#AlpinismoMolotov. No Picnic on Rocciamelone

Alpinismo Molotov

Alpinismo Molotov

[Tra le varie attività nate intorno ai nostri libri e a Giap, negli ultimi 3-4 anni si sono distinte sempre più le escursioni a tema, vere e proprie “camminate narrate”, workshop pedibus calcantibus nati come espansioni di nostri lavori quali Il sentiero degli dei di WM2 e Point Lenana di WM1 e Santachiara. Da tempo, come officina di narrazioni, ci occupiamo in vari modi di storia e montagna, di smontaggio delle mitologie tossiche legate alla montagna e all’alpinismo, di critica dell’uso del territorio ecc. WM2 alterna i ripercorrimenti della “Via degli Dei” tra Bologna e Firenze  (vera e propria inchiesta “sentierologica” su quella parte di Appennino) a “laboratori viandanti” come quello condotto nell’aprile scorso lungo la via Francigena; WM1 ha introdotto, nel corso del Point Lenana Tour (de Force), un ricorso alle ascensioni alpine come prosecuzioni transmediali del libro. Sono sempre più numerosi i giapster interessati a questi temi e disposti a mettersi in marcia.
Alpinismo Molotov è una prima sintesi (una delle tante possibili) di questo lavoro.
Alpinismo Molotov è un’associazione sovversiva informale a fini escursionistici fondata da giapster.
Si ha Alpinismo Molotov ogni volta che dei/delle giapster vanno insieme in montagna (l’A.M. non contempla la “solitaria”) con la consapevolezza che la “montagna” è:
– una costruzione culturale e storica (e come tale è oggetto di critica e demisticazione);
– un luogo dove non si sfugge alle contraddizioni ma se ne trovano di ulteriori e specifiche;
– un terreno di conflitto tra usi del territorio diversi e incompatibili;
– un deposito di storie e segni di passate rivolte, resistenze, repressioni.
Alpinismo Molotov non è localizzato in alcuna città ma disseminato lungo la Penisola. Nondimeno, è plurigemellato con l’Associazione Proletari Escursionisti (APE) di Milano, con il Collettivo Alpino Zapatista (CAZ) di Genova e coi “Bike Partisans” di 2Ruote di Resistenza (2RR), Torino.
Si può far parte di Alpinismo Molotov con o senza tessera del CAI¿, Club Alpino Informale (da scriversi rigorosamente col punto di domanda arbaltato).
Il nome “Alpinismo Molotov”, come si legge nel racconto che segue, lo ha trovato il compagno che si fa chiamare “Diserzione” durante la salita del 13 luglio scorso al Rocciamelone, Alpi Graie, 3538 mt. Il nome deriva da “Calcio Molotov”, filosofia futbologica sulla quale potete erudirvi qui.
La salita al Rocciamelone (con infortunio di WM1 e susseguenti complicazioni) è stata il battesimo “ufficiale” di Alpinismo Molotov, e questo racconto collettivo ne è l’esordio letterario.
Perché proprio il Rocciamelone? Per motivi che hanno a che fare con la lotta No Tav. Il Rocciamelone è uno dei simboli della Val di Susa. Da sopra la montagna si vede il nefando cantiere del “cunicolo geognostico” in Val Clarea. WM1 sta scrivendo un libro sulla valle e la storia del movimento, e il Rocciamelone vi avrà un ruolo importante. Non a caso, il 13 luglio, erano con noi Simone e Maurizio, due attivisti del comitato No Tav «Spinta dal Bass».
I giapster che hanno partecipato sono [nickname usati qui sul blog, link ai loro blog o profili twitter]:
DiserzioneLo.Fi.Filippo SottileMarcoBaboucheVito66Vecio BaeordoYamuninMr Mills

Il «prima» scritto dopo

WM1. L’ecografia dice: «Si segnala una zona lamellare di ipoecogenicità marginale in corrispondenza del tendine del sovraspinato a livello della limitante inferiore, espressione di processo flogistico in questa sede. Coesistono manifestazioni tendinosiche diffuse con fini calcificazioni intratendinee del 2° tipo. Non alterazioni della borsa SAD. A livello del tendine del CLB presenza di liquido nella guaina.»
È con quest’infiammazione alla spalla destra che mi accingo a salire sul Rocciamelone, Alpi Graie, 3538 metri sul livello del mare. La montagna più alta che ho affrontato in Europa.
All’inizio pensavo di essermi stirato il tendine del deltoide, durante un’escursione sull’Alpago col mio amico Luciano. Per il male al braccio – una serpentina di dolore che corre dalla scapola fino al polso – ho dovuto rinunciare a raggiungere la cima del Monte Dolada (1938 mt). Mi sono fermato poco dopo la forcella, a Luciano ho detto solo che ero fuori allenamento, per non allarmarlo. Tornato a casa, ho prenotato l’esame.
Nessuno stiramento. La salita al Dolada è stata la circostanza in cui mi sono accorto del dolore, ma l’infiammazione c’era già da prima, conseguenza di un lungo periodo di superlavoro al computer.
A rinunciare non ci penso nemmeno: da settimane organizziamo la trasferta, ci sono giapster che si muovono da Trieste, da Brescia, militanti No Tav che hanno infilato l’ascensione nel calendario tra un’iniziativa e l’altra, il Vecio che sale con l’ernia… Ci teniamo tutti moltissimo.
Ma la cazzata che faccio non è partire con una spalla malandata.
La cazzata che faccio è pensare: come faccio a usare i bastoncini, con una spalla ridotta così? Non li porto, in qualche modo mi arrangerò.

D. Ho davanti un PC e un po’ di tempo soltanto ora; avevo provato a scrivere sul cellulare ma mi si è cancellata la mail che credevo di aver salvato in bozza (ho dei testimoni di questo).
Va peggio di così (seguono scuse metafisiche): non ho più la minima ontologia necessaria per rappresentare le cose. Ultimamente mi sono anche allenato a sopravvivere dimenticando quasi subito quello che succede – e questo in particolare è molto grave. È da molto tempo che non registro più quello che mi capita, quello che vedo, che penso. Ricordo che molti anni fa, durante l’infanzia e la prima adolescenza, lo facevo continuamente. Vivevo in un continuo testo mentale. Poi sono poco a poco guarito. Ora ho raggiunto la condizione opposta: non registro nulla. Forse, inconsciamente, è un’autodifesa -tanto quanto lo era il suo contrario- che razionalmente so essere inefficace se non controproducente, ma dalla quale finora non ho saputo staccarmi. La mia scrittura, già da sempre poco rilevante, dai lunghi deliri su Giap si è ridotta negli ultimi tempi ai pochi caratteri di twitter, la presentazione di un link, lo scambio con qualche troll, fino alla battuta facile, il chiacchiericcio. Inoltre ci ho il gomito che mi fa contatto col piede.

FS. Ogni giorno, tutti i giorni, do almeno un’occhiata al Rocciamelone: oggi è totalmente coperto, la nuvolaglia è così spessa e omogenea da non lasciar supporre che in quella direzione svetti un gigante. Siamo stati fortunati domenica a poter godere di ampi spiragli di sole.
Ogni giorno sul percorso da casa a lavoro, se alzo lo sguardo, cerco il suo profilo inconfondibile. A me sembra un apostrofo.
Il 6 maggio Wu Ming 1 e Wu Ming 5 erano a Torino per L’armata dei sonnambuli. Prima che cominciasse la presentazione, ho scambiato i saluti e poche chiacchiere con Wu Ming 1. Poi lui a bruciapelo mi chiede: – Il 13 luglio ti va di salire sul Rocciamelone con una banda di Giapster?
È la fottuta risonanza.
Giusto qualche giorno prima aveva detto alla mia compagna: – Io quest’anno sul Rocciamelone ci salgo.
A presentazione finita, Wu Ming 1 mi dice: – Ci sentiamo per organizzarci, e allenati!
Allenarsi? Magari. Ognuna delle cazzo di domeniche in cui avrei voluto e potuto fare una sgambata in montagna è stata suggellata dalla pioggia. Solo giovedì 10 luglio, in notturna, mi sono potuto concedere una lunga camminata sulla collina morenica attorniato da milioni di lucciole (intese come coleotteri).

V66. La friggin’ risonanza mistica ha cominciato a diffondersi presto, ancor prima che fossero definiti dettagli, possibili imprevisti, eventuali rimedi. Si parte tra tre giorni, le visioni sono già cominciate.
Previsioni temporali pessime per il fine settimana, gli elementi sembrano curiosi di metterci alla prova, noi armata bassaiola-montanara, forse ben equipaggiata ma probabilmente peggio preparata per l’amplesso col monte, il sentiero, la fatica. Si vedrà.

WM1. Sul Rocciamelone voglio salirci perché mi serve per il libro sui No Tav. Potrebbe essere uno degli stratagemmi narrativi di base: raccontare vent’anni di movimento No Tav mentre si sale al Rocciamelone, vedendo la valle dall’alto.  Sono due le ascensioni “in tema” che ho in programma: questa, e quella al monte Musinè del 21 settembre. Il Musinè, la “montagna dei misteri”, delle enigmatiche coppelle, degli avvistamenti di UFO, dei “fulmini globulari”, dei fuochi fatui, dei libri di Peter Kolosimo. Una salita facile, dicono. Sono solo 1150 metri. Il Rocciamelone è tutt’altro affare, la vetta supera di svariate centinaia di metri il mio record altimetrico europeo. «Vabbe’, dopo che sei stato sul Kenya…», mi dicono. Ma il fatto che in Africa abbia sfiorato i cinquemila non vuol dire che mi sia più facile andare a tremila e rotti sulle Alpi. Mica è così che funziona.

D. Se immagino il mio récit per come vorrei che fosse, ipotizzo una sobria esposizione dei fatti, che però mi è impossibile. Un po’ perché i fatti sono ormai confusi nella memoria, e qualcuno perso, un po’ perché non sono nelle condizioni di definire i loro confini, così come i miei stessi. Mi è difficile anche assumere un qualsiasi ruolo nei confronti dei fatti. Devo riallenarmi a ricordare, riabituarmi al certo sforzo di ricostruire i ricordi, a formare con le parole una storia coerente. È uno sforzo perché è anche ammettere un mio limite, confrontarmi con la vastità della mia ignoranza specifica ma pure con l’incommensurabilità del rappresentabile rispetto al rappresentato… Se ora riesco a scrivere due righe è perché confido nel fatto di essere solo uno del gruppo di giapsters e compagni notav che ha salito e scritto della salita al Rocciamelone, e la mia incongruenza certo sarà compensata. E poi voglio finalmente leggere quanto scritto dai compagni d’ascesa, e non posso farlo finché non ho detto la mia, anche se sono sicuro che molto altro capirò e mi verrà in mente solo dopo averli letti.

WM1. Mi piace l’idea di far incontrare “occidentali” e “orientali”, con la “mediazione” geografica (e il supporto automobilistico) dei giapster bresciani. La Val Susa e Trieste sono i due margini tra i quali si muove il mio lavoro sulla montagna degli ultimi anni.  Non è solo un incontro tra diversi gruppi di giapster, è anche l’aggancio tra i mondi di due libri, quello già scritto (Point Lenana) e quello in corso di stesura.
Non  a caso, buona parte dei nomi coinvolti – Mr. Mills, Filippo Sottile, Lo.Fi., il Vecio, Tuco – compaiono nei ringraziamenti di Point Lenana. È un peccato che Tuco abbia dovuto dare forfait, e Lorenzo sia rimasto il solo triestino a partecipare. Tuco verrà comunque sul Triglav, ad agosto.
Per un anno Lo.Fi., Mr. Mills e Vecio Baeordo hanno gestito insieme il blog dedicato a Point Lenana, senza essersi mai incontrati. I primi due si vedranno a Brescia e viaggeranno insieme verso ovest insieme a Maurizio / Vito66. Tutti e tre si incontreranno a Bussoleno, alla presentazione de L’Armata dei Sonnambuli.
Che coacervo di varia umanità! Simone e Maurizio di Spinta dal Bass sono i miei principali contatti in valle. Diserzione, l’ultima volta che l’ho visto, si è infortunato durante un’escursione sull’Orsiera legata a Point Lenana. Luigi/Yamunin e Vito66 sono ormai due vecchi sodali. Marco “Babouche” Garbaccio è un aficionado delle presentazioni a Torino, nonché una miniera di storie sulla fotografia, sulla Resistenza, sulla montagna. È anche l’unico in tutta Torino a girare con una sciarpa degli Ultras della Spal. Sopra c’è scritto: ALDAMAR (A sen di grez!)
«Letamaio» è il più frequente insulto in ferrarese.
«Siamo dei grezzi» è un’aggiunta pleonastica.

Lo.Fi. Vito66 è sul sedile di dietro, silenzioso e impassibile, mentre farnetico nella testa teoremi filosofico-calcistici misti a stanchezza, faccia arsa e connessi deliri. Discreto e impassibile come lo è stato per tutta questa lunghissima giornata di Alpinismo Molotov, nel condurre la testa della “spedizione” a ritmi da trail-running assieme ai due di Spinta dal Bass, nell’andare a recuperare Wu Ming 1 infondendogli l’energia e la motivazione necessaria per completare gli ultimi metri, magari facendogli da controcanto nella canzone finale, definitiva…
Stiamo facendo ritorno a Brescia, Mr Mills guida l’auto, stoico e generoso. Non è facile, dopo 1350 metri in su e poi in giù… perdipiù senza allenamento. Siamo la sezione “orientale” della prima spedizione di Alpinismo Molotov sulla vetta del Rocciamelone, 3.538 metri. In verità io sono l’unico vero orientalista, i miei compagni di macchina bresciani dubito si riconoscano in questo punto cardinale. Io invece vengo addirittura dall’aldilà dell’Adriatico, un figlio illegittimo dell’irredentismo italiano, mio padre era persino un esule istriano, figuriamoci.
Ho attraversato la pianura padana fino a Brescia, usando solo treni regionali e autobus urbani; fino a pochi anni fa un viaggio ordinario, ora è qualcosa di paragonabile alla traversata dell’oceano sul Kon-Tiki… ma no, non potevo proprio dare i miei spicci alla Bestia, l’alta velocità, in nome del quale si vorrebbe perforare la Valle di cui mi appresto a conoscere la resistenza.

Da Oriente a Occidente: due diversi Nord, due estremi dell'arco alpino, due diverse tradizioni alpinistiche.

Da Oriente a Occidente. Due diversi Nord, due estremi dell’arco alpino, due diverse tradizioni dell’andare in montagna.

FS. Nelle mail che ci siamo scambiati nei giorni precedenti, mentre Vecio Baeordo si dava da fare ad organizzare, si è ipotizzato di improvvisare un reading in vetta e lì per lì, ho promesso che mi sarei portato l’ukulele e che ne avrei cantate un paio delle mie. Poi invece le previsioni gufavano lo zero termico a 3200 e nuvole e pioggia e ho optato per lasciare a casa il mio strumentino e selezionare una lettura idonea. Ci ho pensato poco, sapevo già.
The Telling (orridamente tradotto La salvezza di Aka in italiano) è uno dei romanzi del Ciclo dell’Ekumene di Ursula K. Le Guin. Sul pianeta Aka una dittatura liberista sta provando a spazzar via una filosofia tradizionale che ha fra le sue pratiche principali la Narrazione. Il tempio più importante di tale culto è la biblioteca che conserva gli scritti sopravvissuti al rogo, hanno sede su un monte accessibile solo d’estate. È il Monte Silong.
Io il Monte Silong l’ho sempre immaginato con le fattezze del Rocciamelone. Altre due cose accomunano le due montagne, quella terrestre e quella akana: entrambe sono meta di pellegrinaggi ed entrambe sono custodi di storie importanti. Sul Rocciamelone, per dire, qualcuno pone l’inizio della storia dell’alpinismo.

D.  Poco tempo fa ho iniziato ad andare sui monti più vicini a me, vicini geograficamente e relativamente alla mia condizione di principiante. Non che prima non avessi mai frequentato l’ambiente di montagna: piccole escursioni le ho fatte già da piccolo, e parecchie volte sono venuto in Val Susa. Ma da qualche mese vado sulle Alpi Liguri e salgo fino alle non elevatissime vette, cosa prima mai fatta. Non saprei dire il perché a un tratto ciò sia successo. Forse ha contribuito anche la “bomba a scoppio ritardato” (per usare le parole di Roberto) della lettura di Point Lenana?
In Point Lenana tutto è messo in gioco e in pieno «stile Wu Ming» si rinuncia alle difese, alle posizioni sicure del saggista e del narratore, si attraversano i tratti esposti che le uniscono. Ci spiegano com’è la letteratura di montagna e poi ne aggiungono di nuova dello stesso tipo, che proprio per questo non è più, ma pure è ancora, la stessa. E prima di raccontare lo fanno anche. Ci sono almeno tre livelli che si intrecciano continuamente: il ragionamento sulla letteratura di montagna, la letteratura di montagna, e la pratica alpinistica (questo ovviamente per restare in topic, ma PL è anche altro, storiografia, non-romanzo storico, biografia…).

FS. La montagna l’ho detestata a lungo io, visceralmente. Intorno ai vent’anni avevo un monologo, Montagna Democratica. Raccontava di una auspicabile formazione politica che avrebbe finalmente reso le montagne accessibili a tutti. Vado a memoria, faceva più o meno così:

«[…] La prima cosa è spianare, perché la salita è dura.
Non dico a piedi o in bicicletta.
Anche in macchina.
Una mia cugina ha fatto la cresima al Santuario del Selvaggio, sopra Giaveno.
Io ogni due tornanti vomitavo.
Al dodicesimo tornante la portiera era mimetica, sembrava una Uno dell’esercito.
[…] La seconda cosa è le attrattive.
Cioè, una volta che sei su un prato di montagna, che cazzo fai?
Giochi a frisbee con le buse delle vacche?
A rischio di andartene giù in uno sbalanco mentre cerchi di acchiappare la busa al volo?
[…] La montagna per viverla pienamente bisogna attrezzarla:
cinema, sale da ballo e soprattutto centri commerciali.
[…] Sai che fico andare al centro commerciale in ovovia?»

Dicevo quel pezzo con la ferocia, la stessa di quando sedicenne, il microfono fra le fauci, giocavo a fare Zazzo Sassola su qualche palco di provincia. Ma delle istanze ambientaliste, che nel pezzo indubbiamente c’erano, non me ne fregava una beneamata.
È una cosa piuttosto brutta da scrivere, lo so.
Per me Montagna Democratica era uno sganassone in faccia ai miei amici, quelli che il lunedì avevano la faccia rossa di sole e le gambe di pasta frolla e sorrisi beati e che si lanciavano in resoconti entusiastici delle loro ascensioni. A me mi facevano salire l’odio, volevo fargli male. Perché? Perché a me, che mai l’avevo fatto, pareva inconcepibile che grondare sudore e bestemmie sfacchinando su un pendio potesse dar piacere. Mi pareva che lo facessero per posa.
Anche gli scout: io li odiavo. Non tanto per la gerarchia interna, la messa obbligatoria, il bagno di buoni sentimenti, ma perché questi scarpinavano con le braghe corte e sembravano felici di farlo. Una balordata bella e buona, eh? Ma se manca questa confessione, con che coraggio scrivo di montagna?

D. Non conosco quasi nulla della letteratura di montagna e ho praticato poco la montagna stessa. Inizio da qui, con parole non mie, il mio strambo e incongruente récit, dalla spiegazione da pag. 66 di PL di cos’è un récit d’ascension:

«è un mélange di racconto di viaggio e cronaca sportiva, osservazione naturalistica e prosa poetica. Quella «di montagna» è una letteratura testimoniale, fatta di esperienza diretta. Novantanove volte su cento, lo scrittore di montagna è un alpinista e racconta di luoghi in cui è stato.
[…] Per capire questa corrispondenza fra azione e scrittura, bisogna tener conto che l’alpinismo si svolge in un’intersezione: presenta caratteristiche tipiche degli sport, ma molti suoi praticanti rifiutano con sdegno di considerarlo un’attività sportiva, né si definirebbero mai atleti. Lo ritengono più affine a un’arte, come la danza, oppure lo vivono come disciplina spirituale, stile di vita ecologico, attività esplorativa.
Potremmo cavarcela a buon mercato dicendo che l’alpinismo è anche uno sport ma non solo, e il suo parziale “essere altro” lo rende l’unico sport in cui la scrittura fa parte della performance, ha un ruolo essenziale.
Le scalate avvengono lontano dal “consorzio civile”. Scriverne ex post è il modo di farle esistere agli occhi altrui. Si comincia scrivendo due-tre frasi sul libro di vetta e si prosegue scrivendo un articolo, una relazione, un raccontino […]
Sin dagli albori dell’alpinismo, dunque, il resoconto è stato parte dell’impresa. Ma dire questo è ancora poco: senza il resoconto, non solo non esisterebbe l’alpinismo, ma non esisterebbe nemmeno la montagna, intesa come costruzione culturale, mito che sempre si narra e sempre affascina. Sono stati i racconti di esploratori e alpinisti a creare la montagna quale oggi la conosciamo e a trasformare l’atto di scalarla in un’impresa che si inserisce in una tradizione.»

In particolare mi è capitato di ripensare a quanto segue:

«Il racconto di montagna è anche “autoanalisi”.
Come ha spiegato Marco Albino Ferrari, l’alpinista scrive nel tentativo di spiegare (e spiegarsi) “i motivi di fondo che spingono un individuo a sfidare il vuoto; il perché di un’attività per certi versi perversa, insensata, folle. A che scopo si scala una parete rischiando la vita? Qual è il motivo per cui si va a patire freddo, disagi, intemperie, fatiche inumane? Il racconto di alpinismo arriva così a scavare nei momenti a margine dell’azione, quando ancora si medita se partire, quando la molla si sta caricando e ci si prepara a mettersi in marcia, magari sfilando davanti agli occhi incuriositi di chi assiste seduto su un prato”.
Nell’Italia degli anni Settanta, nei testi di Gian Piero Motti e del movimento del Nuovo Mattino, quest’ultima motivazione si fa predominante e dà vita a testi complessi, lacerati, veri e propri «esami di coscienza». In queste sedute di autocritica e autocoscienza, l’appassionato di montagna si definisce «fallito», «drogato», addirittura «asociale», per poi volgersi alla ricerca di una pratica alpinistica più umana e consapevole della società che la circonda.
Mentre arrancavo per il massiccio del Kenya, negli ultimi giorni del
gennaio 2010, molte di queste cose ancora non le sapevo […]»

Dopo aver riportato le “domande comuni” a molta della “autoanalisi letteraria di montagna”, Point Lenana sembra anche dare la propria risposta, subito dopo la vetta e il rendersi conto d’essere stati «lassù, proprio in cima», ed è per me una risposta contemporaneamente così terrena, materialista, anti-idealistica e poetica, da concedermi l’uso dell’aggettivo difficile, umana. Oggi questa risposta apre il reading Emilio Comici Blues.

Wu Ming 1 & Funambolique – Cadere in alto / Val Rosandra
Wu Ming 1 & Funambolique – Cadere in alto / Val Rosandra
Apertura della suite Emilio Comici Blues
Live al Teatro Rainerum, Festival del Camminare di Bolzano,
23 maggio 2014. Durata: 12 minuti


FS.
La faccio breve: una volta la mia fidanzata è riuscita a convincermi ad andarci, in montagna. Ha la testa più dura della mia, e non è poco. Potevo avere ventitré o ventiquattro anni. Salimmo al Colle di Valdobbia (2480 mt). La famiglia della mia fidanzata è valsesiana, ma lei mi portò lì per via di una coincidenza onomastica che mi metteva in stretta relazione con la valle e il rifugio.
Fui uno strazio. Salivo coi sandali da trekking. Le suole, ovvio, fino a quel momento le avevo consumate solo su asfalto: – Figurati se mi sputtano 50 euri per gli scarponi!
E mai un secondo attento, mai un minuto zitto: sempre avanti a improvvisare nuove battute sceme per Montagna Democratica.
Poi il muro, la pietraia e finalmente una sana afasia.
A lei, santa donna, l’ho confessato anni dopo. Il salire e scendere su quei blocchi di roccia, che parevano presi da un quadro di Savinio e sbriciolati lì come biscotti, mi ha sconvolto i sensi e immerso il cervello in una miscela di emozioni del tutto nuova. Un po’ quel senso di vertigine che si prova a leggere quei romanzi sci-fi ambientati nella preistoria, però centuplicato.
La potenza del paesaggio (ma chi ha portato quassù ‘sti macigni?), la fatica (non guardare in alto, non pensare alla meta, fai solo ancora un passo e ancora solo un altro), il senso ipnotico del respiro che satura le orecchie (e quindi quest’aria che entra ed esce fa rumore? È questo essere vivi?) mi portarono in dono una massima che mi sforzo di tenere sempre presente: l’equilibrio non è un concetto statico, vuoi stare in equilibrio? Attivati per farlo.
Faccio sempre l’esempio del funambolo: un acrobata non è mai davvero fermo, nemmeno per un istante, il suo corpo è sempre alla ricerca dell’equilibrio, è evidente.
Io l’ho capito scendendo in pietraia.

Da allora, benché in maniera tutt’altro che repentina, e facendo sudare almeno altre sette camicie alla suddetta fidanzata, ho cominciato ad andare in montagna, persino di mia iniziativa. E soprattutto ho cominciato a interessarmi alle montagne, almeno a quelle vicino casa.
Nelle giornate terse di gennaio e febbraio, quando si vede l’arco alpino dalle marittime fin oltre il massiccio del Rosa, gioco a dare i nomi alle vette, riconoscere quelle su cui sono stato, ricordarne sentieri, peculiarità, storie.
Credo, insomma, di essere stato contagiato da quello che Felice Benuzzi chiama il bacillo dei sassi.
L’anno passato poi la situazione mi è un po’ sfuggita di mano: con altri due scoppiati ho fatto il Cantagiro dell’Orsiera, un trekking di sei giorni e cinque concerti sul massiccio Orsiera-Rocciavrè. Quando l’ho annunciato, dei miei amici non ci credeva nessuno.

12 luglio 2014

WM1. Dovevamo essere in quindici, e plurigender, poi siamo diventati tredici e tutti maschi. Visto il ruolo organizzativo del Vecio – e pure il fatto che all’anagrafe si chiama Natale – abbiamo cominciato a parlare de «Il Vecio e i dodici apostoli». Che la salita sarebbe stata un calvario l’abbiamo messo in conto subito, visto lo scarso allenamento di quasi tutti. «Solo che stavolta gli apostoli ci saranno, e quando il gallo avrà cantato tre volte, saremo ancora tutti col Vecio», ho scritto nella mailing list. «Signur, l’ascensione non è ancora iniziata e siamo già in piena fase mistica», ha commentato Maurizio.
Dopo altri due forfait, siamo rimasti in undici.

V66. Entrati in Valle ci saluta il monte Musinè: il messaggio TAV = MAFIE si sdraia libero e adamantino su un fianco, nessuna forza del disordine sembra preoccuparsi di avventurarsi là per spegnere la serena equazione, segno di giustezza e consapevolezza.

musine
FS.
Ci siamo trovati a Bussoleno, nella piazzetta del mulino, dove Rita della Libreria «La Città del Sole» aveva organizzato una presentazione dell’Armata.
La banda sciamannata è composta da due guaglioni di Spinta dal Bass, quelli di Nemico pubblico per intenderci, compagine No Tav che svolge un lavoro fra i più originali qui in valle. Con Maurizio e Simone ci siamo già incrociati qualche volta e spesso con lo zampino di Wu Ming 1 e Wu Ming 2.
Poi ci sono i Giapster piemontesi: Yamunin, Diserzione, Marcobabouche e VecioBaeordo. Con loro e altri ho spesso marciato alle manifestazioni No Tav.
E poi c’è una delegazione Nord-Nord Est che comprende Lo.Fi., Mr Mills e Vito66. Gente che ho letto su Giap, su Twitter e via mail, ma che vedo per la prima volta.

MrM. Arriviamo da oriente, in tre, un po’ storditi e mentre aspettiamo che inizi la presentazione de L’Armata dei Sonnambuli – il nostro meeting point – con mezza birra ci sentiamo già ubriachi. I giorni precedenti uno scambio di e-mail ci ha caricato: la situazione meteo verificata giorno dopo giorno, la neve che forse è rimasta sull’ultimo tratto, ché questo inverno sulle Alpi ne è scesa tanta; la salita, chissà come sarà, l’allenamento – o meglio, il non-allenamento – quanto renderà; “sputeremo l’anima” ci siamo scritti, in ogni caso sputeremo l’anima.

V66. Ci si incontra, riunisce, compatta a Bussoleno, si ascolta il mondo arbaltarsi dalla voce di Wu Ming 1, si infila un dito in culo a tutti i prevaricatori di tutti i mondi seguendo mago Tomatis, infine si ride perché riprendersi la parola e i gesti fa bene ad ogni latitudine, ora del giorno, in qualsiasi contesto.

MrM. A Bussoleno ci carichiamo di energia stringendo mani, associando nomi – e nickname – a volti: la corporalità delle relazioni forgia una catena, il fluido inizia a scorrervi veloce con qualche esercizio del Laboratorio di Magnetismo Rivoluzionario tenuto da Mariano Tomatis, che non si aggregherà alla nostra “banda di scoppiati”, anche se più di uno di noi potrà giurare d’averlo visto il giorno dopo comparire sulla vetta, forse perché spesso evocato durante l’inerpicarsi lungo il sentiero. A cena un ultimo ingrediente magico: funghi porcini per cena, certi che la magia della scoperta bramata dai cercatori di funghi ci contagerà predisponendoci allo stupore.

FS. Wu Ming 1 è in gran forma e la presentazione è lucida e pirotecnica. C’è anche il tempo di un intervento di Mariano, che per l’occasione tira fuori un nuovo delizioso esperimento di magnetismo rivoluzionario: «Nina, la corsa a zig-zag e il movimento No Tav». Poi si va a cena alla Credenza, e mentre funghi cucinati nelle maniere più disparate si avvicendano nei piatti, parole, discorsi, riflessioni, confronti, boutade vanno a tessere relazioni fra i commensali.

WM1. A cena ci sono altri giapster, come Davide Gastaldo. Doveva essere della partita pure lui, insieme al fratello Roberto, poi hanno dato forfait. Ci saranno altre occasioni. Parliamo di un sacco di cose, a un certo punto parte un dibattito sull’approvazione dell’omicidio Matteotti da parte di Pirandello, poi un altro sull’appoggio di Borges alla dittatura di Pinochet. Io cito la cosa più sensata che ho mai letto al riguardo, si trova nel saggio La situazione dell’intellettuale in America latina (1978), del grande poeta uruguayano Mario Benedetti (sottolineatura mia):

«Non si tratta di proclamare la non validità dell’opera di Borges prendendo come base le sue abiezioni politiche. Tale atteggiamento sarebbe di una totale stupidità. Credo, invece, che Borges abbia già conquistato due posti d’eccezione: il primo in qualunque esigente storia della letteratura, l’altro (per usare la sua terminologia) nella “storia universale dell’infamia”. Farò sempre tutto il possibile perché la seconda considerazione non invalidi la prima, ma farò anche ogni sforzo perché la prima non giustifichi la seconda.»

Irresponsabili che siamo, cerchiamo di persuadere Mariano a venire con noi. – Tanto, – gli dice qualcuno – puoi smaterializzarti al rifugio e riapparire direttamente in vetta!
A proposito di magie, stanotte c’è pure la “superluna”: piena, vicinissima (a soli 364.000 chilometri dalla Terra) e più luminosa dell’usuale.
Parleremo con la superluna come una cordata di undici Gianni Togni.

FS. Sotto un acquazzone mica da ridere si va su al rifugio il Truc di Mompantero. Sono le 23 e abbiamo prenotato la colazione per le 5,15. Buonanotte e sogni d’oro.

MrM. Per la notte ci portiamo con le auto in quota, la strada buia sale a serpentina sul fianco della montagna: arrivati al rifugio scarichiamo gli zaini sotto la pioggia, dopo dieci minuti ci troviamo all’esterno del rifugio a mirare una luna tonda come una toma di formaggio piemontese. Buona notte, carichiamo le batterie e non ci sarà pioggia di meteore capace di fermarci domattina.

Y. Il rifugio sul Rocciamelone è illuminato da una luna enorme, il cielo è limpido e speriamo tutti che domani non piova. Rapidi occupiamo le stanze, stendiamo i sacchi a pelo su letti con materassi sfondati.
Prima di salutarci fumiamo nell’aria fredda scrutando il cielo, la luna enorme e qualcuno indica la costellazione del cigno. Le montagne si stagliano nette nel buio. C’è che dice di non aver mai respirato un’aria così limpida.
Sensazioni, parole e sbuffi di fumo.
Rientriamo, l’aria è pungente, e in poco tempo siamo tutti nei sacchi a pelo a tentare di dormire qualche ora prima della salita.

Lo.Fi. Ricordi sparsi mi mulinano nelle tempie, squarci di cielo e montagne innevate, spezzoni di dialoghi improbabili:
– Potrei fotografarti e inviare su twitter scrivendo: “ecco Spinta dal Bass in pigiama”.
– Mi sa che hai confuso Tifiamo Asteroide con Tifiamo Meteorismo.

Prima dell'Alba. Dal rifugio Truc, Rocciamelone.

V66. Comincia l’arrampicata sabato 12, all’inizio meccanica, fino al Truc (il trucco ce l’han fatto a noi stavolta, ma noi siamo fiammiferi, non ci fregate più…), ci si divide per imperare l’indomani mattina, dopo una notte breve senza stelle, stelle che però ci salutano appena alzati. 5:15 colazione, si arriva a scaglioni ma non soli, la compagnia regge e si consolida.

13 luglio 2014, «verso su»

Y. La notte trascorre insonne per qualcuno e scomoda per qualcun altro. C’è chi riesce a dormire malamente e chi sprofonda in un sonno di pietra. La sveglia suona alle cinque, ci tiriamo su e si fa la fila per usare i bagni. Ognuno con i suoi tempi rimette a posto la propria roba. Alcuni telefoni hanno la batteria scarica, serviranno?
La colazione ci aspetta nel locale al pian terreno, il cielo è sgombro di nuvole e il morale è altro nonostante il sonno. Pane, caffè, burro e marmellata.
– Devo stare attento, ho il polistirolo.
– Smaltiremo tutto.
– Sicuro che smaltiremo.
– Ragazzi si sta facendo tardi.
– Un altro caffè, boia faus.
Riempiamo i termos con acqua calda e ficchiamo dentro una bustina di the, avremo bisogno in cima di qualcosa di caldo. Anche tiepido andrà bene.
Paghiamo il conto e ci ficchiamo in auto, siamo in ritardo di mezz’ora sulla tabella di marcia.
– Avremmo fatto meglio a partire prima, diocàn.
– Andrà bene, scaladdìo.
– ‘Speruma.

D. Durante le recenti salite sulle Alpi Liguri, non avevo ancora iniziato l’“autoanalisi alpina”. «Tempo rubato al dover vivere» mi era finora più che bastato come furto-di-spiegazione. Quello, e il senso di origine, apparente.
Ancora era così il mattino stesso quando ci siamo alzati al Truc, che ancora doveva albeggiare. È uno dei momenti in cui più mi piace la montagna, perché più mi colpisce il senso di origine apparente delle cose. Non solo per le linee del giorno e della notte (i raggi che raggiungono prima alcune cime) m a pure per i fiumi e i loro bacini, per la terra stessa che qui sembra nascere dalla roccia che si sgretola.
Ma proprio salendo, e poi scendendo, e riflettendo, ho cominciato a trovare perlomeno semplificatorio limitarsi a contemplare l’apparizione di queste origini, e necessario indagarla, pena il farne un’apparenza. Quando è accaduta, anzi, quando è iniziata ad accadere la percezione di questa necessità?

Y. Pochi minuti di auto e siamo in vista del rifugio La Riposa, una catena chiude la strada, siamo intorno ai 2000m. Parcheggiamo le auto.
C’è pochissimo campo per i telefoni cellulari, c’è chi bestemmia e chi li spegne del tutto e li ficca in una tasca. Pochi metri più in la mucche pascolano tranquille.

FS. Dopo una colazione alquanto deludente, ci suddividiamo nelle auto e puntiamo a La Riposa (2200 m.), cinquecento metri più in alto.
Troviamo già delle auto parcheggiate sulla carrozzabile. Non saremo i soli a salire.
Comunque, smontiamo, ci allacciamo gli scarponi, partiamo e nel giro di due tornanti siamo già belli sfilacciati. Io sto nel gruppo di testa con Simone, Maurizio e Vito66.
Loro sono molto tonici e io ho quasi il loro passo. Quando cammino in montagna, se vado troppo lento, mi stanco in fretta e mi viene una gran voglia di sedermi. Comunque, non è solo il passo a segnare le distanze, questo gruppo è animato dalla speranza di bruciare sul tempo le nuvole e poter godere della vista dalla vetta.

Lo.Fi. I tasselli via via si radunano, si incastrano ed ecco materializzarsi nella mia mente il Rocciamelone all’alba e i #MagnificiUndici che vi si incamminano, capitanati da Vecio Baeordo (che “vecio” non lo è per niente) che rimane dietro con Wu Ming 1.

V66. Ore 6, all’incirca, si sale fino alla Riposa, un rifugio chiuso, anzi aperto, no no chiuso, aprirà il 17 luglio. Tante grazie, farete affaroni per le prossime tre settimane. Le macchine stan qua, sono state in marcia per poco, noi ci muoviamo per spendere tutta la giornata sul Rocciamelone, anche se non lo sappiamo ancora.

Y. Attacchiamo il sentiero, tracciato sui massi con linee di vernice bianca e rossa, e dopo pochi minuti ci si divide in due squadre, il gruppo di testa macina metri su metri, quello di coda metri e parole. Lo sguardo spazia già intorno, la luce conquista metri e il ghiaccio ne riflette i raggi. Il Rocciamelone è tutto una salita netta. Un invito all’altezza, c’è chi la prende così.

FS. Di tanto in tanto ci fermiamo per non distaccare troppo gli altri e approfittiamo delle soste per cercare con lo sguardo la vista (per me del tutto inedita da questa prospettiva) del cantiere TAV della Maddalena. Si vede bene: è una ferita in cemento giusto sotto i piloni dell’autostrada. Maurizio prova a riderci su: – Magari una sera i fuochi d’artificio in Clarea veniamo a vederli da qui!
Giungiamo a un bivio: due cartelli, quello a sinistra dice corto, quello a destra dice lungo. Corto in montagna significa solo più ripido. Lì di nuovo ci fermiamo ad aspettare. Volgendo lo sguardo a Sud ho un sussulto: – Ehi, quello è il Monviso!

Y. I metri fra i due gruppi aumentano, la voce fa da ponte tra i due. Ci sono diverse velocità e relative lentezze.
– Quanto parlano laggiù? Chiede qualcuno.
Facciamo conoscenza attraverso il cammino, grazie alla condivisione dello stesso sentiero e un passo alla volta si va su. Sarà la montagna, sarà la consapevolezza di condividere un ideale, si ha la sensazione di conoscersi da tempo.
Di passo in passo si parla di montagne e rivoluzione, materialismo e narrazione.
Incontriamo stelle alpine e sono momenti di stupore.
– Quota 2600. dice Lo.Fi, poi grida a Wu Ming 1: – Superiamo quota Mangart!

Lo.Fi. Li guardo dall’alto, discutono con ampie gesta delle braccia, ha l’aria della conferenza. Richiamo la loro attenzione:
– Ehiii! Lì dove siete ora – proprio lì – è la quota del Mangart!
(cazzo di altimetro, da quando ce l’ho sono affetto da numerologia maniacale).
Un anno prima con WM1 avevamo salito insieme quella vetta delle Alpi Giulie, che al momento rimaneva il suo record di altitudine “europeo”. Già lì precorrevamo senza saperlo l’alpinismo molotov: ci eravamo inerpicati su una montagna “solo” per vedere un bagliore… ma questa è un’altra storia, e come è diversa la storia diversa è la montagna, tutto un altro pianeta. Qui supereremo il Mangart di quasi mille metri, qui la roccia è scura e sbrecciata, un contrasto totale con le bianche pareti di calcare delle Giulie, anche l’aria è diversa, sembra più leggera, lo dico anche a Spinta dal Bass (2) – Davvero? – mi guarda un po’ stranito. Mi sto autosuggestionando? Ancora più stranito mi guarderà mentre mi fotograferò l’altimetro al polso a quota 3344, all’atto di superare il mio di record: Punta Penìa sulla Marmolada. Follie da orientalisti.

WM1. È che io e il Vecio ce la prendiamo comoda. Uno con l’ernia, l’altro con la spalla malconcia, andiamo avanti col passo nostro e di nessun altro, chissenefrega se restiamo indietro, meglio quello che avere il fiatone o peggio, e intanto parliamo, ci raccontiamo storie, ricordiamo passaggi di libri e articoli di Motti… Ecco, di Motti parliamo molto: del Nuovo Mattino, dell’alpinismo torinese negli anni Settanta… Ogni giravolta della conversazione mi fornisce spunti per recensire su Giap la riedizione della Storia dell’alpinismo (prima o poi troverò il tempo di farlo). Natale rievoca le sue esperienze qui in valle, le esplorazioni che ha compiuto negli anni Settanta e Ottanta, con il Gruppo Ricerche Cultura Montana. Scopro che il Vecio è anche uno dei collaboratori alla guida escursionistica Le valli del Moncenisio, sforzo collettivo d’antan – e transfrontaliero – che nella parte storico-archeologico-paesaggistica rimane di grande utilità.
A un certo punto parliamo della morte. La morte in montagna. La morte di una persona cara, di un fratello, di un figlio. Come dare una simile notizia a chi rimane?
E a quel punto parliamo di fantasmi.

Gian Piero Motti

Gian Piero Motti (1946 – 1983)

FS. La punta della piramide fa capolino sopra le montagne dirimpetto. Passano una decina di minuti e altri quattro ci raggiungono, ma di Marcobabouche, VecioBaeordo e Wu Ming 1 non c’è traccia. Si chiacchiera, ci si offre del the, e fioccano i complimenti per Yamunin che alla sua prima ascesa non banfa, non ansima e sembra fresco come una rosa. Poi tutti quanti decidiamo di procedere, giusto sopra di noi c’è una nuvola in stazionamento e fa freddo, ma da lì, poco più in alto, vediamo brillare un sole gagliardo.

Y. Per alcuni ogni passo è una vittoria sui propri limiti. Il consiglio che si dà al nuovo del gruppo è di respirare col naso e fino in fondo. Con calma si arriverà in cima.
Il gruppo nel frattempo s’è diviso in tre bande di scalatori, ci si ricompatta al bivio in cui scegliamo di prendere il “sentiero corto” che taglia quasi in verticale la parete in direzione del rifugio Ca’ D’Asti.
Il rifugio è a poco più che 2800m, la strada è ancora lunga e il tempo regge bene. Molte nuvole in basso ma la valle è ben visibile. Guardiamo in direzione del cantiere del tunnel geognostico. La linea per il Tav appare limpidamente per l’idiozia che è. Il paesaggio mostra la cicatrice del cantiere in mezzo al verde dei boschi. C’è chi dice che una semplice passeggiata modifica il territorio, che camminare fuori da un sentiero è un atto ancora più incisivo. I lavori del cantiere sono una violenza compiuta in nome di una moribonda idea di progresso.
– Vediamo quanto reggo senza bestemmiare.
– Occhio che dopo i 2000m divento agnostico.
Riprendiamo il cammino.

Lo.Fi.  L’ascensione ha un che di himalayano, la facciamo tutta d’un tiro, ma ci sono delle tappe che a posteriori mi verrà spontaneo associare ai campi di cui si narra nei resoconti delle imprese in Karakorum… con le dovute proporzioni, si capisce – lì sono punti di pernottamento e magazzini per l’equipaggiamento, qui saranno punti di sosta e di rendezvous.
Ogni tappa segna lo spartiacque tra diversi tipi di sentiero e di paesaggio: il Campo Base è “La Riposa” – quota 2205, da lì fino al Rifugio Cà d’Asti – 2854 metri – è tutto un pratone piuttosto inclinato ma comodo, rigoglioso di ranuncoli, linarie, arnica, brughi, eriche, stelle alpine. Al Ca’ d’Asti – il “campo 1” – aspetta il gruppo di testa, filato su a razzo: i due Spinta Dal Bass, Vito66 e Filo Sottile. Il più sorprendente è Yamunin, mai camminato in montagna – “se non per funghi” si schermiva a valle. Alpinista Calabrese della Sila si definiva, sospeso tra orgoglio e ironia, ebbene: è lì, poco dietro il gruppo di testa, che marcia a ritmo serrato.

FS. Ancora poche svolte e il gruppone di nuovo si smembra.
Il gruppetto di testa una volta giunto al Ca’ d’Asti (2854 m.) aspetterà un buon quarto d’ora prima di rivedere volti noti. Utilizziamo quel tempo per mangiare, bere e ascoltare un ragazzo che lavora lì al rifugio dire che su all’ultimo pezzo c’è neve saponata a terra. Dice che si scivola e bisogna fare molta attenzione e poi ci incita ad affrettarci, presto farà brutto e su non si vedrà una beata mazza. Nell’attesa, mi metto a scrutare le montagne: a occidente svetta lo Chaberton e, più a Nord e più vicino, il gruppo d’Ambin, ma è il massiccio dell’Orsiera a richiamare la mia attenzione, il cielo è terso e lo si vede nitidamente. Si distinguono la Cristalliera, le due vette dell’Orsiera, il Robinet, il Rocciavrè. È stato il teatro del mio trekking dell’estate scorsa e guardato da qui mi sembra di riconoscere un vecchio amico.
Quando Diserzione, Mr Mill, Yamunin e Lo-Fi ci raggiungono comunichiamo quanto appreso dal ragazzo del rifugio. Buttiamo giù uno sguardo e vediamo i tre ritardatari molto più in basso di quanto sperassimo.
– Di questo passo non arrivano più. – dice qualcuno.
Andiamo o non vediamo niente.
Partiamo.

V66. Primo pezzo, primo obiettivo, il rifugio Ca’ d’Asti. Ci spingiamo per gli ultimi tratti verdeggianti del monte, i valligiani tra noi ci avevano avvisati: Rocciamelone si traduce in niente ombra, niente vegetazione. Nomen Omen.
Non solo il rifugio, non solo il venir meno del verde, proprio ai piedi del Ca’ d’Asti sembra farci del cul trombetta uno stambecco (o è un camoscio?), si allontana, tutt’altro che allarmato, mentre cerchiamo di afferrarne le forme con quegli oggetti metallici che ormai si estendono perennemente oltre le nostre propaggini, simpatici come un arnese del passato una volta giunti oltre i 2000 metri—per tacere dei 3000. Non è solo, lo stambecco-camoscio, cinque o sei altri esemplari stazionano, appena sotto il sentiero tra il rifugio ed il nostro prossimo obiettivo, la croce di ferro (3200 mt. circa, pare).
Siamo un’allegra armata che, adottasse il gergo maccheronico-monicelliano, farebbe un po’ d’ombra a quella del film. Abbiam perso un ukulele durante i preparativi, abbiam guadagnato un Point Lenana, qualcuno si è coscienziosamente procurato formaggi e pane che poi ha diligentemente (ahem…) lasciato a fermentare in macchina, abbiam discusso democraticamente tabelle di marcia che abbiamo spedito al diavolo anarchicamente, insomma siamo un corpo e un’anima: un corpo meditabondo e incerto, un’anima indomita e divertita.

Y. Si procede lungo il sentiero a ritmo sostenuto, stiamo per raggiungere il rifugio Ca’ D’Asti e diversi metri sotto di noi vediamo laggiù lontano un gruppo di stambecchi impegnato a brucare l’erba, scattiamo le foto di rito e lo sguardo si perde sulle chiazze di neve sui monti intorno.
Scattiamo foto a ogni pausa, abbracciamo tutto con lo sguardo ma non possiamo soffermarci troppo e così si rubano scatti, immagini da guardare nei prossimi giorni. Si incide una memoria per poter portare a casa una traccia, un ricordo, e poter dire: eccola qua, è anche per questo che siamo andati su, per questa bellezza.
Superiamo il rifugio (siamo a 2850m), giusto il tempo per un sorso d’acqua, il terreno cambia: lasciamo il verde dei prati e ci inoltriamo lungo la pietraia. La sensazione è di essere in un set di fantascienza.
Sale la nebbia e un po’ di preoccupazione comincia a serpeggiare: rischiamo di arrivare su e non vedere neppure il panorama. Rischiamo che arrivi la pioggia a complicare le cose. E la lettura? Abbiamo in programma di leggere pagine surrealiste, alcuni passi de L’Armata dei sonnambuli, di Point Lenana e pure un pezzo della Winterreise della Jelinek. Troppe cose.
Perché anche in questa camminata le donne sono fondamentali, troppo testosterone altrimenti. A meno che non si scateni una tempesta si va su, l’omaggio va fatto.

FS. Dal Ca’ d’Asti alla vetta ci sono meno di 700 metri di dislivello, ma è un salitone bello teso. Vito66 mentre siamo lì che arranchiamo sulle pietre mi dice:
– Ogni volta che salgo mi chiedo: ma chi me l’ha fatto fare?
Tuttavia giungiamo celermente e abbastanza compatti alla Croce di Ferro (3306 m.), poi attacchiamo l’ultima erta. Vito66 conduce il gruppo e io cerco di stargli dietro per qualche minuto, ma ha tutto un altro passo e poco a poco si fa sempre più distante. Inoltre, c’è una brutta sensazione che si fa strada dentro me. La testa comincia a girare e mi pare di stare sul calcinculo. Non mi sento affatto bene.
Sarò a 3400, mi dico, che faccio? Tuttu u sceccu mi manciai e p’a cura m’affucai? (trad. dal marsalese: mi sono mangiato un asino intero e mi strozzo con la coda?)
Le gambe ancora reggono, ma sento che se continuo a questo ritmo me ne vado giù come un gavettone sganciato da un balcone. E qua se cadi ti ritrovano a Susa.
Però voglio salirci, non posso mica fare dietrofront. Sono venuto apposta!

Y. Il sentiero procede di traverso lungo il fianco della montagna, una lunga salita sempre segnata dalle tacche rosse e bianche preziosissime. La pendenza è notevole. Cominciamo a vedere la “falsa punta” dove c’è la croce di ferro. La vetta è ancora più su. Cominciano le svolte e in un punto troviamo un po’ di neve. I più esperti fra noi seguono e consigliano i novelli scalatori su come è meglio posare lo scarpone per evitare di scivolare un bel po’ di metri in giù. Il gruppo di testa ingloba i novelli in mezzo, le parole di incoraggiamento per i novelli si susseguono senza posa.
Raggiungiamo la croce di ferro (3300m), ci liberiamo degli zaini e mangiamo qualcosa per riprendere le forze. I bicchieri col the caldo passano di mano in mano.

Lo.Fi. Vecio Baeordo, Wu Ming 1 e Babouche non si vedono. Si scruta in alto con apprensione: il cielo fino a quel momento terso si fa opaco sopra la vetta. Decidiamo di partire. Il paesaggio cambia repentinamente: i prati rigogliosi scompaiono, rimangono solo genziane, ambrette striscianti e qualche isolata sassifraga, spuntano gli stambecchi, il sentiero diventa più deciso. Eppure saliamo leggeri come mai m’era capitato a 3000 metri sulle Dolomiti.
Raggiungiamo rapidamente il “campo 2”: la crocetta di ferro a 3306 m. Sebbene tecnicamente i nostri corpi si stiano allontanando dalla Valle, in verità più saliamo e più ne veniamo pervasi, la ValSusa e le sue tributarie si spalancano ai nostri occhi. Oltre si stagliano le grandi vette occidentali: a sud le Cozie con il Monviso che troneggia oltre l’Orsiera (“ha qualcosa del Mangart, ma lo batte”…), a nord le Graie… dalla vetta si dovrebbe vedere il Monte Bianco ci dice Spinta dal Bass 2, ma proprio a nord si concentrerà la perturbazione. A ovest si scorgono le bianche vette francesi, le Alpi del Delfinato, il Barre des Écrins? Il Pelvoux? I nomi me li dirà dopo Vecio Baeordo, per il momento per me sono lontane vette misteriose rivestite di ghiacciai che baluginano all’orrizzonte. “L’altitudine, a queste quote, non fa molta differenza” mi dirà anche il “Vecio”, e fino alla croce di ferro sono concorde. Poi, superati i 3400 un tenue capogiro s’insinua subdolamente nelle mie meningi, ogni passo si fa più pesante.

FS. Mi fermo accucciato alla roccia e lascio che gli altri sei compagni di marcia mi sfilino davanti. L’ultimo, Maurizio, che è una persona estremamente accudente, mi chiede se sto bene.
– Mi gira la testa, ma sto bene.
– Te la senti di salire?
– Me la sento, ma ho bisogno di rallentare il passo.
– Va bene, vieni su tranquillo.
Dopo un po’ mi alzo e ricomincio a camminare. Ogni tre o quattro passi mi fermo e cerco di respirare lento e profondo e poi riprendo.
È così che ho scoperto che soffro il mal di montagna. Il giorno dopo, al telefono, la mia compagna che è in Val Sesia mi riserverà una bella lavata di capo:
– Sei stato un incosciente, mi hanno detto che quando cominci a star male se continui a salire puoi sanguinare dalle orecchie e dal naso…
– Se è per questo, in Point Lenana Wu Ming 1 parla di edema cerebrale e se ricordo bene di una sindrome potenzialmente mortale…
– Appunto!
– Ma sono qui a raccontarlo, è andato tutto bene.
La semplicità e la bellezza del senno di poi. Mentre salivo ero più dubbioso, e il fatto che mi fosse venuto naturale canticchiarmi in testa «passo dopo passo so che ti raggiungerò», che a me è sempre sembrato fosse una canzone sulla morte, non mi rendeva più tranquillo.

Mauro Pagani
Mauro Pagani – Davvero davvero

Mauro Pagani – Davvero davvero
Dal vivo alla camera ardente di Stefano Tassinari (1955 – 2012)
Palazzo d’Accursio, Bologna 10 maggio 2012


FS.
Però non ero solo, ed è già un bel guadagno: a ogni svolta mi giungeva la voce di Maurizio.
– Tutto bene?
– Tutto bene.
Giunto all’ultimo strappo, quello attrezzato, ho aumentato l’andatura. Le corde mi danno sicurezza e poi il pensiero – la speranza! – di poter gettare uno sguardo sulla piana e poter riconoscere la collina morenica dalla vetta mi danno nuova energia. Ma quell’accelerazione è un azzardo, la testa comincia a vorticare di brutto e letteralmente raggiungo la vetta a quattro zampe.

Y.   – Dobbiamo andare su altrimenti la nebbia non ci farà vedere niente.
– E gli altri?
– Saranno indietro di almeno un’ora, non possiamo aspettarli qua.
– Andiamo su.
– Ragazzi sta per piovere, dice un tipo addossato a una roccia.
– Allora andiamo, così almeno scattiamo una foto con la bandiera NoTav.
Ondate di nebbia si muovono verso la cima e ci avvolgono per pochi istanti.
Attacchiamo il sentiero, che continua in una cornice di roccia che smorza la verticalità della parete, e arriviamo fino al punto in cui – quasi in verticale – si comincia ad andare su in modo più serio. C’è da stare attenti, ma grazie alla presenza di corde fisse nella parete la salita non sembra particolarmente difficoltosa. La cima è lassù, la concentrazione sale.

V66. Point Lenana sul cippo, Yamunin lo spedisce nell’albo delle vette salutate, finalmente esce la bandiera NO TAV, il collante la ragione il desiderio la giustizia che ha assemblato questa comunità che siamo diventati in queste ore, assieme da poche ma da una vita, vite spese altrove oppure nello stesso luogo, ma ora sappiamo vicine: comunque, a prescindere.

Point Lenana in vetta al Rocciamelone

FS. Gian Piero Motti dice che più si è faticato a salire e più è deludente la vetta. Ma in quei momenti si tratta di ragionamenti troppo complessi, mi ritornerà in mente dopo, un attimo prima di scendere.
Lì per lì, mi muovo come un ubriaco, cercando sempre un sostegno. Poi trovo uno strapuntino relativamente asciutto e mi ci siedo. E chi ce la fa a stare in piedi?
A guardare verso la piana si vede una roba tipo il Nulla de La storia infinita, idem verso le valli di Lanzo. Si vede bene lo Chaberton e qualche scorcio del gruppo d’Ambin. Stop.
I miei compagni son già tutti lì. Ci facciamo le foto di gruppo con bandiera No Tav e senza bandiera, ma io resto seduto, cerco di buttarla sul ridere:
– Faccio quello accosciato col pallone!
Ma non ride nessuno e io nemmeno. A casa ho poi riguardata la foto: ho gli occhi strizzati e un sorriso beota, la tipica ghigna da sbornia.

Alpinismo Molotov
MrM.
Lo abbiamo salito, senza che la sua cuspide si presentasse alla nostra vista fino a qualche decina di metri dalla vetta. Durante tutta l’ascesa il panorama attorno si mostrava a fotogrammi, la vista approfittava delle finestre che si aprivano repentine nella coltre lattiginosa di nubi e nebbia che le impedivano di spaziare. In cima, quota 3.538 metri s.l.m., la testa ubriaca e la faccia arida, ci facciamo scherzosamente i complimenti per la salita, una bella stretta di mano e qualche fotografia, intorno qualche schiarita ma non il panorama atteso in caso di cielo terso. Non ce ne importa molto, era in conto, l’importante era che tutti in cima ci stavamo arrivando – e chi poi non ci è arrivato è motivo d’orgoglio per il gruppo, perché se non ce n’è più, meglio fermarsi, non c’è nulla da conquistare quando si va in montagna –, ognuno col suo passo, ognuno a fare i conti con i propri polmoni, ognuno a prendersi le misure. La fatica non si può dividere con gli altri, come il dolore ognuno porta il suo, ma si può condividere, così come la gioia e i sorrisi del fare insieme, e nel fare insieme conoscere: guardandosi negli occhi, ascoltando le voci dei compagni, annusandosi non troppo diversamente da come fanno gli animali, ché in fondo quello siamo.

D. Non ricordo in particolare chi in quel momento avevo vicino, ma ricordo che mentre salivamo al Rocciamelone come spesso accade siamo entrati in un banco di nebbia (o nuvola) e qualcuno ci ha avvertito, con tono scherzoso (ma non troppo) pressappoco così: «Attenzione a non salire più in alto della cima, una volta son salito con un nebbione fitto, e non mi sono accorto che ero arrivato, volevo salire ancora oltre».
L’immagine mi colpì. Non si può salire più in alto della cima. In cima sei arrivato. La cima è anche, o forse prima di ogni altra, l’esperienza di un limite. È un fatto elementare, che una retorica, o forse meglio una tradizione di retoriche, credo abbia s pesso nascosto se non negato, affermando piuttosto il contrario, dal “superamento del limite” fino alla negazione dell’esistenza dei limiti come disposizione agonistica auspicata (“no limits”, “impossible is nothing”, ecc.).
Cos’è allora il «verso su» che spinge il corpo dell’alpinista? L’alto così diverso dal piattume quotidiano? Perché l’esperienza di un limite ci fa stare così bene? Ma è davvero soltanto la cima-limite, o piuttosto è una direzione?

WM1. Ed è davvero notevole che, sebbene perso nel mezzo di tali elucubrazioni, Diserzione abbia trovato il tempo di inventare il nome «Alpinismo Molotov». Durante la discesa, dopo il mio infortunio al ginocchio, avrebbe inventato anche il titolo «No Picnic on Rocciamelone».

Lo.Fi. Dal nostro campo 2 lo scenario è cambiato nuovamente: ora la terra ha lasciato spazio alla pietraia scura, il sentiero si è fatto impervio, s’inerpica su lastre di roccia rotta, si guadagna un metro di quota ogni tre passi. Anche Filo Sottile accusa il colpo della quota, persino lui che è “cantastorie di montagna”, fino ad ora è sempre stato con la “testa della corsa”. Ma è solo un momento, ci ricompattiamo subito e finalmente calchiamo la vetta, aggiriamo surrealistiche statue di madonne e monarchi (?), e raggiungiamo quota 3538 metri. La nube che ammanta la cima si squarcia il tanto da farci intravedere la val Susa a Sud e la Val Cenischia a Ovest, e tra le nebbie intravediamo a nord il ghiacciaio del Rocciamelone.

V66. Alla Croce di Ferro siamo arrivati dopo avere attraversato nuvole e nebbia, la temperatura ad oscillare ad ogni scherzo di vento, come sempre in montagna le stagioni si riducono di numero, c’è quella che comprende in mezz’ora tutte e quattro le stagioni bassaiole e quella fredda, altre non se ne danno. Noi per fortuna siamo accolti dalla prima, sebbene attrezzati per resistere alla seconda. Si arriva su, no doubt.
Dalla Ca’ d’Asti in poi la montagna è un muro non solo roccia e melone ma fango neve nuvole e nebbia si va su per la via più breve più ripida più sincera noi si va l’appuntamento è in cima non a metà non al rifugio non dove c’è caldo fuoco caminetto polenta concia su e su si arriva.

D. Quando percorriamo questa direzione, quando andiamo “verso su”, quando saliamo contro la gravità, ci sentiamo più forti e “vittoriosi” non per il solo fatto di vincere una forza a noi ostile, ma pure perché liberati dalla costrizione all’esistenza “di superficie”. Non è solo la vittoria di una forza umana su un’altra forza fisica incommensurabilmente più grande, ma pure una liberazione, e una rivoluzione dell’orientamento. Salendo infrangiamo per un certo tempo, e per una certa misura, il nostro modello fisico semplificatorio che vuole la nostra esistenza svolgersi su una superficie apparentemente e approssimativamente piatta, di cui normalmente non apprezziamo neppure la sfericità, e raramente dei veri e propri limiti. Su una Terra completamente piatta e perfettamente sferica, senza asperità, si potrebbe camminare infinitamente senza mai avvertire un limite, senza sentire di essere infine giunti a una meta. O meglio: a una persona che camminasse su un simile pianeta non rimarrebbe che il limite temporale della propria esistenza, l’attesa della propria morte.

Y. La nebbia ci concede un po’ di respiro e possiamo ammirare il panorama pazzesco nell’aria fredda, c’è un po’ di neve sulle rocce. Superiamo un passaggio scoperto, con solo la corda come punto fermo e ci si sente vulnerabili. Esposti. Ancora su per qualche minuto lungo e spunta il nasone e i baffi di una statua che non avremmo voluto vedere, la neve è soffice e l’aria è decisamente diversa che non in valle.
Ci scambiamo abbracci e complimenti, scattiamo una foto di gruppo con la bandiera No Tav e diamo il via al reading. Le parole di Jelinek e di Wu Ming 1 risuonano (la mia voce risuona con un po’ di fatica) a 3538m.

Lo.Fi. Doveva esserci Wu Ming 1 a a fare un reading in vetta, lo sostituisce l’immarcescibile Yamunin che legge l’incipit di Point Lenana, il libro che WM1 ha scritto sulle tracce di Felice Benuzzi, forse il vero pioniere dell’Alpinismo Molotov. Lui con Giuàn Balletto e Enzo Barsotti fuggì da un campo di prigionia di guerra solo per scalare il Monte Kenya, e noi? Beh, noi abbiamo puntato verso l’alto in contrasto con “loro”, che vorrebbero andare così in basso da scavare nella Terra. Le metafore primarie funzionano sempre.
Yamunin legge anche un passo scelto di Elfriede Jelinek e intanto penso a come sia bella la pratica di fare delle brevi ma buone letture in vetta: la retorica e l’enfasi sono zavorre che non arrivano fino in cima, la parola non può che essere essenziale, la lingua si rifiuta di leggere frasi tronfie, noiose, artefatte, solo la roba buona passa la dogana dell’alta quota.

FS. Yamunin tiene fede all’impegno: legge un brano di una lettera di una femminista austriaca, ma nella testa mia è tutto confuso e mi ricordo solo che parla di camminare e di inverno, e poi declama l’attacco di Point Lenana in cui Wu Ming 1 racconta del suo adattamento all’altitudine e delle difficoltà dell’ascesa al Monte Kenya. L’idea di leggere quelle due paginette de La salvezza di Aka nemmeno mi sfiora.
Boh, per me finisce qui. Sento di non poter reggere un minuto di più lì sopra. Intercetto la voce di Vito66 che dice che lui scenderebbe, e senza esitazioni, mi alzo e mi accodo.
E in bocca mi resta la sensazione di non aver assaporato per bene il primo 3000 della mia vita.

FS. Andiamo giù e a ogni passo mi sembra di sentirmi meglio. Poco dopo la parte attrezzata incontriamo Marcobabouche.
– Quanto manca?
– Un quarto d’ora, venti minuti e sei in vetta.
– Ah, e c’è vista?
– Poca.
– Ah.
Marcobabouche comincia a salire, noi ricominciamo a scendere. Poi la sua voce ci raggiunge:
– Aspettatemi, scendo con voi.
– Non vuoi salire?
– Non so se ho le energie per scendere poi, ho la mia età!

MB. «Si parte e si torna insieme», ho pensato domenica verso le dieci quando, dopo la croce, ho cercato di camminare ancora.  Sentivo di avere superato il mio limite e per fortuna due giapster sono comparsi dalla nebbia ai piedi dell’erta finale. Con loro, rinfrancato, ho girato i buoi e fatto ritorno alla Cà d’Asti.

D. Una montagna è quel certo spazio in cui, per un certo tempo, è possibile fare esperienza di una direzione diversa da quella a cui normalmente siamo condannati, fino, volendo, anche al limite stesso di questa possibilità: la vetta. È normale in montagna, chiedendo «Quanto manca?» sentirsi rispondere in metri di dislivello dalla cima, e non in chilometri di sentiero sotto i piedi. Perché quella è la direzione che si sta percorrendo: verso su, e il resto è variabile secondaria.
Raggiunto infine il limite delle possibilità di ascesa, non c’è altra strada che il “tornare alla vita di prima”, e questo pensiero potrebbe pure annoiarci e deprimerci.

FS. Quando torniamo alla Croce di Ferro la testa ha terminato il suo moto di rivoluzione intorno al cervello. Mi sento bene, ho solo un po’ fame. Aspettiamo una decina di minuti buoni, ma nessun volto noto ci raggiunge. Nè dall’alto i compagni lasciati in vetta, né dal basso Wu Ming 1 e VecioBaeordo.
– Ma tu dove li hai lasciati?
– Al Ca’ d’Asti.
– Non li si vede proprio.
– …
– Forse dovremmo avvertirli che di questo passo non saranno mai alle 18,30 a Torre Pellice.
Cominciamo a scendere. C’è tanto movimento adesso e spesso ci fermiamo a dare strada alla gente che sale. Poi a un certo punto, dopo essere scesi un bel po’, li vediamo spuntare. Hanno l’aria di chi è impegnato in una discussione appassionata e vengono su di un lento, ma di un lento.
Stiamo lì e li aspettiamo.
– Siete già andati su?
– Io no.
– Noi sì. C’è ancora un bel pezzo e tira parecchio. Vi siete fatti i conti? Riuscite ad arrivare in tempo alla presentazione?

WM1. – Son venuto da Bologna apposta, sto bene, non ho nemmeno il fiatone, quindi salgo e basta.

Alpinismo Molotov
Lo.Fi.
In vetta c’è anche il gestore del Cà d’Asti, Fulgido, generosa barba bianca e occhi cerulei: ci offre del tè dal rifugio-santuario posto subito sotto la vetta (altra costruzione surrealista), ringraziamo ma decliniamo.
– Ritorneremo un’altra volta per il tè, grazie Fulgido!
Si scherza, almeno così si crede. Soddisfatti ma anche un po’ amareggiati di non esserci tutti scendiamo rapidamente alla croce di ferro e qui il colpo di scena: dietro il cippo spuntano Wu Ming 1 e Vecio Baeordo. Saluti e abbracci, e ora? Che si fa?
– Sono venuto fin qui da Bologna per andare in vetta. dice WM1.
– Allora noi si ritorna su con te! dicono quasi tutti, in prima linea proprio Yamunin e Diserzione, i meno avvezzi all’alta quota. Alcuni rinunciano a malincuore, per responsabilità più che altro, come Mr Mills e Babouche, autisti della spedizione. Wu Ming 1 ha una spalla malconcia fin dall’inizio, ha una presentazione a Torre Pellice che l’aspetta di lì a poche ore, ma la vetta che incombe sulla croce di ferro lo ipnotizza, cazzo se il bacillo dei sassi non l’ha contagiato! Lui, l’uomo dell’incavo più concavo della pianura ferrarese!

WM1. Mi ero preparato un bel turdefòrs, testa di cazzo che sono. Presentazione a Bussoleno, notte in rifugio, salita al Rocciamelone, discesa, spostamento in Val Pellice, presentazione al festival «Una Torre di libri». Megalomane di merda.

Lo.Fi. Risaliamo. Poco dopo la croce di ferro incrociamo Fulgido, il gestore del rifugio:
– Ma come? Ti avevamo detto che tornavamo per il tè!
Scherziamo ovviamente, ma anche lui fa dietro front e ritorna in vetta con noi …ed è epopea! Siamo soltanto una dozzina scarsa nel centinaio di escursionisti che salgono il Rocciamelone ogni fine settimana e sicuramente ci sono state innumerevoli ascensioni più epiche e travagliate, come ad esempio la prima risalente persino al Medioevo, ma avvertiamo come una musica, dall’andamento ascendente (ovvio), di cui non riusciamo a decifrare le parole ma che anima i nostri muscoli, li spinge a contrarsi di nuovo sulle stesse pietre, ad affrontare nuovamente il capogiro dell’altitudine e la nuvola bianca che tiene in scacco la vetta. E finalmente beviamo il tè caldo zuccheratissimo di Fulgido e nuovamente ci appoggiamo alla rosa dei venti posta in cima e nuovamente la nuvola ci lascia scorgere la valle.

WM1. Sull’arrivo in vetta ho poco da dire. Parla la foto qui sotto.

Sul Rocciamelone a pugno chiuso

Lo.Fi. Saggiamente Wu Ming 1 rinuncia al reading e scendiamo, molto lentamente. Già un occhio clinico avrebbe potuto intravedere le pene dell’inferno nella postura di WM1, ma lui stempera la sofferenza, chiacchiera amabilmente di No Tav, disastro del Vajont… le parole gli trasportano l’ossigeno nei polmoni, non se ne può privare. È una macchina per narrare.

13 luglio 2014, la lunga discesa

Y. Di nuovo giù lungo cenge e rocce fra le tacche rosse e bianche del sentiero. Giù con una fatica doppia che spinge sulle rotule.
Il gruppo resta compatto per poco, la discesa ha un ritmo decisamente diverso e la fame comincia a mordere.
Raggiungiamo il rifugio e lì finalmente mangiamo qualcosa. Vediamo la retrovia avvicinarsi, le voci ci raggiungono.
– Ma quanto parlano? Dice qualcuno.
Sorridiamo e aspettiamo di esserci tutti prima di ripartire.

FS. Scendiamo. Aspetteremo gli altri al Ca’ d’Asti dalle 11 alle 2 del pomeriggio. Verso la mezza arriva Mr Mill. Dice che hanno aspettato Wu Ming 1 e VecioBaeordo alla Croce di Ferro. Gli hanno suggerito di evitarsi l’ultimo pezzo per non arrivare tardi. Pare che Wu Ming 1 abbia detto: – Vabbè, non mi farò la doccia!
Commentiamo la sua determinazione. Mr Mills continua: – Comunque, visto che non sono riusciti a farlo desistere hanno deciso che risalivano in cima. Io non me la sono sentita. Stasera dobbiamo rientrare a Brescia e domani mattina vado al lavoro.
Vito66 prova a tentarci. Al Ca’ d’Asti hanno cucinato la polenta concia e dice che se qualcuno gli fa compagnia gli darebbe volentieri l’assalto.
Nessuno se la sente, chi per sopraggiunta sazietà e chi per allergia ai latticini. Stiamo lì in attesa, prendiamo il sole, discorriamo, ci raccontiamo.

D. Come si inizia a far esperienza quasi subito andando in montagna, spesso percepiamo lo scendere, il tornare, come più faticoso della salita. Anche gli infortuni e gli incidenti capitano più di frequente durante questa fase, complici credo la stanchezza e il calo di attenzione.
Ma in discesa ancora stiamo percorrendo all’inverso la stessa direzione obliqua rispetto al piano orizzontale, che ora ci porta dall’alto verso il basso, e sappiamo anche meglio di prima che è pure un “ da fuori” verso “il dentro”. Una montagna è una sorta di evento spaziale, che ci rimette in un flusso più complicato della semplificazione orizzontale. Per questo credo non siano davvero e soltanto “origini” quelle che qui appaiono come tali. Una montagna è come una defibrillazione.
Ad esempio, anche i fiumi che vi sembrano nascere sono parte di un flusso più grande, che passa per i punti di condensazione delle nuvole che qui incontrano ostacoli verticali su cui formarsi, e per i ghiacciai e i nevai dovuti alle basse temperature. I raggi solari colpiscono prima le cime perché queste spuntano fuori dalla superficie del pianeta in movimento. Le montagne stesse sono frutto e parte di flussi più vasti, c ome non ha mancato di raccontarci un altro alpinista incontrato, che ci ha indicato una profonda spaccatura, parte di un fenomeno franoso che ha già determinato il crollo della vecchia carrozzabile militare.

FS. Nelle pause ho del tempo per riflettere. Ho davanti l’Orsiera coi suoi bei due corni. E mi dico che forse ciò che mi ha fatto appassionare alla montagna è il fatto che sia una faccenda da cantastorie. Gian Piero Motti, nella sua Storia dell’alpinismo, dice che l’alpinista malgrado il suo sforzo non riesce a comunicare le sensazioni forti, le emozioni uniche e irripetibili che ha provato durante la scalata. Io al massimo mi sono spinto su vie marchiate EE, per escursionisti esperti. Non sono un alpinista e, allo stato attuale delle cose, mi sembra di poter dire che non lo sarò mai. Ma, se non proprio esperto, un EA, un escursionista appassionato, quello sì. E anche un cantastorie.
A un tratto ho un’intuizione: la montagna è una sfida per narratori. Da un lato, come una sirena di roccia, li irretisce coi suoi canti.
Ci si muove lentamente sui sassi e si ha il tempo di osservare, fotografare, fare paragoni, tutte cose necessarie a chi racconta. In secondo luogo, la montagna pone una prospettiva storica. Una bella canzone dei CSI dice: “memorie e passi d’altri ch’io calpesto”. Sono i passi degli esseri umani a tenere aperti i sentieri, i percorsi fatti in montagna (anche quelli non ancora tracciati) non possono prescindere dalle orme più antiche. Tre: la montagna è il rifugio di ribelli, irregolari, spostati e sognatori, non si tratta forse di pane per cantastorie? E infine, anche un semplice EA in montagna può provare emozioni forti, e può formarsi un bagaglio di sensibilità che sono di grande aiuto nel momento in cui prova a spiegare le scelte e le passioni di personaggi veri o fittizi.
Dall’altro lato, come un culto settario, la montagna lega a sé i suoi adepti e li rende schiavi.
Come spiegare che fatica, pericolo, paesaggi aspri, inclemenza della natura ce li si è andati a cercare? Come spiegare che non è una posa? Ancora peggio: come dire del bisogno fisico e mentale che assale quando la routine quotidiana impedisce troppo a lungo di godere della wilderness?
E quindi, mi dico, nella mia passione per l’escursionismo montano c’è sicuramente una sfida a quell’incomunicabilità di cui parla Motti, quella è la mia vetta più ambita, il mio drago da sconfiggere. Frequentare la montagna, raccontare.

Y. Durante la seconda tappa, fra i due rifugi, il gruppo si divide in tre. Il tempo continua a cambiare ma non ha piovuto e anche se non abbiamo potuto godere pienamente il panorama siamo soddisfatti. I telefoni restano senza copertura, non riusciamo a mantenere il contatto visivo ma la montagna è così affollata di appassionati che si sente di non essere isolati.
Andiamo giù cercando di restare lungo il sentiero, per non contribuire rovinare il terreno già segnato da troppe deviazioni.

VB.
Prima della salita vi raccontavo di una mulattiera che arrivava fino in cima, e che probabilmente era la più alta d’Europa. Quella che avete visto dal rifugio alla punta è stata invece per lunghi tratti una sequenza, a volte ridondante, di tacche di vernice bianca e rossa che inventavano un passaggio in mezzo a lastroni e sfasciumi grossomodo percorribili. Io posso sbagliarmi, la memoria è fallace e spesso costruita a posteriori, ma sono abbastanza sicuro che qualche decennio fa non fosse così e non credo di avervi raccontato delle balle.
Ne sono quasi sicuro perché nell’ultimo quarto di secolo, quasi ovunque sulle montagne piemontesi, ho visto letteralmente sparire sotto l’erba, il terriccio, i rovi, le frane, l’incuria, chilometri di sentieri e mulattiere che a camminarci sopra sembravano eterne. Erano lavori bellissimi, opere di tecnica e arte, passaggio di montanari, mandrie e greggi, muli e soldati, disertori, fuorilegge, pellegrini, partigiani. Collegamenti verticali tra le frazioni abitate tutto l’anno e gli alpeggi, mulattiere attraverso i colli che servivano le transumanze stagionali, i traffici commerciali e il contrabbando, strade militari, percorsi di caccia, accessi alle numerose miniere in alta quota. Percorsi nati prima del boom turistico, in alcuni casi vecchi di secoli. Ho provato l’emozione, per me profonda, di percorrerne alcuni già rappresentati in carte topografiche del diciottesimo secolo o anche prima. Pezzi di Storia. Intorno agli anni ’80 del secolo scorso avevo contribuito a cercare, pulire, disboscare, segnalare alcuni di quei percorsi proprio in Valsusa. Oggi la gran parte di quel lavoro è perduto.

FS. Poi più tardi, dopo aver capito che gli stambecchi che bazzicano intorno al rifugio sono praticamente domestici, quando tutti gli altri ci hanno raggiunti e abbiamo iniziato a scendere verso La Riposa, scopro un altro legame fra la materia narrativa e la montagna. Sono tante le storie – fiabe soprattutto – in cui l’eroe, dopo aver ucciso il drago, mentre torna vittorioso sulla strada di casa deve affrontare un’ultima impresa.

D. Scendendo mi sono ritrovato per un lungo tratto con il compagno Luigi e insieme abbiamo condiviso molti pensieri. Ricordo in particolare il discorso sui sentieri, che sono prodotti in buona parte dall’azione di continuare a percorrerli. Lo stesso andare in montagna la modifica, e può pure farlo nel modo sbagliato, addirittura già solo camminando nel modo sbagliato, ad esempio tagliando i tornanti in discesa su zone a rischio di cedimento: i sentieri così creati dalla fretta di scendere con incuria diventano canali in cui l’acqua scorre più velocemente, dilavando il terreno, provocando crolli e frane.

VB. Le età dell’oro non sono mai esistite, quei sentieri sono stati costruiti e percorsi da gente che faceva quasi sempre una vita che se toccasse a noi probabilmente ci ammazzerebbe tutti in meno di un mese. Tuttavia ho sempre pensato che questo tipo di manufatti avesse la stessa dignità di qualsiasi altro monumento, lo stesso carico di sudore e significato. Una mulattiera non vale meno di una chiesa medioevale o di una piramide. Ma la differenza tra una mulattiera e una cattedrale è che la prima ha qualcosa di biologico: vive della vita di chi la percorre, i passi degli uomini e delle bestie sono la sua linfa, il suo sangue.
C’è stata una fase, nei decenni passati, durante la quale la qualità di quei passi è cambiata. Il sangue ha cominciato a trasportare tossine, l’andare è diventato “estetico”. Le tacche bianche e rosse segnano oggi il passaggio dove in origine il sentiero era evidente: chi camminava sapeva dove il sentiero lo avrebbe portato, chi veniva da fuori non faticava a farselo spiegare.
Le tacche sui sentieri definiscono una visione del mondo. Seguendole è possibile ignorare tutto, concentrarsi sul fine del cammino evitando di accorgersi del mezzo. Seguendo le tacche è possibile trascurare qualsiasi altra possibilità, dimenticare e lasciar sparire tutti i percorsi dove la vernice non è passata. Le tacche danno sicurezza e in cambio sequestrano, con il consenso del viandante, la libertà di esplorare, di avventurarsi. Rendono mansueti, sudditi. Chi esce dal sentiero segnato è un incosciente, uno che cerca guai.
Con il pretesto di indicare “il percorso”, le tacche sono lo strumento attraverso il quale “i percorsi” vengono dimenticati, si inaridiscono e scompaiono. Le tacche bianche e rosse sono tutto ciò che ereditiamo dell’imponente rete di sentieri e mulattiere che ha tenuto insieme la vita sulle montagne. Il resto è oblio.

FS. A me è capitato l’anno scorso, nell’ultimo giorno di trekking, quando eravamo a un’ora sola dall’asfalto, una brutta caduta e una caviglia ridotta a una zampogna. Mi è ricapitato domenica sul Rocciamelone: appena attacco a scendere mi prende un dolore sull’esterno del ginocchio sinistro. Un dolore lancinante e che ho tenuto a bada con il silenzio e la concentrazione. Anche Simone a poche centinaia di metri dalla Riposa ha fatto un capitombolo. Quello che se l’è vista peggio però è stato Wu Ming 1.
Il suo ginocchio ha fatto le bizze. Ci ha messo cinque ore a scendere. Lo racconteranno meglio altri.

WM1. Ecco qui. Pago la cazzata pensata e fatta all’inizio.
Quando scendo coi bastoncini, scarico parte del peso – più o meno il 30%, ho letto – in avanti, sulle braccia, sgravando la schiena e le gambe. Senza i bastoncini, le ginocchia lavorano e lavorano e lavorano e a un certo punto cominciano a chiedermi: – Che succede? – poi si mettono a protestare. In particolare il sinistro. Quello è parecchio incazzato. Alza la voce. Urla: – No allo sfruttamento!
Le maestranze abbandonano il lavoro e appiccano un incendio. Fiamme divampano all’estrema sinistra. La parte esterna del ginocchio fa sempre più male. Rallento il passo, zoppico. Adesso sì che ho il fiatone.
Infine il ginocchio cede. Cede, e diventa inutilizzabile. Non potrei appoggiarci sopra nemmeno metà del mio peso.
Dico al Vecio: – Aspetta, ho un problema.

Lo.Fi. Fino al Cà d’Asti – il campo 1 – scendiamo regolari. I “responsabili” ci hanno atteso per ore!
Poi il gruppo si sfilaccia. Rimaniamo in coda io, Wu Ming 1 e Vecio Baeordo che l’ha assistito come uno sherpa per tutta la salita e ora si appresta a farlo anche nella discesa, che per le articolazioni è la parte smerda. Inizia il calvario, un devastante effetto domino si abbatte sul corpo provato di WM1: il dolore alla spalla raggirato con la rinuncia dei bastoncini si vendica infierendo sul ginocchio che si fa via via più rigido. Il passo rallenta sempre di più. Senza accorgermi li stacco di un centinaio di metri. Mi fermo. Vabbè, già che siamo mi siedo…. e bom, distendiamoci pure… ma sì, chiudiamo pure anche gli occhi, solo un secondo.

WM1. – Potresti appoggiarti a noi due, uno da una parte, uno dall’altra. Un braccio intorno al collo e ti portiamo – propone il Vecio, ma io so già che non è possibile, ho una spalla messa poco meglio del ginocchio.
Natale mi presta i suoi bastoncini. Solo quando provo a usarli a mo’ di stampelle mi rendo conto di quanto sono stato idiota: è un movimento che non fa male alla spalla, sono altri i muscoli e tendini coinvolti. La spalla mi fa male soprattutto quando abduco, cioè quando sollevo il braccio lateralmente.
Qual è quell’animale che quando sale al Rocciamelone ha due gambe e quando scende ne ha una in meno eppure al tempo stesso ne ha tre?
È quel coglionazzo di Wu Ming 1, che inizia una lenta, alquanto ripida e soprattutto lunghissima discesa usando due bastoncini e un ginocchio solo.

V66. Mistica arbaltata, il calvario è in discesa.

Lo.Fi. Non so quanto tempo passi ma quando mi desto mi sembra di aver recuperato tutto il sonno perduto! Mi alzo, Wm1 e Vecio Baeordo sono ancora a una cinquantina di metri! Perdio, inizio a capire la gravità della situazione! In breve tempo salta la programmata presentazione a Torre Pellice, Vecio Baeordo s’ingegna a studiare un metodo di soccorso ma è lo stesso WM1 a rifiutare ogni ipotesi: la spalla infiammata gli impedisce di appendersi a spalle altrui, solo una barella potrebbe risolvere la situazione. Con una faccia scurissima i due mi esortano a raggiungere gli altri al “Campo Base”, i due Spinta dal Bass hanno anche loro una presentazione e noi “orientali” abbiamo una strada lunghissima da fare per rientrare a casa. Vecio Baeordo, in disparte, mi chiede rinforzi, se possibile.

Y. Arriva un messaggio, dice che Wu Ming 1 non riesce a camminare a causa di un’infiammazione al ginocchio. Abbiamo il rifugio La Riposa a trecento metri, il gruppetto di coda dove sarà?
Cominciamo a preoccuparci.
– Torniamo su?
– No state tranquilli, ci rispondono.
– Ok, torniamo su.
Lasciamo gli zaini fuori sentiero per viaggiare più leggeri e cominciamo a inerpicarci. Per la seconda volta si torna su. Li raggiungiamo e vediamo che la situazione non è semplice, il ginocchio rifiuta di portare la sua parte di peso. La discesa promette d’essere lunga e faticosa per Wu Ming 1 che ha anche una infiammazione alla spalla. Ci guardiamo e, nonostante sia la prima volta che ci si trovi fisicamente insieme a condividere qualcosa, ci capiamo al volo.

Lo.Fi. Inizio a correre giù, fermandomi solo per dare tregua ogni tanto all’emicrania e al senso di colpa. Duecento metri sopra la Riposa la nebbia, che dalla vetta mi aveva accompagnato per tutta la discesa, si dirada. Intravedo due sagome sul sentiero che mi stanno venendo incontro a passo spedito. Non ci posso credere! È Yamunin! non sembra accusare fatica e quest’oggi avrà sfiorato i 2000 metri di dislivello tra su-e-giù in vetta e a valle! Non male come prima gita! E poi c’è Diserzione, stesso dislivello nelle gambe, e pure lui non mi sembra sia un assiduo frequentatore dell’alpe. Non sono allucinazioni, ci parlo, li rendo edotti delle difficili contingenze. Senza pensare puntano su a raggiungere l’infortunato, io continuo la galoppata al Campo Base, ora il paragone himalayano è qualcosa di più che una pura sparata fuori dal vaso.

FS. Io ho aspettato. Mi sarebbe piaciuto andare su e aiutare, ma il ginocchio mi faceva male e non me la sentivo proprio di forzarlo. E poi aiutarlo a fare che? Potevo fargli compagnia, indicargli il percorso meno accidentato. Ma il dolore, la fatica, per quelli non potevo offrire alcun aiuto. A un certo punto Vito66 è andato su.

WM1. Io seduto su una roccia col ginocchio che bofonchia insulti. Il Vecio accanto a me. Siamo soli nella nebbia. Silenzio totale.
Gli altri sono già al rifugio da un pezzo, Lo.Fi. è sceso di corsa a riferire, per liberare chi non può aspettare oltre perché c’è chi deve presentare l’incontro No Tav coi mapuche, chi deve ripartire per città lontane e noi abbiamo fatto una pausa, quando sul tornante più in basso, nella nebbia rada, appare una sagoma scura, sale verso di noi e dopo un po’ lo riconosciamo, è Maurizio. Quando è più vicino gli grido:
– Pensavamo foste ripartiti, abbiamo detto a Lorenzo di sganciarsi, da qui a Trieste è lunga!
Un secondo di silenzio e da sotto arriva la risposta:
– Non si abbandonano i compagni.
Quando Maurizio arriva, il Vecio gli dice:
– Così tante belle persone ci vogliono anni per incontrarle. Oggi le ho conosciute tutte in una volta. – e mentre lo dice è commosso, commosso davvero, e ride.

FS. Di questo rendo merito a tutto il collettivo bolognese e non solo a Wu Ming 1: attraverso il loro lavoro instancabile riescono a radunare intorno a loro persone generose, attente, entusiaste.
Compagni.

WM1. Per due tratti più scoscesi della media, Maurizio mi prende addirittura in groppa. Io non sono un fuscello, senza vestiti peso 76 chili. Maurizio è salito e sceso dalla montagna, poi è risalito ad aiutarci, adesso mi fa da destriero trottando su terreni accidentati, sentieri rovinati e pieni di sassi traditori, e non ansima nemmeno. Ha il respiro e la faccia di chi sorseggia una tisana sul sofà, stravaccato a gambe incrociate. E ha quarantott’anni, mica venti.
Mani sotto le gambe, braccio sinistro intorno al collo, riusciamo a percorrere preziose decine di metri.
In uno dei rari punti dove c’è campo, riusciamo ad avvisare chi ci aspetta a Torre Pellice. La presentazione salta a piazza già piena.

Lo.Fi. Finalmente arrivo alla Riposa: ci sono Babouche, Filo Sottile, Mr Mill, Vito66 che scrutano preoccupati il monte o meglio ciò che il plumbeo nuvolo lascia intravedere. Dopo i ragguagli di rito chiedo “Cosa facciamo?” – “Si aspetta, che altro fare?…” risponde sconsolato Mr Mill. Dopo un tempo interminabile dai vapori spuntano quattro sagome lontane. Li seguiamo col binocolo.
Le ombre iniziano ad allungarsi, ad un certo punto Vito66 parte, lo seguiamo a ruota io e Filo Sottile. Ci distacca subito però, ha un passo inarrivabile, noialtri siamo a pezzi. Sente la musica, sì, la sento anch’io è quel crescendo che abbiamo percepito salendo per la seconda volta in vetta: è come un bordone lontano, non riesco a cogliere bene nemmeno ora il motivetto. Vito66 va, scompare, io e Filo Sottile ci arrestiamo quando incrociamo Diserzione che scende per la seconda volta. Qualche chiacchiera rarefatta per ingannare stanchezza e apprensione, poi arriva giù Vecio Baeordo, Vito66 gli ha dato il cambio, l’infortunato ce l’ha quasi fatta.

WM1. A un certo punto dico che mi fanno male «tutti i muscoli del corpo».
– «Pronti per l’accoppiamento». – risponde canticchiando Maurizio. Battiato! Primo verso della seconda strofa di Sentimiento nuevo!
In men che non si dica, scopriamo che per entrambi Battiato è stato il primo vero grande concerto. Io lo vidi a Ferrara, Maurizio a Brescia. Era il tour de La voce del padrone. Ne ho anche scritto, di quella serata, e dell’importanza che ha avuto Battiato nella mia bildung.
Il dado è tratto, si canta.

Y. Di mezz’ora in mezz’ora si va giù, impiegheremo cinque ore fra bestemmie aneddoti e canzoni, con il rifugio che appare fra la nebbia e pare si allontani a ogni passo.
Non si arriva più.
Un sentimento nuevo risuona lungo la parete sud della montagna. Le stelle alpine ci circondano e finalmente si arriva alle auto.

Lo.Fi.  Ritorniamo ancora una volta giù ma Wu Ming 1 ancora non arriva, eppure mancano poche centinaia di metri, con Mr Mills decidiamo di ritornare di nuovo su per portargli paracetamolo e sali minerali. Finalmente lo scorgiamo, mancano solo cento passi ma ogni cellula del suo apparato osseo e del suo tessuto muscolare urlano, lo percepiamo. Dopo aver ingurgitato i nostri “doni” che fa? Canta. Sì cazzo, canta, è la musica che abbiamo udito in vetta, ora WM1 gli dà anche delle parole, un testo riconoscibile: è Sentimiento Nuevo di Battiato: la canzone più assurda e antieroica che ci si possa aspettare in una situazione del genere. E su quelle note in un tempo dilatato fuori dal mondo arrivano gli ultimi sofferti passi, le ultime fitte. Ecco “La Riposa”.

Lo.Fi. Tra i rimasti scroscia l’applauso. Ci guardiamo con sguardo ebete: sappiamo di aver fatto una cazzata e siamo contenti di averla fatta. Alpinismo Molotov! Le molotov ce le siamo tirate addosso noi stessi. Come direbbe Felice Benuzzi e come ora ripete Diserzione: No Picnic on Rocciamelone, No fucking picnic, brother!

MrM. Ancora alle 19,30 eravamo lì a quota 2.200, la giornata ci ha anche regalato l’assaggio di un pezzo di carne dell’orso, se ne poteva fare a meno e ci siamo stretti solidali al compagno azzoppato, ma non ha rovinato la giornata e quando ci si è ritrovati alla base della salita il giro di saluti è stato caloroso, abbracci e strette di mano, di nuovo, ma diversi, questa montagna di sfasciume ci ha donato un sentimiento nuevo. E per i giorni a seguire la testa sarà ancora sul Rocciamelone.

WM1. Grazie a tutti, compagni dell’Alpinismo Molotov!

Il dopo

VB. Sono salito con voi sul Roccia per la quarta o quinta volta, non ricordo. Anche stavolta poco o niente panorama, come tutte le altre, compresa quella mattina di tanti anni fa che alle sette ero già in cima.
Sono passati quasi trent’anni dalla volta precedente: alcuni di voi erano bambini, forse neonati. Stavolta abbiamo fatto squadra insieme e non ho sentito il peso della differenza di età. Vi ringrazio: la mia generazione era molto più razzista verso i vecchi. Quello che ho provato a darvi in cambio dell’ospitalità è un pochino di senso storico per come lo vedo io: spero che sia appropriato dal momento che a radunarci è stato uno storico che scrive romanzi e libri storici.

FS. Non abbiamo scalato il Cerro Torre a mani nude, ma è stata un’avventura vera. E alla fine per me è sempre così. In montagna il tempo si sgorbia, diviene qualcosa di diverso dal tempo segmentato, razionalizzato, sminuzzato, reificato della pianura. Diventa una bestia inafferrabile che vive con criteri tutti suoi. In quel tempo si ha l’impressione di vivere più intensamente, come se finalmente qualcuno avesse cambiato le corde alla nostra vecchia chitarra. E in quel tempo, a stare attenti, si possono scoprire molte cose. Cose preziose, di cui far tesoro e da condividere: su noi stessi e sulle persone che ci circondano e sul pianeta che ci ospita.
Poi ho scoperto ancora una cosa sul Rocciamelone: persino un olivastro che non patisce il sole può ustionarsi il naso in alta montagna.

D. Scendere è faticoso, e pure per la montagna è faticoso “essere scesa”. Spesso proprio in questa fase la montagna takes its toll. Ricordo al parcheggio di Bussoleno, rimasti solo Natale e Luigi, ho ripensato all’impresa di Roberto che ha sceso un lungo tratto con un ginocchio e una spalla infortunati, e ho detto: – Che forza mentale! Io mi sarei arreso, sdraiato lì dov’ero.
E Natale ha replicato: – No, tu questo in realtà non lo sai, ti ci devi trovare. Potresti ritrovarti in grado di riuscire a dimenticare e non pensare a quanto insopportabilmente lunga è ancora la strada, pensiero terribile, che ti inchioderebbe, e a mettere un passo dietro l’altro, fino a casa.

Lo.Fi. Alla fine del tunnel c’è sempre la luce, si dice. Ma questo tunnel non ha fine, quindi niente luce, se non alle proprie spalle e sempre più fioca: non illumina davanti, riesce solo a incorniciare la vertigine del buio profondo. Non è una cavità naturale come quelle che squarciano il Carso alle spalle di Trieste, è roba umana, opera di termiti senzienti ma impazzite e la lucida follia che sottende l’opera conferisce al buco una tinta vie più sinistra.
Ne sto venendo inghiottito e con me un’intera valle s’inabissa, e tanti amici, compagni di ascensione; undici, ognuno con un nome di battaglia, come vecchi partigiani di altre guerre: Mr. Mill, Filo Sottile, Vecio Baeordo, Diserzione, Babouche, Spinta dal Bass (1 e 2), Vito66, Yamunin, Wu Ming 1, Lo-Fi nell’ordine di come mi vengono in mente, per immagini. Fino a un momento prima Diserzione e Spinta dal Bass 1 (numero in ordine “di comparizione”) me lo stavano indicando, il foro in val Clarea, da un pianerottolo erboso del monte Rocciamelone, vetta massima e centrale della Val di Susa.
Un attimo dopo il tunnel ci ha iniziato a risucchiare; tutta la valle vi precipita, eppure non proviamo paura ma una strana rabbia, inasprita dall’idea di nonsenso e stupidità, qualcosa di simile alla rabbia mista a dolore che si prova pestando su uno spigolo col mignolo del piede, ma moltiplicata per un miliardo di volte, o l’ira funesta che si prova nel perdere un’eredità inestimabile per un cavillo burocratico, oppure la collera che suscita un telegiornale che mostra cittadini benestanti indignati dall’idea di doversi rifugiare precauzionalmente in un bunker, mentre nella controparte invisibile alle telecamere muoiono in centinaia tra donne, vecchi e bambini.
Stiamo urlando, ma non capisco cosa stiamo dicendo, eppure urlo anch’io. Sembra un bestemmione panteistico, cosmogonico. L’urlo collettivo sale, sale, diventa quasi decifrabile è…

VB. Ve la ricordate la storiella del paradiso e dell’inferno?
Nella quale il paradiso sarebbe quel posto dove i cuochi sono francesi, i meccanici tedeschi, i poliziotti inglesi, gli amanti italiani e l’organizzazione svizzera, mentre l’inferno sarebbe quell’altro posto dove i cuochi sono inglesi, i meccanici francesi, i poliziotti tedeschi, gli amanti svizzeri e l’organizzazione italiana.
Il Rocciamelone dunque è quella montagna sulla quale capita di discorrere:
– di buddismo e pittura revanscista con un attore comunista battezzato alla Lotta con l’Alpe da un dislivello mostruoso;
– dei pagamenti in nero delle amministrazioni comunali con un Uomo che continua a ricordarci che siamo Polvere e Polvere ritorneremo (quindi tanto vale cominciare da subito a darci del noi);
– di batteristi adorabili e imperdibili e di quanto ha rotto il cazzo Pat Metheny dal secondo disco in poi con un giovane attivista NoTav;
– del rimanere materialisti a oltranza anche in presenza dei fantasmi quelli veri con un celebre e loquace (e incrollabile) scrittore collettivo;
– di mitiche tome valsusine che nel trambusto ho dimenticato di condividere con un rude bresciano molto solidale che a tremilacinquecento metri di quota può salire duecentocinquanta metri di dislivello in venticinque minuti e venire a raccontartelo fresco come una birra;
– dell’estrazione di senso e strategia dagli acciacchi dell’età con un altrettanto giovane (lo spirito è tutto) attivista NoTav;
– della funzione psicodinamica del Polase nelle situazioni critiche con un camuno tanto solido che sembra scolpito nella roccia;
– dell’insospettabile utilizzo del cappello da uomo in funzione blasfema non verbale con un portatore sano di ukulele;
– di che cazzo ce ne frega a noi di andare in punta, saremo mica qui per questo, con un tifoso della Spal che mi ha fregato il titolo di più Vecio della gita (io però avevo in tasca Lernia che vale ben più di due punti, come la figurina di Pizzaballa);
– di identità e differenze tra i termini “Piciu” e “Mona”, che in una lettura anatomico-funzionale sembrerebbero invece complementari, con un alpinista triestino (il linguaggio è fottutamente sessuato) (ecco appunto).

Arcobaleno sul Rocciamelone

Arcobaleno sul Rocciamelone, 13/07/2014. Clicca per ingrandire.
«L’attesa della gita, le mail che l’hanno preceduta, l’epico No Picnic on Rocciamelone e il suo seguito che sarà lunghissimo provocano in me forte commozione. Forse perché sto invecchiando.. o forse perché i ribelli della Montagna hanno tanto fluido. Grazie a tutti! Sono Marcobabouche su Twitter e Giap. Beccatevi questa foto melensa e a presto.»

Lo.Fi. – GOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOL!!! – Un boato lontano irrompe nell’autoradio di una macchina che sfreccia sull’autostrada all’altezza di Novara. Mr Mills risponde al radiocronista “Ma che cazzo esulta questo!? Ha segnato la Germania!” – m’ero destato di soprassalto farfugliando qualcosa tipo “Ha segnato Messi? Ha vinto l’Argentina?” No, al contrario, Germania campione del mondo, ma non importa: il #CalcioMolotov vince comunque, è eternamente nomade, non si territorializza, si nutre di sconfitte e di upset. L’Argentina ha avuto le occasioni migliori? Bene, allora è giusto che vinca la Germania.

WM1. Impacchi di argilla (idea di Filippo), impacchi di ghiaccio, antinfiammatori, riposo, e nel giro di tre-quattro giorni camminavo come prima. Intanto WM2 e altri giapster salivano sul Gran Sasso, un’altra giornata di Alpinismo Molotov. E ad agosto nessuno mi impedirà di andare sul Triglav. Ho il bacillo dei sassi. Il comandante Cienfuegos ha creato un mostro.
Ma sul Triglav mi porto i bastoncini.

Lo.Fi. Vecio, abbiamo discusso  anche di affinità e divergenze fra Alpi orientali ed occidentali ed altro ma è bello che ricordi come highlight le differenza fra “piciu” e “mona”!

Collettivo Autonomo Zapatista

«Il CAZ (Collettivo Alpino Zapatista) nasce a Genova in maniera informale circa due anni fa. Nel 2013 entra a far parte della Polisportiva Popolare Lokomotiv Zapata (polisportiva nata all’interno del CSOA Zapata nel 2012, come ampliamento della squadra di calcio Lokomotiv Zapata, nata nel 2005, in occasione del primo torneo Cartellino Rosso al Razzismo, organizzato con associazione Macaia e Uisp Ge), con la quale condivide il progetto, le basi ideali e le pratiche, a partire da antirazzismo, antifascismo e antisessismo. Partito da un gruppo di compagni e amici che condividono l’amore per la montagna si è rapidamente accresciuto, includendo numerose persone, mantenendo però l’autogestione e l’autorganizzazione come modelli di riferimento. Infatti il nome rende evidente un approccio differente alla montagna intesa non come luogo di conquista o competizione ma come spazio di affetto e di espressione di un gruppo o di una comunità. È quindi naturale schierarci sempre dalla parte della terra contro gli scempi e le speculazioni delle grandi opere. È altrettanto importante per noi lavorare sull’inclusione e quindi anche su tutte le discipline dall’arrampicata all’escursionismo all’alpinismo classico, permettendo a chiunque di avvicinarsi a queste attività. Le uscite, quasi settimanali, vengono organizzate a seconda del livello e dei desideri dei partecipanti. Proprio il mese scorso, nell’ambito della due giorni NO terzo valico, abbiamo organizzato un raduno conviviale di arrampicata, aperta a bambini e neofiti, in una falesia storica dell’entroterra genovese simbolo di resistenza: al terzo valico oggi, al nazifascismo ieri.»

 Dedicato a Ettore, nato nella notte tra l’1 e il 2 agosto 2014.

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12 commenti su “#AlpinismoMolotov. No Picnic on Rocciamelone

  1. […] Questa branca della scienza ha generato studi e opere derivate, lo spin off più noto è l’Alpinismo Molotov, che ha tra i suoi massimi esegeti il gruppo di scrittori Wu Ming (segui il link per saperne di […]

  2. Ci sono giorni in cui mi tornano in mente alcuni passaggi del percorso che ci ha portato in cima, ricordo le voci e i discorsi fatti. Rimpiango la leggerezza dell’aria e il peso dei passi. Non credevo che la montagna potesse contagiarmi fino a questo punto.
    Con il collettivo teatrale con cui lavoro, Satyrikon, siamo alle prese con un nuovo progetto, il testo è di E. Jelinek tradotto da Roberta Cortese (@Satyrika) e faremo una lettura scenica a Novembre. Stiamo studiando, lavorando e raccogliendo materiali in vista della lettura e dello spettacolo futuro. La camminata Molotov sul Rocciamelone è stata l’occasione per testarmi, per superare “qualcosa”. Così ho scritto un altro pezzo, un’altra traccia, e lo trovate qui ; Buona lettura e grazie ancora compagni.

  3. Navigavo brevemente in pigiama, progettando di vestirmi e conquistare la giornata e … cosa mi capita?
    Leggo le prime parole di sto post.
    Come una trappola!
    Per liberarmi l’ho dovuto leggere tutto!
    Ora non o se devo protestare o ringraziare.
    Uhmmm …
    Grazie. Si grazie.
    :-)

  4. Auguri a WM1, per esperienza personale so che bisogna fare attenzione dopo episodi simili. E bravi tutti.
    Mai capitato di leggere un resoconto tanto entusiasmante, a partire dall’idea favolosa di coniugare la scrittura del libro sui No TAV con l’ascensione. Sono fra i monti e mi stavo letteralmente catapultando fuori per aggredire una salita purché fosse una. La prima foto del Triglav chiarisce che le sirene cantano tra le rocce e i pini.

    Qui, in Rendena, al momento alcuni valligiani e camminatori sono molto preoccupati per il progetto di circuito di piste da sci più grande d’Europa, che mira a unire tre valli (Sole, Gelada, Giudicarie) piantando piloni, pare, fin nei laghi alpini. C’è un presidio presso il bivacco del lago Serodoli dove arrivano diversi escursionisti. Sul giornale locale si legge che uno di loro avrebbe detto al suo bimbo che chiedeva chi fossero le persone al presidio: “Sono i No TAV, andiamo via”. Più ignorante o più intuitivo?

    Pubblicherete la salita al Triglav? in bocca al lupo.

  5. a questo punto deduco che l’impresa di modesta entità ma di lunga portata di questi alpinisti Franciacortini sul Monte Alto (651 m. s.l.m.) nel 2011 può inserirsi nella directory “alpinismo molotv ”

    qui il link: http://youtu.be/AW8McPV3iUI

    se così fosse posso dedurre anche non è l’altezza a stabilire ciò che è moltov e ciò che non lo è!

  6. Bellissimo ed emozionante resoconto di viaggio.
    Complimenti a tutta la compagnia “apostolica”!
    Adesso che dal balcone riesco a vedere il “riccio” ribelle del Rocciamelone, piacerebbe andarci anche a me.
    Proprio in questo periodo mi sto leggendo diverse cose sull’alpinismo, e ne vorrei leggere sempre di più.
    Le storie di montagna hanno su di me un fascino assoluto.

  7. Narrazione magnifica dell’ascesa al Rocciamelone e voglia di salire in montagna sempre più forte. Fine mese si torna sul Corno Grande e questa volta come “alpinismo molotov”.

  8. Ciao, innanzitutto scusate l’Off Topic.
    Volevo segnalarvi che ho tradotto in italiano i sottotitoli del bellissimo documentario di Simone Camillli (il reporter italiano rimasto ucciso a Gaza pochi giorni fa), “About Gaza”. Sarebbe troppo chiedervi di facilitare la diffusione del video?
    Grazie per l’attenzione, con tanta stima

    Restiamo umani
    https://www.youtube.com/watch?v=ZjxB6qwa-oI

  9. A proposito delle riflessioni di Vecio Baeordo sui sentieri sull’istituzionalizzazione degli stessi, ho ripescato quanto scriveva Marc Bloch nella Società Feudale a proposito delle comunicazioni nella prima età feudale.
    “Si è spesso osservato che la prerogativa delle buone strade è di fare il vuoto intorno a sé, a loro vantaggio. All’epoca feudale, quando tutte erano cattive, poche eran capaci di accaparrarsi così il traffico. Certamente, la necessità del rilievo, la tradizione, la presenza qui di un mercato, là di un santuario giovavano a taluni tracciati, ma con una fissità assai inferiore a quanto non abbiano talvolta creduto gli storici delle influenze letterarie o estetiche. Un avvenimento fortuito – accidente materiale, esazioni di un signore privo di mezzi – era sufficiente a sviare il corso, a volte in modo duraturo…. Soprattutto, dalla partenza all’arrivo, il viaggiatore aveva la scelta tra parecchi itinerari, nessuno dei quali si imponeva in modo assoluto. La circolazione, in una parola, non si incanalava seguendo qualche grande arteria; si distribuiva capricciosamente in una moltitudine di piccoli canali”.

    Mi sembra un interessante spunto per una discussione sull’istituzionalizzazione di strade e percorsi che va nel senso indicato da Vecio Baeordo.

  10. il #CAZ Collettivo Alpino Zapatista esiste, e c’ho le prove https://twitter.com/fabiopanicco/status/523554446455078912
    mentre l’#alpinismomolotov non ha ancora lasciato tracce simili (tié!)

  11. E’ un bellissimo modo di raccontare una salita in montagna, fatto di sensibilità e visioni diverse, lontano da quelle che chiamate “narrazioni tossiche”; mi piacerebbe poterlo utilizzare per la mia attività di accompagnamento. Ho visto che si fa anche riferimento alla nostra salita sul Monte Camicia al Gran Sasso! Vi propongo di tornare in Abruzzo al più presto, casomai per un’escursione invernale a cui unire un ragionamento sulle differenze e sulle somiglianze tra Alpi e Appennini. Un abbraccio, Enrico

  12. […] appassionato di alpinismo, spedisce il libro a Wu Ming 1, che invece di montagna è (o meglio, era) del tutto a digiuno. Nel 2010, i due, stregati dall’impresa, volano in Kenya e ripetono […]