Mille chilometri nel #Kurdistan turco, tra bombe, coprifuoco e zone liberate

Rojava 5

[Mentre si commentano i risultati delle elezioni turche, pubblichiamo il reportage del Progetto Rojava Resiste, scritto per Giap al ritorno da un viaggio nel Kurdistan turco, proprio nei giorni della strage di Ankara contro il corteo dell’HDP.]

di Progetto Rojava Resiste

Il tracciato bianco dei lacrimogeni lascia il posto al sapore acre nelle narici, mentre il fumo nero di oggetti in fiamme testimonia la battaglia di un popolo contro l’omologazione e lo sterminio. I coprifuoco, le barricate, i blindati della polizia, le zone liberate, i fermi di giornalisti e internazionali, i sorrisi, le violenze e la resistenza sono la normalità, in una storia di autonomia e autogoverno che si oppone all’arroganza dei nazionalismi.

La storia del Bakur, del Rojava, del Basur e del Rojhelet, ovvero del popolo curdo, è un muro di mattoncini. Nel nostro viaggio siamo riusciti a dare un nome ad alcuni pezzi, non certo a tutti.

In una decina di giorni – a cavallo con l’esplosione della bomba di Ankara – abbiamo attraversato il Kurdistan Turco, il Bakur, ovvero il Kurdistan settentrionale, da ovest a est. Base operativa è stata Amed, oggi conosciuta come Diyarbakir. Tra fumi bianchi e neri abbiamo potuto vedere e annusare una storia di dignità e di lotta che si oppone all’arroganza di un governo che vuole annichilire un popolo. Spingendoci verso sud abbiamo lambito il confine con il Rojava, senza entrarci.

KM 0 – Diyarbakir – 6/7 ottobre 2015.

Arriviamo in volo da Istanbul. Sono le 06.45. Un caldo umido ci accoglie assieme alla sensazione che le lingue straniere non siano molto di casa. Cerchiamo due taxi che ci accompagnino in hotel, a gesti ci capiamo con un autista che prova a chiederci 20 lire a persona. Ci sembra caro, ma accettiamo lo stesso. Arrivati a destinazione, nella grande piazza vicino all’hotel dove dormiremo, poco fuori le antiche mura della città e al limite del quartiere di Sur, i tassisti, di loro iniziativa, scontano il viaggio del 60%. 80 lire per tutti, invece che i pattuiti 180. Il rapporto con i prezzi e la contrattazione di accompagnerà fino all’ultimo chilometro del viaggio.

Alle 13,00 abbiamo il primo dei molti appuntamenti. Qualcuno dorme, qualcuno va a fare una passeggiata. Girato l’angolo, e a pochi metri dal Guler Hotel, inizia lo scontro visivo con la militarizzazione della città. Un Toma, un grande mezzo corazzato con idrante annesso, è fermo al primo incrocio. Alla sua sinistra c’è un secondo mezzo. Bianco, militare, ma con su scritto “Polis”. Corazzato anch’esso, con una mitraglia nel suo punto più alto. Poco più in là, la strada è limitata da transenne. C’è una delle tante caserme della città. Piantone armato 24 ore su 24, sguardi ostili verso la popolazione e gli stranieri. Tutt’attorno la vita normale della città sembra non fare caso a forze dell’ordine e sguardi. Dall’albergo al centro culturale Dicle-Firat (Tigri ed Eufrate) ci sono poche centinaia di metri. Il primo viaggio lo facciamo in taxi per motivi di sicurezza, siamo ancora senza la nostra guida/interprete. Città diverse si snodano ai lati della piazza che esce dalle mura antiche di Amed, e ci raccontano come, in questo punto del pianeta terra, pochi metri possano fare la differenza. La città vecchia si scontra con quella nuova, una piazza divide mondi e storie lontane. Da una parte, la storia di un popolo mai domo, dall’altra il tentativo di modernizzazione con cui il padre padrone Erdogan cerca di omologare un paese che proprio nelle diversità culturali ha il suo tratto più emozionante. Entrati al Dicle-Firat, la difficoltà di spiegare chi siamo e perché siamo lì, si scioglie al palesarsi del primo interprete che incontriamo, e che purtroppo non incroceremo più. È un esperto di ecologismo. Parla bene inglese. Fa gli onori di casa e ci introduce ai rappresentanti del centro.

Ci sediamo nel cortile e dopo pochi minuti arriva il cay, una specie di tè, molto forte, che accompagna come un rituale ogni riunione o momento collettivo. C’è chi lo beve liscio, chi ci mette diverse zollette di zucchero.

Dovremmo confermare i dettagli del viaggio, stabilire i costi, fissare gli appuntamenti. Capire in che modo gli artisti che viaggiano con noi potranno lavorare assieme a quelli del centro culturale. Invece, iniziamo a parlare di confederalismo democratico e di ecologia, e andiamo verso il pranzo dicendo al nostro interprete provvisorio che il giorno dopo ci rivedremo per una corposa intervista sul tema. Camminiamo 10 minuti, passando dalle retrovie del bazar che avevamo visto arrivando in taxi. Cianfrusaglie buttate in disordine su tavoli e pavimenti si alternano a occidentalissimi marchi falsificati con un prezzo che inviterebbe a spendere ogni amante dello shopping. Lasciandoci alle spalle il bazar, entriamo in una grande piazza con una grande moschea e poi da lì, nuovamente, per vie strette e strettissime fino al ristorante. Proprietari e camerieri sono compagni. Non lo capiamo subito, ma lo intuiamo a metà del pasto, quando iniziano a parlarci e dirci con grandissimi sorrisi “qua dietro di noi c’è la zona libera, la zona dove si può fare quello che si vuole”. Noi ci guardiamo, ridiamo e pensiamo probabilmente tutti e tutte che si stia parlando di una zona particolare della città. Di lì a poche ore scopriremo che quanto immaginavamo era molto lontano dalla realtà. Torniamo al centro dopo aver istituito la cassa comune di viaggio. Iniziamo la vera riunione organizzativa, anche grazie all’avvicendamento tra interpreti e l’arrivo del nostro responsabile di viaggio. Un cay via l’altro, fissiamo il programma di massima delle giornate successive, dicendoci immediatamente che sarà confermato giorno per giorno in base a quello che succederà. Prima di tornare verso l’hotel, ci propongono una visita alla città. Attraversiamo la strada, giriamo un paio di angoli e davanti a noi troviamo una barricata fatta con sacchi di sabbia, coperti da un telo bianco. Ci portano dentro e ci dicono: – Benvenuti in una delle zone libere di Amed.

Le zone libere nascono dopo l’attentato di Suruc del 20 luglio, e quindi dopo la rottura dell’accordo di pace con cui il governo turco ha ripreso ad attaccare il popolo curdo con l’alibi della guerra al terrorismo – e quindi, al PKK. Applicando l’idea del confederalismo democratico che si sta sperimentando in Rojava, le zone liberate sono spazi di città dove non solo la polizia non entra, ma si sperimenta in concreto l’autonomia di governo. Se nel Kurdistan Occidentale esistono lo YPG e lo YPJ, nel Bakur esiste HPG e, nelle sue aree urbane, le organizzazioni giovanili YDG-H e YDGK-H svolgono funzioni di autodifesa della varie “zone libere”. Ad Amed sono molte, e dentro queste zone vivono circa 500 000 persone. Camminando, vedi i sorrisi delle persone, le scritte sui muri, la comunità che si aiuta. Le donne che escono di casa con pane e cay e lo portano ai ragazzi dietro le barricate. Tra i tetti ci sono molti teloni. Ci spiegano che servono per disturbare i cecchini, che durante i giorni di coprifuoco si appostano su minareti e punti alti della città, e sparano a vista sulle persone che girano per le strade. Coprifuoco? Cecchini? Intorno vediamo fori sui muri e buchi a terra. Senza chiedere nulla, continuiamo a camminare. Quando ci avviciniamo alle barricate vediamo giovani coprirsi il volto e in alcuni casi innervosirsi. I nostri accompagnatori spiegano che siamo compagne e compagni italiani. Spuntano sorrisi, “spas” – grazie, in curdo – e strette di mano. Il sole inizia ad abbassarsi dietro le case, camminiamo senza fermarci e capiamo che ci vogliono portare fuori. Il nostro interprete ci dice chiaramente che entro le 18.00, l’ora del coprifuoco, è meglio essere fuori da li. Usciamo con la promessa di tornare, per provare a capire come funzionano le zone libere. Superiamo un barricata controllata da un ragazzo, che non sposta la testa per salutarci, è molto concentrato, guarda avanti nell’unico spiraglio che i sacchi di sabbia lasciano per vedere oltre. Usciamo da un piccolo spazio a destra della barricata. Giriamo l’angolo e la città sembra diversa. I muri con le scritte e i fori di mitra lasciano spazio a piccoli negozi e la ricerca di una precisione forzata. Cerchiamo un posto per mangiare nelle vicinanze del Guler Hotel. Ci prepariamo, chi appuntando domande, chi stilando bozze di produzioni culturali, al secondo giorno di viaggio, dedicato a interviste e murales.

Rojava

KM 250 – Cizre – 8/9 ottobre

Alle 7.00 siamo tutti nella hall, pronti a partire. Ci metteremo diverse ore a muoverci, perché tra alcune difficoltà logistiche – traduttori che si tirano indietro all’ultimo, telefoni turchi non funzionanti e ritardi degli autisti – il tempo si consuma nella ricerca di una soluzione ai vari problemi.

Salta così la prima tappa, quella alla città storica di Hasankeyf. Un po’ innervositi, saliamo su un van 9 posti, versione Yankee: enorme, bianco, con adesivi attaccati un po’ ovunque e orrende luci azzurre, rosse e bianche all’interno della cabina.

Partiamo per Cizre. Città vicina al confine turco-siriano, ma non lontana nemmeno dal confine turco-iracheno. Cioè molto vicino a un triplice confine.

Arriviamo di sera, verso le 20.00, quando fa già buio. I ritardi alla partenza e la deviazione a un campo profughi vicino a Diyarbakir, ci hanno fatto perdere la cognizione del tempo.

Il campo profughi che abbiamo visitato ospita 4000 persone, tutte scappate dall’Iraq quando l’offensiva dello Stato Islamico è diventata ingestibile. Il campo è a suo modo bello e organizzato, la municipalità HDP di Diayrbakir investe per renderlo funzionante. Un presidio medico e alcuni educativi sono i centri nevralgici della vita collettiva. Incontriamo una famiglia yezidi scappata da Sinjar e arrivata dopo giorni di fatiche e chilometri. Il loro racconto è profondo e toccante, drammatico e potente. Il padre di famiglia ringrazia YPG e YPJ per averli aiutati ad attraversare il confine, nutriti e supportati nel viaggio e nelle difficoltà. Ci racconta la violenza dell’ISIS e la totale assenza di aiuti dello stato turco al confine. Gli yezidi sono uno dei tanti esempio di popolazioni a cui è vietato vivere e sopravvivere. Poche migliaia di persone nel mondo, viste dalle diverse religioni come amici del diavolo, ovunque perseguitati e odiati per questo.

Arriviamo, quindi, a Cizre. Annusiamo, a pochi chilometri di distanza, l’aria del Rojava. La città non è molto grande, circa 200mila persone. Ha subìto per nove giorni un coprifuoco. Il primo impatto con la città è conciliante. Non vediamo segni di scontri, ci imbattiamo in una sola camionetta. Cerchiamo un posto aperto, un internet cafè per portare avanti il nostro lavoro di comunicazione. Dopo un paio di tentativi entriamo in un bar. Internet non va, ci sono problemi tecnici. Durante la passeggiata abbiamo incontrato un ragazzo italiano che da qualche settimana gira per il Kurdistan. Assieme a lui un po’ di ragazzi locali. Al bar parliamo del coprifuoco e della situazione politica nel paese. Ci raccontano con orgoglio la resistenza di Cizre durante i nove giorni di coprifuoco e della zona liberata. E’ il momento di andare a dormire. Prendiamo il furgone, torniamo sul vialone centrale che sembra spezzare in due la piccola città, e all’altezza della rotonda da cui siamo arrivati ci buttiamo a destra in un stradina che passa in mezzo a due alberghi tre stelle. Dopo pochi metri strabuzziamo gli occhi. Ci sono tre persone con mitra e passamontagna, che ci fermano. Non capiamo se sono teste di cuio dell’antiterrorismo o compagni che difendono l’inizio della zona liberata. La serenità con cui interprete e contatto locale affrontano la questione ci fa capire che stiamo entrando nella zona libera di Cizre. Stanotte dormiremo qui. Arriviamo davanti al centro culturale che ci ospiterà per la notte. È festa: decine di bambine e bambini ci accolgono. In tanti e tante vengono a parlarci, a cercarci, a capire chi siamo e perchè siamo li. A pochi metri da noi, sulla sinistra, una delle tante barricate che difendono l’area. Questa zona libera è diversa da quella di Diyarbakir. Siamo all’interno di una zona residenziale. Palazzi vecchi e nuovi si alternano con un disordine che sembra quasi studiato. A destra vediamo un negozietto. Andiamo a prendere qualcosa da mangiare. Proviamo a pagare. Ci dicono di no. Ci chiamano “heval”, cioè compagni, ci salutano con le mani facendo il simbolo della vittoria con due dita. Verso le 22.30 salutano tutti, arriva una comunicazione, i bambini e le bambine corrono a casa, i ragazzi più grandi si preparano alla nottata sulle barricate, a controllare che la polizia non cerchi di entrare nell’area. Salta la luce. Parte però un generatore che permette al centro di non restare al buio. A mattina sarà l’acqua ad essere carente.

Dopo qualche difficoltà nei bagni, abbiamo appuntamento al palazzo dell’HDP. Siamo pronti ad uscire dal centro culturale quando ci viene offerta una ricca colazione. Cay e acqua per bere, pane, formaggio, miele, pomodoro e patatine fritte da mangiare. Qui la colazione si fa così. Il partito di Demirtas ha preso oltre l’80% dei voti alle ultime elezioni. Usciamo dalla zona libera dall’unica strada ancora non barricata, la stessa da cui siamo entrati. È il 9 ottobre, giorno della cattura di Ocalan e per questo giornata di manifestazioni in tutto il Kurdistan turco. A metà dell’incontro con l’HDP dobbiamo entrare all’interno del palazzo perchè la polizia satura l’aria di lacrimogeni per disperdere il corteo. La chiacchierata con i vertici del partito, uomini e donne, è interessante, ma è molto più interessante il giro che ci portano a fare dietro la sede. Usciti dal palazzo giriamo destra e poi subito a destra, nuova barricata e nuova area libera. A metà della passeggiata il clima cambia. Vediamo solo devastazione e segni di una violenza barbarica. Vediamo case crivellate di colpi di mitra ad altezza d’uomo, buchi a terra, traccia di esplosioni di bombe, caseggiati sventrati e bruciati. Il coprifuoco a Cizre è costato diverse decine di morti, anche qui ci sono stati cecchini sui tetti, anche qui hanno sparato a bambini e anziani, luce e acqua tagliate, mezzi corazzati per le vie della città, sparando senza criterio. Ci raccontano l’incubo di quei giorni, ma ci raccontano anche e soprattutto come la città e il quartiere abbiano resistito. Cizre è praticamente tutta una città liberata, fatta eccezione per le due vie principali, solitamente libere da barricate. Forse la città dove con più nettezza si sperimenta l’autonomia: e forse anche per questo, prima il governo turco ha deposto la sindaca HDP e poi ha colpito la città con il coprifuoco più lungo degli ultimi anni.

Mentre rientriamo al palazzo dell’HDP vediamo che i lacrimogeni piovono tutt’attorno, ci rimettiamo in marcia per uscire dalla città e continuare il nostro viaggio. L’uscita è rocambolesca, incastrati tra le barricate dei compagni e i blocchi della polizia, troviamo una via d’uscita, anche qui solo una. Veniamo fermati a un bivio. Gli scontri hanno invaso una carreggiata della pseudo-autostrada che collega la città con Silopi, luogo al confine turco-iracheno, e con Mardyn.

Ci fanno passare.

Rojava 2

KM 350 – Nusaybin – 9 ottobre

Per tornare a Diyarbakir passiamo da Nusaybin, piccola cittadina di confine. Il Rojava è subito oltre. Arrivando dalla strada principale giriamo a sinistra e ci immettiamo nella via più grande del paese, quella che porta direttamente al confine turco-siriano con Qamişlo, capoluogo del cantone di Cizire, in Rojava, controllato dalle milizie curde e assire. A Nusaybin abbiamo appuntamento con il centro culturale Mitanni. Posto molto bello, costruzione imponente che contiene una biblioteca e un teatro. È finanziato dalla municipalità e al suo interno si tengono corsi d’arte, musica e lingua. Non mancano i riferimenti alla lotta del popolo curdo. Foto dei caduti si mescolano a striscioni che inneggiano al ruolo della donna nella resistenza. Ci raccontano l’attività del centro e senza mezzi termini ci dicono di essere parte dell’organizzazione politica che pratica il confederalismo democratico nel territorio curdo. Indirettamente ci fanno capire che quel che accade a poche centinaia di metri da loro, cioè al di là del confine, non è cosa che non li riguardi. Capiamo – e un po’ sognamo di capire – come e quando riescano a fare avanti indietro da quel reticolo di filo spinato, no man’s land, carri armati e torrette controllate dall’esercito turco. Mentre ci fanno ascoltare canzoni curde, alcune dedicate alla resistenza di Kobane, sentiamo in lontananza eloquenti suoni di scontro. La polizia sta cercando di bloccare la mobilitazione per Ocalan. Ma nessuno sembra farci caso.

Dopo l’incontro ci invitano a fare un giro con loro per andare a vedere da vicino il confine. Camminiamo rasi al filo spinato che divide Turchia e Siria fino ad arrivare a un grande cancello chiuso, il passaggio ufficiale da un Paese all’altro. Dietro il fino spinato ci saranno 2/300 metri di nulla. È quella la famosa no man’s land. Fa impressione. Ci sono solo mezzi e soldati turchi. Continuando la passeggiata arriviamo in un punto dove il filo spinato è divelto, uno di loro ci fa la battuta: – Andiamo? Non la raccogliamo, è tardi e dobbiamo rimetterci in marcia, tanto tardi che non riusciamo nemmeno a vedere la zona liberata di Nusaybin, che a occhio sembrerebbe mezza città, tutta la parte che uscendo con il furgone è alla nostra sinistra. Vediamo teloni e sacchi di sabbia, ma anche mezzi ribaltati a mo’ di barricata. È metà pomeriggio, ci è sempre stato detto di muoverci con la luce del sole. Anche questa volta non riusciremo ad arrivare all’ultima tappa della giornata prima di sera.

KM 450 – Hasankeyf – 9 ottobre

La tappa ad Hasankeyf era obbligata. L’abbiamo persa il giorno prima, non potevamo perderla marciando verso Diyarbakir. Il 20 settembre la cittadina, meta turistica molto rinomata, è stata attraversata da un grande corteo in difesa delle rovine storiche sul Tigri, minacciate dalla costruzione di una diga. La difesa delle rovine è una battaglia di lungo corso, i cortei e i movimenti in sua protezione sono iniziati diversi anni fa. Hasankeyf è un luogo meraviglioso. Sembra sia stato scolpito nella roccia e lasciato lì sopra al fiume, incurante del passaggio degli anni. Questo patrimonio dell’umanità, addirittura uno dei primi presidi costruiti dall’essere umano, potrebbe non esistere più. Una diga potrebbe passare da lì coprendo d’acqua tutto, tranne un minareto.

Alcuni abitanti della zona ci raccontano la storia del luogo e il progetto della diga. La storia della difesa di questo luogo ci appassiona, e ci riproponiamo di studiarla e seguirla anche al ritorno in Italia. La magia delle luci al tramonto che si riflettono sull’acqua ci regalano foto da cartolina. Mancano 130 km a Diayrbakir e la luce sta calando: si deve partire.

Rojava 3

KM 580 – Diyarbakir – 9/10 ottobre

Sono le 22.00. Arriviamo al Guler Hotel. Facciamo il punto della situazione e andiamo a mangiare. Scriviamo un post per il blog e poi a letto, il giorno dopo si parte nuovamente presto, sicuri stavolta di avere interprete e autista puntuali al risveglio.

Quando apriamo gli occhi e ci affacciamo alla finestra non vediamo quello che vorremmo: le macchine non circolano e al di la della nostra via, all’imbocco della piazza, ci sono le barriere della polizia. Siamo nell’area del coprifuoco. Dal tramonto all’alba lo scenario è cambiato. Il nostro autista non può arrivare da noi. Noi possiamo uscire. Invece che passare dal filtro di polizia alla nostra destra proviamo a uscire dall’area dal lato sinistro della piazza. Non troviamo nessuno e possiamo salire sul mezzo che ci porterà verso Suruc.

KM 810 – Suruc – 10 ottobre

Pit-stop in un autogrill turco a poche decine di chilometri da Urfa. Prima di risalire in furgone, suona il telefono di Elio. – Era mia madre, è scoppiata una bomba ad Ankara a un corteo sindacale per la pace. Non ci è chiara la situazione, e mentre maciniamo chilometri proviamo a capire qualcosa in più. Le bombe sono due, sono esplose all’altezza della testa del corteo, vicino al camion dell’HDP. Il corteo è stato convocato dall’HDP e da alcune sigle sindacali. Ricostruiamo tutto questo mentre arriviamo a Suruc. La nostra prima tappa è il centro culturale Amara, dove il 20 luglio un kamikaze dell’ISIS si è fatto saltare in aria uccidendo 33 ragazzi  che si stavano preparando ad andare a Kobane, per aiutare nella ricostruzione della città.

Entriamo in punta di piedi. Vediamo poche persone. Catatoniche davanti alla televisione. I visi e gli occhi gonfi di lacrime. Chiediamo se disturbiamo. Ci dicono di no ma che in quel momento non se la sentono di parlare. Ci sentiamo a disagio, guardiamo dietro di noi e i segni dell’esplosione di luglio sono ancora visibili. Hanno deciso di non sistemare la vetrata del centro, tenerla come ricordo di quel tragico giorno. Vetri rotti che hanno lo stesso valore dell’orologio alla stazione di Bologna fermo alle 10.25. Dietro alla vetrata si intravede uno striscione. Ci sono i volti dei 33 ragazzi saltati in aria, proprio nel punto dell’esplosione. Non è facile essere lì in quel momento. Non è facile essere al loro fianco mentre vedono e rivedono l’immagine dell’esplosione della bomba ad Ankara, mentre il conteggio dei morti continua a salire. Non è facile ma capiamo che è lì che dobbiamo stare. La solidarietà è anche questa cosa.

A un certo punto ci vogliono parlare. Ci raccontano il loro 20 luglio, che sembra essere, ovunque, un giorno maledetto per chi lotta contra l’oppressione, il neoliberismo e il paradigma dominante. L’incontro finisce, perché la compagna che ci sta raccontando deve andare a Kobane a lavorare, ed è arrivata la macchina della “polizia locale” o meglio “Zabita”, che la scorta fino al confine. Ci saluta, le lacrime non si sono ancora del tutto asciugate. Prima di andare via ci dice che alle 17.00 nella piazza principale di Suruc ci sarà una conferenza stampa dell’HDP, e ci consiglia di andare.

Per aspettare le 17.00 mangiamo qualcosa e poi andiamo a far visita a uno dei 5 campi profughi nelle vicinanza di Suruc. Questo è molto diverso dall’altro. Ormai è quasi inesistente. Dopo la riconquista di Kobane in tante e tanti hanno riattraversato il confine. Qui non ci sono presidi medici o educativi, non ci sono striscioni e campi di calcio. Ci sono tende, e un centinaio di persone. La visita è veloce e come sempre le bambine e i bambini presenti ci fanno festa. Andiamo al palazzo del comune, che è anche la sede dell’HDP. Siamo in dubbio se provare ad andare a vedere il muro di confine, costruito dall’esercito turco per evitare il passaggio verso Kobane, ma il tempo non c’è e i dubbi si dissolvono. Prima della conferenza stampa incontriamo i co-presidenti locali e cerchiamo con loro di capire cosa significhi la bomba di Ankara e come a Suruc, città senza zone liberate, dove la maggioranza del partito non è schiacciante come in altri luoghi, si applichi il confederalismo democratico. Parliamo di diritti delle donne e di giustizia, e del rapporto tra la giustizia autonoma curda e quella ufficiale turca. In mezzo a tutto questo consegnamo al comitato di ricostruzione di Kobane i soldi che la nostra carovana ha raccolto prima di partire. Alle 17.00 ci muoviamo con loro per andare in piazza. La polizia turca fa filtro. Dopo l’attentato recita la parte di quelli che “difendono il popolo” e quindi controlla tutti coloro che entrano in piazza, alla ricerca di armi. Noi diventiamo immediatamente soggetti da fotografare e filmare. Non ci aspettavamo nulla di diverso. Tutto fila liscio. Intanto leggiamo la notizia che il PKK conferma il cessate il fuoco unilaterale per permettere un sereno svolgimento delle elezioni. Il nostro programma cambia: non si dorme a Suruc. Anche se le autorità locali ci dicono che se vogliamo ci possiamo fermare come da programma pensiamo che dopo quel che è successo, sia opportuno liberare le compagne e i compagni dal doversi occupare di noi. Non senza tristezza, ci muoviamo per andare ad Urfa e cercare un hotel. Uscendo da Suruc ci ferma la polizia. Controllo documenti, perquisizione a zaini e furgone, alcune domande ad autista e interprete. Dopo pochi minuti ripartiamo. In viaggio scopriamo che chi gestiva le operazioni di “controllo” aveva provato ad estorcere informazioni che avrebbero potuto giustificare un fermo ad interprete e autista. Il primo segnale che, nel paese, il clima è cambiato.

Rojava 4

KM 850 – Urfa – 11 ottobre

Urfa è una città diversa. L’AKP è il primo partito. È la città sacra dei profeti. Da qui quasi 10000 persone si sono arruolate nell’ISIS. È una città ultra moderna, ricca. Vive la contraddizione che la convivenza tra religiosità e modernità porta con sé. Non ci troviamo a nostro agio. Tappa obbligata per la notte. Ma nei programmi di viaggio già inserita per capire come il processo rivoluzionario del popolo curdo passi anche da luoghi come questo. I co-presidenti dell’HDP locale sono eleganti. Colti. Parlano inglese. Nella sede c’è l’aria condizionata, il wi-fi e la televisione. Un drappo nero è esposto all’esterno. Il cay non manca. Appena ci sediamo con loro per iniziare l’intervista arriva la prima ondata di tazzine e zollette di zucchero. A intervalli regolari arriva il rabbocco. Alle 15.00 ci sarà un corteo per chiedere verità e giustizia per Ankara e ribadire che la responsabilità della strage è del governo e di Erdogan.

Parliamo di molte cose, ma quando proviamo ad incalzare sul tema dei diritti delle donne la co-presidentessa ci prende in contropiede.

– Non capisco perché le tante delegazioni di italiani che vengono qui continuino a chiedere del ruolo e dei diritti delle donne, quando nelle vostre delegazioni, se va bene, come oggi, c’è una donna soltanto.

Ci ridiamo amaramente sopra, ma il contraccolpo è forte.

Ci invitano al corteo, non possiamo accettare. A Diyarbakir sembra ci sia il coprifuoco dal giorno prima. Dobbiamo andare a vedere e capire. Prima di ripartire facciamo i turisti e ci inoltriamo nella città dei profeti. Turisti, ricchezza e alberghi 5 stelle tutt’attorno. Uno schiaffo rispetto alle altre città visitate. È il modello Erdogan fatto e finito. Oltre alla sede dell’AKP ci imbattiamo anche in una sede dell’MHP, il partito di destra ultrazionalista, vicino ai Lupi Grigi, che ha organizzato gli attacchi alle sedi dell’HDP nei mesi precedenti. In Kurdistan nessuna sede del partito filo curdo è stata colpita perchè in ogni luogo, anche ad Urfa, è stata difesa da centinaia di compagni e compagne. Anche questo piccolo esempio ci dà, in parte, la dimensione del radicamento del movimento in quest’area.

KM 1050 – Diyarbakir – 11/12/13/14 ottobre

Dopo migliaia di chilometri torniamo a Diyarbakir. Sono le 17.00. Entrando in città incontriamo centinaia e centinaia di agenti in assetto anti-sommossa agli angoli delle strade. Barricate incendiate. Strade chiuse dalla polizia. Il nostro driver con un dribbling degno della memoria di Gigi Meroni riesce ad evitare le nuove barricate in costruzione e proseguire verso Sur. Rimaniamo ammirati da come con una mano gira il volante a destra e sinistra, mentre con l’altra cambia il cartello Diyarbakir sul cruscotto facendolo diventare “Sur”.

Le barriere della polizia sono ancora nella piazza che apre le porte alle mura antiche della città. Come ci aspettavamo il coprifuoco è confermato. Il nostro albergo, con parte dei nostri bagagli è in piena area vietata. Proviamo a passare le barriere. A differenza della mattina precedente il filtro di polizia è a ogni accesso/uscita dell’area. Ci dicono che se rimaniamo in hotel di lì a pochi minuti non potremo più mettere il naso fuori, nemmeno per andare a prendere da mangiare. Dopo una breve consultazione decidiamo di cambiare hotel, uscendo così dall’area di coprifuoco, per permetterci un po’ di mobilità per la sera. Speriamo di tornare il giorno dopo. Mentre siamo alla ricerca di un nuovo posto per dormire scattano le 18.00 e il coprifuoco diventa attivo. Per inaugurarlo la polizia spara lacrimogeni e tira on gli idranti sulla folla che si trova nella piazza, un’area dove era consentito restare. Dopo l’intervento poliziesco nelle vie attorno si muove un mini corteo. Il lancio di lacrimogeni coinvolge tutta l’area circostante e i Toma girano minacciosi per le strade. Troviamo un hotel: appena entriamo in stanza, un lacrimogeno esplode davanti all’ingresso. L’isteria antiterrorismo dopo la bomba di Ankara sembra giustificare una nuova ondata repressiva verso le popolazioni curde, con la solita scusa della guerra al PKK.

Quello che ci aspetta sono altri due giorni di coprifuoco nel quartiere di Sur, e in altri 8 quartieri della città. Tutti i nostri piani saltano. Molti compagni e molte compagne non possono uscire dalle aree di residenza, noi non possiamo entrare. Il centro culturale Dicle-Firat è chiuso. Non sappiamo bene cosa fare. Proviamo a vivere il pezzo di città che ci è concesso. L’11 e il 12 ottobre ci sono due giorni di sciopero generale contro il governo. Domenica 11, prima che noi arrivassimo, un corteo di oltre 10 000 persone era stato caricato. Poi la carica della sera. Lunedì 12 un corteo studentesco prova a sfidare il coprifuoco. Nuove cariche. Lacrimogeni e idranti. Giornalisti fermati in piazza. Prima della partenza del corteo alcuni internazionali sono stati fermati , con diverse scuse, e portati nell’area di coprifuoco per giustificare un fermo di polizia. Alcuni hanno passato 14 ore in questura, indagati per terrorismo, mentre squadre anti-terrorismo perquisivano gli alberghi di residenza con tanto di piantoni armati all’ingresso. Tutto quello che può raccontare l’oppressione al popolo curdo va messo a tacere. Tutto ciò che può testimoniare come dopo la strage di Ankara si cerchi di far paura a chi ha votato l’HDP e chi sta costruendo un’alternativa reale e non violenta all’oppressione, è scomodo e deve essere intimorito. A un pezzo di città è stato vietato di vivere. Ma all’indomani della fine del coprifuoco, dopo quattro lunghi giorni, oltre a case e moschee crivellate dai colpi, quello che rimane allo stato turco sono i sorrisi di chi – non sconfitto nè vinto da violenza, arroganza e guerra – ha riaperto le proprie attività, ricominciando a vivere in maniera normale, in sberleffo a Erdogan e alla sua polizia razzista e nazionalista.

Camminando per le vie di Sur vedi i segni della guerra che lo stato turco sta portando avanti. Ma vedi anche le barricate, non abbattute, delle zone liberate. E allora capisci che mezzi corazzati e stipendi non valgono la forza della resistenza di un popolo che da quasi cent’anni grida al mondo di volere essere se stesso, di voler vivere in pace e di dover lottare, anche militarmente, per conquistarla.

Intanto la Turchia viene considerata “paese sicuro” dalla UE. In cambio dell’accoglienza ai profughi siriani, l’Europa stanzia miliardi di euro e si prepara a facilitare l’ingresso nell’Unione al paese. Erdogan rincorre il sogno di ottenere 400 deputati, cambiare la Costituzione  e “finalmente” imporre il sistema presidenziale, diventando il padre/padrone di un intero paese. Contro tutto questo i curdi stanno resistendo, nel silenzio assordante e spietato degli equilibri geopolitici mediorientali. Da una parte, lottando contro l’ISIS; dall’altra – oltre le barriere ideologiche del marxismo-leninismo e dello stato-nazione – dando vita a una vera rivoluzione, che racchiude in sé tutta la potenza dello zapatismo, amplificato dall’assetto urbano e “occidentale” in cui è agita.

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