Verso una nuova guerra dell’Italia in #Libia? Ricordiamo cosa abbiamo fatto in quel paese.

Un cartello di via Libia

Uno dei quindici cartelli “ritoccati” nottetempo in via Libia, Bologna. Foto di Michele Lapini.

Due sere fa, poco prima di mezzanotte, ignoti ci riferivano che anonimi, muovendosi lesti per il rione Cirenaica di Bologna, avevano approfittato delle tenebre per affiggere alle targhe di via Libia la dicitura «LUOGO DI CRIMINI DEL COLONIALISMO ITALIANO». Siamo andati a vedere e, sì, era proprio così.

Nel settembre scorso la medesima via, l’ultima del quartiere a mantenere un nome coloniale, era stata reintitolata alla partigiana croato-Bolognese Vinka Kitarovic.

Qualche anno fa, un altro commando notturno aveva intitolato al criminale di guerra fascista Rodolfo Graziani gli ultimi sette vespasiani rimasti in città.

Non si tratta “solo” di memoria storica: quest’ultima azione simbolica non potrebbe essere più puntuale. Il tempismo è tutto. Stando alle ultime dichiarazioni della ministra Roberta Pinotti, è molto probabile che l’Italia prenda parte a un nuovo intervento militare in Libia.

Roberta Pinotti«Quello che abbiamo ribadito anche oggi [Ieri, N.d.R.] – e che è riconosciuto anche dai Paesi alleati – è che siamo disposti ad avere la leadership, il ruolo guida, per la conoscenza che abbiamo della Libia, per la vicinanza, perché molto di ciò che tocca l’Italia, dai problemi di sicurezza, ai migranti, agli interessi, sono comunque collegati alla Libia… Ma da questo punto di vista noi agiamo basandoci su due aspetti fondamentali: il primo è che le richieste devono venire dalla Libia e quindi in questo senso sono legittimate dalla comunità internazionale. Secondo: agiamo insieme agli alleati.»

Il nuovo intervento è voluto dai paesi della NATO, soprattutto dalla Germania, per rimediare alla attuale «situazione di caos» (è l’eufemismo più utilizzato).
Questa «situazione», come è noto, è il bel risultato dell’intervento NATO precedente, quello del 2011.
Cinque anni fa si trattava di salvare il paese dal tiranno Gheddafi, oggi si tratta di salvarlo dall’ISIS.
Cinque anni fa si intervenne appoggiando – senza dirlo ad alta voce – milizie jihadiste, oggi si interviene – gridandolo ai quattro venti – contro milizie jihadiste. È un classico.

Quanto a Gheddafi, è stato considerato un tiranno e un nemico dell’occidente a fasi alterne.
Era sicuramente pappa e ciccia con l’occidente quando Tony Blair permetteva ai servizi libici di operare nel Regno Unito per intimidire – o peggio – membri dell’opposizione in esilio.
Era sicuramente pappa e ciccia con l’occidente quando deteneva il 15% delle azioni FIAT, e quando era azionista di ENI e Finmeccanica, e quando la Banca Centrale libica era uno dei più importanti soci di Unicredit.
Era sicuramente pappa e ciccia con l’occidente quando suo figlio Saadi progettava – in partnership con il gruppo Emaar del Dubai – un paradiso fiscale nella zona tra Zuwara e Abu Kammash, investiva milioni di petrodollari a Hollywood, organizzava party con star americane sul suo yacht Al Farah e, ridiculus in fundo, giocava a calcio nella serie A italiana.
Era sicuramente pappa e ciccia con l’occidente quando l’Italia siglava con la Libia, sulla pelle dei migranti, un famigerato accordo sui respingimenti.
Tutti questi precedenti li snoccioliamo anche per quelli che «Gheddafi combatteva l’imperialismo». Forse all’inizio, ma dopo… Un po’ sì e molto no.

Ad ogni modo, un bel giorno lo abbiamo accolto in pompa magna a Ciampino, e poco tempo dopo gli abbiamo rovesciato addosso tonnellate di bombe. Così va il mondo.

Subito dopo la sua uccisione, lo storico Angelo Del Boca dichiarò:

Angelo Del Boca«La Libia è distrutta, è un paese tutto da ricostruire, con gli arsenali di armi abbandonati e rivenduti al miglior offerente… E tutto quello che era stato fatto per bloccare la deriva dell’integralismo islamico è andato in fumo… Altro che pacificazione, sono troppi gli odi e le vendette che sono state accese. È stata una vera guerra civile, perché non erano poche migliaia di persone quelle schierate con Gheddafi ma centinaia di migliaia. E non è ancora finita, l’odio seminato dalla presenza neocolonialista dell’Occidente provocherà ancora scontri e vittime.»

Ora, non sappiamo se siano fondate le dichiarazioni sull’Italia «a guida della coalizione»: sono cose che si dicono ogni volta, si erano già dette pari pari l’anno scorso. Sembrano parole rivolte all’opinione pubblica interna, per onorare la tradizione coloniale, il solito considerare la Libia “cosa nostra”. L’Italia non è mai stata alla guida di una coalizione.
Tuttavia, badiamo al sodo: per l’Italia sarebbe la quarta guerra in Libia dal 1911.

via Libia

Uno dei quindici cartelli “ritoccati” nottetempo in via Libia, Bologna. Foto di Michele Lapini.

La storia delle nostre interferenze in quel paese, delle nostre invasioni e razzie, dei nostri crimini di guerra è una lunga rassegna di orrori e schifezze. L’invasione del 1911 fu preparata a colpi di crasse menzogne. La cosiddetta «riconquista», durata dal 1922 al 1931, culminò nel genocidio della popolazione dell’entroterra cirenaico. È una storia che abbiamo raccontato diverse volte in diversi modi, da Point Lenana a numerosi post di Giap fino al progetto Resistenze in Cirenaica. Ecco una rapida linkografia.

Tripoli suol del dolore: ieri è oggi – di Wu Ming 2, 2011

Bengasi… Bengasi… Dove abbiamo già sentito questo nome? – Redazionale, 2012

L’uccisione di Omar al-Mukhtar – Reading della Compagnia Fantasma, 2015

Break The Wall! – Reading di Wu Ming 1 e Bhutan Clan, 2015

Anche la piccola azione simbolica dell’altra notte, anche gli adesivi fotografati qui sopra aiutano a ricordare quella storia.
E torneremo a parlarne domani, al Vag61, per il primo appuntamento del 2016 di Resistenze in Cirenaica.

27 settembre 2015, Bologna, la reintitolazione dal basso di via Libia

27 settembre 2015, Bologna, la reintitolazione dal basso di via Libia.

Abu-Ubayda-Yousif-al-AnnabiAl netto del ribrezzo che proviamo per Al Qaeda, il videomessaggio dell’algerino Abu Ubaydah Yusuf al-Anabi, n.2 di al-Qaeda nel Maghreb, dimostra che laggiù la storia la ricordano. Qui no.
Al-Anabi ha chiamato gli italiani «nipoti di Graziani» – gli sarà giunta voce del sacrario di Affile – e ha dichiarato:

«Vi morderete le mani pentendovi di essere entrati nella terra di Omar al-Mukhtar e ne uscirete umiliati e sottomessi, con il permesso di Dio.»

A dire il vero, pare che caccia francesi stiano già bombardando postazioni di ISIS/Daesh “ufficiosamente”, ed è assodato che forze speciali di paesi NATO sono già in Libia da tempo, a preparare un intervento in grande stile. Che avrà luogo non appena si sarà insediato a Tobruk il nuovo governo «di unità nazionale», formatosi due giorni fa in esilio a Tunisi dopo estenuanti trattative, intricate spartizioni e moltiplicazioni di poltrone. Si tratta di un governo con ben 32 ministri. Quando sarà votato dal parlamento, potrà diramare un “accorato appello”, invitando i paesi NATO ad aiutarlo nella guerra a Daesh.

Daesh, lo ricordiamo, si trova dove si trova e fa quel che fa grazie all’intervento NATO del 2011 e, più in generale, alle guerre scatenate nel 2002-2003 dall’amministrazione Bush, più ulteriori decisioni prese dall’amministrazione Obama, soprattutto in merito alla Siria.
Per tacere di Al Qaeda, nata grazie agli USA nel grande laboratorio a cielo aperto che fu la guerra antirussa in Afghanistan.

Berlusconi e Gheddafi all'inaugurazione del gasdotto Greenstream

Gheddafi e Berlusconi, 2004.

Anche forze italiane sono già in Libia da un pezzo. Uomini delle forze speciali della Marina presidiano il terminal del gas gestito dall’ENI a Melitha, in una zona dove Daesh è forte. La stazione di compressione di Melitha è parte del gasdotto Greenstream, che porta in Sicilia il gas estratto nel deserto libico. Fu inaugurato da Gheddafi e Berlusconi nel 2004.
Inoltre, nei giorni scorsi quattro cacciabombardieri ricognitori AMX sono stati spostati dalla base di Istrana (TV) all’aeroporto di Trapani-Birgi, dal quale partivano le missioni aeree del 2011.
Insomma, pare che siamo pronti.

Se ci sarà l’accorato appello del nuovo governo libico, potrebbe anche non essere necessario passare per il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ciascun paese NATO, Italia compresa, potrebbe negoziare il proprio intervento con Tunisi/Tobruk in modo bilaterale.

GentiloniPochi giorni fa, il 16 gennaio, il ministro Gentiloni ha rilasciato un’intervista a Le Figaro e ha detto: «Una coalizione internazionale anti-Daesh […] come in Iraq o in Siria […] non è all’ordine del giorno, né oggi né domani.»
Nel febbraio 2011, il suo predecessore Franco Frattini aveva detto cose molto simili: «L’Europa non deve esportare la democrazia. Deve invece favorire una soluzione pacifica che tuteli la sicurezza dei cittadini così come l’integrità e stabilità del Paese e dell’intera regione.»
Pochissimo tempo dopo, il 19 marzo, Frattini metteva a disposizione «basi militari e aerei per fermare Gheddafi». Da quel momento, l’Italia prese parte alla guerra con oltre trecento attacchi aerei.

Nulla di cui stupirsi. Citiamo dalla conversazione tra Wu Ming 1, Valerio Renzi e Giuliano Santoro pubblicata su Dinamo Press il 23 novembre 2015, e alla quale rimandiamo per un’inquadratura allargata:

«In realtà questo è sempre stato l’atteggiamento dell’Italia all’inizio di qualunque avventura bellica della sua storia. Dobbiamo prima capire bene quali fette della torta possiamo mangiarci, come nel 1915 quando mercanteggiammo la nostra entrata in guerra contro Austria e Germania, i nostri alleati nella Triplice. Ogni volta è così, all’inizio ci stiamo e non ci stiamo, magari diamo un appoggio passivo, facciamo da portaerei ma intanto teniamo un profilo basso, mercanteggiamo, allunghiamo e riceviamo pizzini sotto il tavolo. Come nel 1940, entriamo in guerra solo se pensiamo che, grazie al lavoro già fatto dagli altri (in quel caso da Hitler), quella che ci attende sarà una passeggiata… Pensiamo al 2011… “Non bombarderemo Gheddafi, che figura ci faremmo? Solo l’altro giorno aveva la tenda a Villa Pamphili… Ehi, aspettate, dove andate, che avete capito? Troppa fretta di saltare alle conclusioni, si fa pour parler, non potete intervenire in Libia senza l’Italia, che la Libia l’ha addirittura inventata, nel 1911, e guardacaso è proprio il centenario della nostra gloriosa conquista! E allora parliamo: parliamo dei nostri interessi petroliferi, degli accordi sull’immigrazione… Ok, forse sì, Gheddafi lo bombardiamo anche noi, così non vedremo più tende da straccioni nella Roma caput mundi. Però ci fate anche fare un’autostrada, noi italiani abbiamo una lunga tradizione di strade in Africa…” Poi Gheddafi abbiamo effettivamente contribuito a rovesciarlo, e per l’autostrada costiera ci sarebbe l’appalto di Salini Impregilo, ma intanto il paese è precipitato nel caos, l’Isis impazza in Cirenaica ecc.»

Ora: se davvero l’intento fosse quello di stroncare Daesh, non si sceglierebbe la strada dei bombardamenti; si è già visto in Iraq e Siria che servono a poco.
Molto più efficace sarebbe rompere, alla buon’ora, le relazioni con le potenze reazionarie che hanno appoggiato o comunque favorito la crescita del sedicente Stato Islamico e tuttora lo sostengono, armandolo e/o perseguitando i suoi nemici (curdi e sciiti). Ci riferiamo, ovviamente, ad Arabia Saudita, Qatar e Turchia.

Se non si può fare a meno di bombardare qualche posto, se proprio si deve fare, beh, bombardiamo Palazzo Al-Yamama! Radiamolo al suolo, cazzo!

E invece…

Renzdogan

«Too many Western politicians shook hands with Jihadi John by proxy.»

Nel novembre 2015 Renzi e una delegazione non solo governativa ma dei poteri forti italiani – compresi i vertici di Impregilo e Finmeccanica – vanno in Arabia Saudita. I nostri scondinzolano, sono a caccia di appalti da sogno, commesse miliardarie e GRANA!!1!!! Tanta, tanta grana. Pecunia wahabita non olet, e se olet ci tappiamo le nari.

Omertosi, coperti da una patina indefinibile che li fa somigliare ai cumenda della Commedia all’italiana, i nostri tacciono su tutto quel che sarebbe giusto dire.

La visita, già atroce in ogni suo aspetto, finisce pure in farsa, coi notabili a litigare per i Rolex donati dai magnaschèi sauditi.

La patina

Una patina indefinibile.

Prima e dopo questa popò di missione, dall’aeroporto di Cagliari-Elmas partono carichi di bombe per l’Arabia Saudita. Bombe che poi l’Arabia Saudita rovescia sui civili yemeniti, oppure finiscono direttamente nelle mani di Daesh, che le usa contro i curdi del Rojava.

Per l’AD di Finmeccanica Moretti – ex-CGIL, ex-capo di Trenitalia – è tutto ok.

Anche per la ministra Pinotti è tutto ok: «Sarebbe come se si interrompessero i rapporti commerciali con l’ Italia perché da noi c’è la mafia», dichiara, come se non avesse mai udito in vita sua la parola «sanzioni».

Però dobbiamo intervenire in Libia «contro l’ISIS».

Anzi, per dirla con Maurizio Molinari, contro le selvagge «tribù del deserto».

Quelle tribù che appoggiavamo nel 2011 contro Gheddafi.

Quel Gheddafi che noi a Ciampino…

E così via.

N.d.R. I commenti a questo post saranno attivati dopo il 25 gennaio 2016, per consentire una lettura ragionata e – nel caso – interventi meditati (ma soprattutto, pertinenti).

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4 commenti su “Verso una nuova guerra dell’Italia in #Libia? Ricordiamo cosa abbiamo fatto in quel paese.

  1. […] parlato delle guerre e resistenze di ieri e di della guerra che stiamo per fare oggi, l’ennesima guerra di Libia. Abbiamo discusso, narrato, suonato, cantato, mangiato, bevuto. […]

  2. […] si continuerà a sostenere che sì, l’Italia deve fare qualcosa per questi poveri africani. E così si giustifica la quarta guerra in Libia nel giro di un secolo, mica male per essere della brava […]

  3. Libia, Nato, caccia bombardieri che solcano il mediterraneo, guerre dichiarate e non, Ciampino, Gheddafi. Riletto il post, affiora il ricordo del giugno del 1980, in una sorta di Groundhog Day da incubo.

  4. Buongiorno a tutti e tutte, insegno letteratura portoghese alla statale di Milano e martedì 8, alle 10:30 terrò una lezione in cui si parlerà del colonialismo portoghese. In protesta contro i bombardamenti in Libia terrò la lezione in piazza. Ho proposto l’iniziativa agli studenti e l’hanno accettata. Uno di loro mi ha detto: “Dovremmo essere noi studenti a organizzarci”. Gli ho risposto che ciascuno deve fare il suo in base al ruolo che ricopre.
    Ho spiegato la questione dal mio facebook, qui trovate il link: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10207033483927793&set=a.1639040968163.2088196.1000923859&type=3&theater&notif_t=like
    Visto che conosco l’esperimento di “Resistenze in Cirenaica” sostenuto da Wu Ming e altri e da poco tempo ne faccio pure orgogliosamente parte, inizierò la lezione con un breve accenno rispetto ad esso e (freddo permettendo) indosserò la maglia di Omar al-Mukhtar.
    La pratica della lezione in piazza è semplice e replicabile, mi auguro che se ci sono docenti in linea seguano l’esempio

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