosolini erano entrambi presenti alla cerimonia, sull’attenti davanti a quelle bandiere. Il documento votato in Toscana è la logica conseguenza di queste premesse. https://youtu.be/dGjlYPLx-Lo?t=52s

    • Sulla bandiera della RSI (ed altre simili) presente alle celebrazioni del Giorno del ricordo a Basovizza l’associazione Promemoria aveva già nel 2007 mandato una diffida al Sindaco di Trieste (carica all’epoca ricoperta dal sig. Dipiazza), seguita poi da un esposto alla Procura della Repubblica di Trieste (corredata di filmati e foto che documentavano la presenza della bandiera). Risultato – la bandiera ha continuato ad essere presente del tutto indisturbata ad oggi OGNI celebrazione del 10 febbraio accanto alle massime autorità istituzionali nazionali, regionali, provinciali e comunali. Da tale fatto non si può che dedurre che la sua presenza è del tutto legale e legittima, nonché assolutamente giustificata visto il tipo di “martiri” che in tale occasione si ricordano e celebrano.
      Nel caso posso farvi avere copia della diffida al Sindaco e dell’esposto alla magistratura.

  2. io vorrei fare una domanda che tocca di sfuggita il post: mi sapete dare qualche link sopra la X mas? negli anni, ho sentito citarla spesso, però negli ultimi tempi mi sembra che sempre più persone (di destra) la inneggino. Da qui mi sono accorto che io non so praticamente nulla di questa organizzazzione e credo che sia arrivato il tempo di colmare questo mio vuoto di conoscenza

  3. Allora, qui un brevissimo sunto d’antan sulla X Mas (dal libro-inchiesta collettivo La strage di stato, via Claudia Cernigoi).

    In rete è consultabile l’Atlante interattivo delle stragi naziste e fasciste in Italia, a cura di ANPI e INSMLI. Se compili questo modulo mettendo reparto fascista + nazionalità italiana + nome X Mas, ti vengono fuori tutti i reparti della “Decima” responsabili di stragi.

    Qui invece puoi vedere “Mai morti”, lo spettacolo teatrale di Renato Sarti sulla X Mas, con Bebo Storti.

    Della X Mas, dei suoi crimini e della sua impunità da Junio Valerio Borghese in giù parla Mimmo Franzinelli nei suoi libri Stragi nascoste (2002), L’amnistia Togliatti (2006) e RSI (2007).

    E consiglio di cercare “X Mas” sul blog dello storico Giuseppe Casarrubea.

    • Una delle tante stragi commesse dalla X MAS nel corso delle azioni antipartigiane coordinate dalle autorità dell’ OZAK: la fucilazione di 10 partigiani a Tramonti di sotto, in Carnia. http://www.storiastoriepn.it/10852/

      Il 10 dicembre, tardo pomeriggio,del 1944 vengono portati al piccolo cimitero di Tramonti di Sotto alcuni partigiani catturati a Palcoda il giorno precedente. Alcuni di loro non hanno voluto lasciare solo il loro comandante “Battisti”. Oltre a loro, partigiani garibaldini, ci sono anche qualche partigiano osovano e qualche civile.

      Cadono nelle mani dei fascisti del battaglione “Valanga” della X Mas.

      Vengono rinchiusi nei locali della macelleria il 9 dicembre.
      Vengono interrogati uno alla volta, nei locali del municipio, sempre in Piazza S.Croce.

      Lungo il muro esterno del cimitero vengono fucilati uno alla volta, a cinque minuti di distanza uno dall’altro, dagli stessi fascisti.

      I dieci fucilati sono:

      SCLAVI CARLO “CHICO” 19-11-17 di Casteggio (pv) garibaldino
      CECCONI ADALGERIO “MOSCHETTI” 16-11-23 di Colloredo di Montalbano garibaldino
      MININ GINO “CARNERA” 24-9-25 di Tramonti di Sotto garibaldino
      VILLANI SALVATORE “COSSU” 6-12-14 di Santa Teresa Di Gallura (CA) osovano
      DE FILIPPO GINO “NERONE” 20-12-26 di Claut garibaldino
      COMINOTTO OTTAVIO “ROMEO” 29-6-20 di Valeriano garibaldino
      MOCCIA COSIMO “ALDO” 1-1-22 di Manduria osovano
      RIGO OSVALDO “DAVIDE” 13-7-26 di Pontebba garibaldino
      FLAMINI VITTORIO “FRACASSA”21-1-19 di Assisi garibaldino
      RONDINI ULDERICO “ROMANO” 6-7-24 di Roma osovano

  4. Solo un paio di note sulla Risiera: la Risiera è ATTUALMENTE inserita all’interno dei confini italiani perché nel periodo in cui fu in funzione quale campo di concentramento era inserita nella “Zona d’operazioni del Litorale adriatico o OZAK (acronimo di Operationszone Adriatisches Küstenland), sottoposta alla diretta amministrazione militare tedesca e quindi di fatto sottratta al controllo della Repubblica Sociale Italiana”. In Risiera passarono e molti perirono, oltre a sloveni e croati, diversi ebrei ma la gran parte furono militanti politici antifascisti di diverso colore e nazionalità (molti italiani).

    • La precisazione è necessaria per capire due fatti fondamentali: primo come la società anche il movimento antifascista era meticcio e le diverse componenti linguistiche e identità collaboravano. A subire la maggiore repressione sono stati sloveni e croati, ma la repressione e lo sterminio ha coinvolto tutti gli antifascisti.
      La X Mas allora combatteva di fatto non a favore dell’Italia – qualunque cosa significasse all’epoca fosse anche il fantoccio dell’RSI – ma alle dirette dipendenze del governo nazista che governava la zona amministrativamente, politicamente e militarmente.

  5. Spero di non star prendendo una cantonata (metodologica per lo meno), ma se si prende per buona la cifra di 5000 vittime delle foibe in senso lato, non si potrebbe confrontarla con il numero totale della macchina di sterminio nazista (circa 11 milioni) invece che quello dei soli ebrei uccisi (6 milioni)?
    I “sei milioni” spuntano sempre, quando si parla dei nazisti, e mi pare che in questo modo si tenda a dimenticarsi degli altri gruppi/comunitá che furono perseguitati, magari con meno “impegno e investimento di risorse” (scuserete la brutale terminologia), ma con conseguenze altrettanto drammatiche. Non credo serva nemmeno farne la lista (e poi non avrei i titoli per dare lezioni, dato che ho studiato ben altro periodo storico, quando frequentavo l’universitá).
    Anche il fatto che si parli di Shoah forse tradisce una visione selettiva del fenomeno.

    OVVIAMENTE, non voglio certo sminiuire la tragedia che colpí gli ebrei in quegli anni; peró concentrarsi su sei milioni e lasciarne fuori quattro non mi pare corretto.

    (in chiusura, faccio notare un refuso: “riVELazioni statistiche dell’Opera Assistenza Profughi”; suppongo si volesse scrivere “riLEVazioni”)

    PS: dopo aver voluto farlo per anni, oggi mi sono finalmente costretto a scrivere un commento su Giap, blog che mi ha sempre messo in soggezione per l’alto profilo della discussione… spero di non venir bannato immediatamente :)

    • Il punto non sta nemmeno nelle cifre, secondo me: sta nell’incommensurabilità – per ordine di grandezza, scala di operazioni, contesto, modalità e logica ispiratrice – dei due fenomeni: la politica di sterminio nazifascista e le rese dei conti sul confine orientale.

      E qui arrivo alla parola “Shoah”: nel post non viene usata per selezionare le vittime, ma per decostruire il tentativo di “olocaustizzazione” delle foibe, che va avanti da decenni. Sono stati i “foibologi” di destra a ricalcare la loro narrazione su quella della Shoah. Non a caso Padre Flaminio Rocchi coniò l’espressione «olocausto giuliano», che ancora oggi viene usata in certi ambienti (l’associazionismo dell’esodo istriano-dalmata). Anche quando non vengono usate espressioni così esplicite, tanti elementi permettono di vedere che la narrazione foibologica è stata ricalcata su quella della Shoah. Come ricorda Nicoletta qui sopra, l’espressione «uccisi solo perché italiani» ricalca «uccisi solo perché ebrei». Nel suo ricorrente utilizzo c’è anche, implicita ma emanante un odore inconfondibile, una polemica antisemita. La destra ex-collaborazionista aveva bisogno di un “olocausto” da contrapporre a quello di cui si era resa corresponsabile, e per ottenerlo ha ingigantito a dismisura la vicenda delle foibe. Certo, i nazisti non hanno ucciso solo ebrei, hanno ucciso altre minoranze, hanno ucciso omosessuali e disabili, hanno ucciso nemici politici… Ma la narrazione foibologica non è ricalcata sul Porrajmos o sull’eliminazione dei comunisti, è proprio ricalcata sulla Shoah.

  6. Mi pare interessante notare alcune cose della mozione approvata in Consiglio Regionale in particolare in merito agli emendamenti presentati dal PD e alle eventuali giustificazioni che gli eletti del PD e di Sinistra Italiana possono accampare per giustificare ciò che hanno votato.

    Si comincia la mozione approvata ricordando che «la Regione Toscana promuove molteplici iniziative per ricordare le atrocità commesse durante la seconda guerra mondiale e nei periodi immediatamente seguenti, l’impegno e il sacrificio di chi lottò per la libertà e la democrazia in Italia, nonché per valorizzare la cultura dei diritti umani». Come se questo servisse a modificare la natura del testo, come se cambiasse qualcosa. Queste righe sono un’offesa alla resistenza, tirata in ballo come formuletta di rito utile a coprire qualunque cosa, tant’è che Donzelli durante la discussione dice di non avere alcun problema con questa formulazione perché i comunisti italiani alleati dei titini per lui non combattevano certo per la democrazia e la libertà. Ergo glielo dice in faccia che la loro formuletta di rito non cambia nulla. Ed è così, perché la formuletta serve solo a coprire un contenuto nazionalista che d’altronde essa stessa condivide perché si parla solo di “libertà e democrazia in Italia” senza minimamente tener presente che la resistenza in quelle zone era un movimento multinazionale e transfrontaliero e soprattutto senza affermare il principio base della resistenza europea nel suo complesso: che essere antifascisti significa preferire l’interesse complessivo dell’umanità a quello particolare della nazione.

    Inoltre rimane, anche se sottotraccia rispetto alla proposta di Donzelli, la parificazione tra Shoah e Foibe. Almeno si è evitato il treno comune “della Memoria e del Ricordo” ma nel testo approvato si ricordano comunque i viaggi di istruzione presso i lager nazisti e si lamenta che «la Regione Toscana non risulta avere un programma di iniziative anche per il ricordo delle vittime e degli esuli istriani, fiumani e dalmati come previsto dalla l. 92/2004». Quindi di fatto chi ha votato questo documento ha votato per parificare foibe e Shoah.

    Infine va detto che non è stato votata una mozione che impegna la Regione toscana ad organizzare un viaggio di istruzione a Trieste e dintorni per studiare la storia del confine orientale, ma è stata approvata una mozione che prospetta l’organizzazione di visite alla foiba di Bassovizza, ovvero si vuole visitare solo un (presunto) luogo simbolo delle “sofferenze degli italiani” per di più affidato ad una manica di cantori del peggiore nazionalismo, non certo svolgere un percorso storico che tenga conto delle sofferenze di tutte le popolazioni coinvolte, tant’è che non si prevede neppure una visita alla Risiera di San Sabba, unico lager con forno crematorio ora presente entro i confini italiani.

    Insomma la mia impressione è che qualcuno, da quello che ho capito dallo streaming del dibattito in Consiglio, tra i consiglieri del PD abbia avuto un sussulto di dignità impedendo che vi fosse un treno comune “lager-foibe”, ma poi nella mozione si continua ad affermare l’equivalenza della Shoah con le foibe, creando così un pessimo precedente, e soprattutto si continua a prospettare un viaggio di istruzione in cui si racconta una storia “ a senso unico”, quello nazionalista italiano.

    Credo poi che il consigliere di “Sinistra Italiana” dovrebbe spiegare ai suoi elettori cosa intendeva con il suo intervento in Consiglio, quando ha bofonchiato qualcosa come “tenere insieme tutte le memorie”, “spero non vi siano due treni che partono contemporaneamente da due binari diversi”. Cosa intendeva? Forse voleva scavalcare a destra il PD proponendo il treno unico della “Memoria e del Ricordo” come prospettato da Donzelli? Mi piacerebbe davvero saperlo.

    In ogni caso basta vedersi lo streaming della seduta (dalle 2 ore e 17 minuti) per accorgersi dell’assoluta ignoranza sull’argomento, dell’imbarazzo e pure della sudditanza nei confronti di Donzelli e della sua narrazione fascio-vittimista mostrata dai consiglieri di Pd e Sinistra Italiana.

  7. Terribile ragionare per numeri… che 5mila sia solo un millesimo di 5 milioni significare anche nulla. E con questo si può giustificare tutto. Il problema è nell’essenza delle cose, non solo nei numeri: sterminare un popolo in quanto tale non è paragonabile in alcun modo alla vendetta postbellica di chi aveva subìto anni di angherie e di eccidi e poi si è vendicato.

    • Pienamente d’accordo. Parlare di numeri serve a dimostrare che taroccano anche quelli.

      • Riporto da un post precedente, «Foibe o Esodo? 24 “Frequently Asked Questions” per il Giorno del Ricordo»:

        […] Lo shock prodotto dalle foibe istriane fu amplificato e sfruttato dai nazifascisti non appena ripresero il controllo della zona. Essi diedero ampio risalto al fenomeno attraverso stampa ed esposizioni pubbliche corredate di immagini truculente dei cadaveri semi-decomposti [10]. Lo scopo principale era chiaramente togliere il supporto popolare ai partigiani jugoslavi, ma un altro scopo non meno importante fu quello di distrarre la popolazione dalle rappresaglie che la Wehrmacht scatenò non appena riprese il controllo dell’Istria nell’ottobre 1943, provocando circa 5.000 morti in una settimana [11].

        8. Ma… non furono infoibati decine di migliaia di italiani?

        In Istria furono recuperati poco più di 200 corpi. Tale numero può essere ragionevolmente esteso fino a una cifra di 500-700 persone. Un numero di corpi di poco superiore fu estratto da cavità e fosse del Carso goriziano, triestino e sloveno nel ’45. [12]

        9. Il numero è così importante?

        Stimare le vittime in decine di migliaia serve a sostenere il falso storico della pulizia etnica [13], riportare le vittime di quella stagione all’ordine delle centinaia di unità riconduce il fenomeno alle epurazioni che si verificarono nel resto d’Europa (laddove il revanscismo ne vorrebbe fare un unicum storico). Per esempio in Francia nella cosiddetta Épuration légale furono eseguite quasi 800 condanne a morte, ma ne furono comminate più di 6.700 [14], dopodiché alcuni autori parlano di 9.000 esecuzioni sommarie [15]. Nella sola Emilia Romagna si ebbero 2.000 epurazioni, a Torino più di 1.000 [16].

        10. Ma, aldilà del numero, in Istria non furono infoibati «solo perché italiani»?

        Se si guarda il quadro dell’intera Jugoslavia le vittime di nazionalità italiana furono una minima parte rispetto a quelle collaborazioniste jugoslave [17]. In secondo luogo come già detto la definizione etnica nell’Istria “bonificata” era alquanto problematica. Per fare alcuni esempi: l’eroe della resistenza croata Joakim Rakovac, ucciso dai nazisti nel ‘45 e considerato infoibatore dalla vulgata neoirredentista, all’anagrafe italiana era registrato come Gioacchino Racozzi [18)]. Alcuni autori attribuirono la responsabilità delle foibe, tra gli altri, a Giusto Massarotto e Benito Turcinovich, chiaramente italiani [19]. Per contro il “Padre” degli esuli, Flaminio Rocchi, nasce come Anton Sokolic. Ciò fa capire come la nazionalità in quei luoghi fosse spesso subordinata ad una precisa scelta, in molti casi politica […]

  8. […] di cui il partito è stato promotore (pur non avendo eletto propri consiglieri). E c’è il lungo intervento di Nicoletta Bourbaki su Giap, ultimo di una lunga serie del caso storico-politico  denominato […]

  9. […] fotografiche  racconti basati sul nulla, totale assenza di analisi critica, propaganda antislava ed anticomunista,  attribuzioni false  e decine di altri mezzi scorretti  pur di propagandare una […]

  10. Buongiorno, segnalo altre perle dalla Toscana. La Lega Nord, come in altre zone, sembra essere diventata la testa di ponte in Toscana per iniziative di organizzazioni satelliti di Lealtà-Azione https://twitter.com/Uvaozio/status/834025986308108292

  11. […] Chi racconta agli studenti che le foibe sono come la Shoah? 5 domande al Presidente della Toscana En…: da Giap, il blog del collettivo Wu Ming, un articolo in cui il collettivo Nicoletta Bourbaki traccia un quadro all’interno del quale contestualizzare le vicende del confine orientale, di fronte alla loro ennesima distorsione bipartisan a fini politici (in questo caso si tratta di suggerire agli studenti la parificazione di eventi incommensurabili come Shoah e “foibe”) […]

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