Napoli è la Grecia che già siamo (Una guerra civile per gli anni Dieci)

[Abbiamo ricevuto da Luca (già WM3) queste righe, e subito ve le proponiamo.]

Napoli brucia.
Per chi ritiene non sia necessario coinvolgersi, meglio portare lo sguardo altrove.
Napoli è la Grecia che già siamo. E’ la premonizione cupa che attende dietro l’angolo più vicino. La prova del collasso e dei colpi di coda possibili.
E’ molto chiaro ciò che avviene. Chi ha perso nelle urne muove le pedine in direzione della guerra civile e del caos che precede le militarizzazioni.
Chi ha perso è un complicato fascio di interessi e intrecci politico-criminali, su scala locale e nazionale, che muove miliardi e macina clientele a centinaia di migliaia. Bisogna dire le cose come stanno. General contractors e Sistema colpiscono uniti per ribaltare la partita. Troppo importante il risultato, si butta fuori l’arbitro a calci e si prosegue a giocare forsennati.
Non si può, non si deve toccare una macchina emergenziale che ha “termovalorizzato” decine di miliardi di euro, sfornato comitati e consorzi a controllo criminale, insediato cooperative di lavoro fantasma di sicura presa elettorale, finanziato bonifiche mai realizzate.
La reazione di chi vede intaccato tale avido ben di dio è violentissima. Si manda avanti un esercito ragazzino e straccione, ingovernabile e disperato, a infrangere ogni possibilità di gestione, qualsiasi tentativo di avviare un “altro modo di fare le cose”. Affermare che la merda e il dominio di certi gruppi e interessi sono comunque il meno peggio, perché l’alternativa è la guerra di tutti contro tutti.
Questa è la più lampante dimostrazione che il voto dei cittadini è necessario ma per nulla sufficiente ad affrontare le circostanze. Che molto di più viene richiesto oggi a coloro che nelle giornate elettorali si sono mossi verso la richiesta di cambiamento e di svolta.
Se non sapremo dare vita a esperienze non effimere di resistenza e costruzione di forme pratiche di convivenza e produzione sociale, verremo travolti. L’urgenza inoltre impone tempi molto rapidi, e prove molto dure da affrontare.
A Napoli in questo momento sarebbe necessaria una “forza civica” di quindici-ventimila volontari, disponibili e operativi nel garantire sul territorio che si dia una chance all’impostazione di un nuovo ciclo, non solo dei rifiuti, di gestione delle risorse e delle problematiche. Se i cittadini che hanno votato si ritirano nelle case, è finita. Il rischio è di rimanervi asserragliati per chissà quanto tempo.
Non so se il sindaco De Magistris sia in grado, se la città stessa possa trovare un tale slancio, ma ritengo non rimandabile un appello reale alla mobilitazione di quanti si sono espressi.
Una grande metropoli del Mediterraneo va alla deriva e al collasso, dopo Tunisi e Il Cairo, Atene e Beirut. Il preludio di ciò che sta accadendo a tutti noi, senza risposte adeguate. Napoli è solo il primo, forse decisivo, test. Altri seguiranno.
I cittadini, non solo di Napoli, devono trovare forme e modalità per organizzarsi, attutire l’impatto della crisi e offrire risposte collettive a bisogni collettivi. Come cittadini, dobbiamo sapere che a salvarci non giungerà nessuno.
Infine. Ciò che è in corso è un’africanizzazione della crisi nella zona euro, spinta da enormi flussi speculativi della finanza globale. Forze imponenti spingono per l’assimilazione dell’intero Mediterraneo alla fascia nordafricana, una specie di cuscinetto speculativo tenuto al guinzaglio dalle organizzazioni economiche internazionali con il cappio dei debiti sovrani e della massa degli interessi usurari. L’esproprio progressivo di una quota ormai totalizzante di ricchezza, di risorse, e tout court di sovranità politica. Si offre come soluzione la vendita a pezzi di un paese come la Grecia, la messa sul lastrico di milioni di persone, solo per onorare assurdi debiti che non abbiamo contratto, e ad assurdi tassi decuplicati rispetto agli originari.
A guerra e sfida “africana”, urge risposta “sudamericana”.
I popoli dell’altra sponda del Mediterraneo lo hanno già capito. Altri, con durezza o intuizione, stanno già sperimentando le conseguenze.
Bisogna avere il coraggio di affermare che è la strategia del debito a dover essere messa in discussione. Che non sta scritto da nessuna parte che le banche non possano fallire, mentre cittadini e imprese e amministrazioni sì e andare in malora. Che la sottrazione sistematica delle già scarse risorse disponibili è diventata inaccettabile. Che tutto va rinegoziato su basi completamente nuove, o non avranno nulla. Che non è possibile che le agenzie che ieri vendevano Lehman’s al massimo dell’affidabilità, oggi siano ancora più potenti e decisive sui destini di intere aree geografiche. Che non subiremo inerti l’ultimo raid predatorio che arriva a fiumi e laghi, monumenti e palazzi, spiagge e colline. Che non pagheremo quel debito, perché è un’estorsione e un ricatto. Qualcuno, in Spagna e nella lontana Islanda, inizia a dirlo con forza.
Non ci sono ricette salvifiche in questa cruda alba degli anni ’10, una guerra di lungo corso li attraverserà tutti, e i fuochi che vediamo sono l’anticipo dei boati a venire.
Fondare nuove istituzioni sarà il compito di questa e delle prossime generazioni. L’unico possibile argine agli strateghi della guerra civile. Si tratta di un compito pacifico, ma sarà necessario combattere per realizzarlo anche solo in minima parte.
Napoli brucia.
Napoli è l’esempio che questo futuro è adesso.
L’incendio divampa e sprigiona fumi mortiferi. Un bravo pompiere direbbe che un fuoco simile si spegne solo col fuoco.

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192 commenti su “Napoli è la Grecia che già siamo (Una guerra civile per gli anni Dieci)

  1. “Bisogna avere il coraggio di affermare che è la strategia del debito a dover essere messa in discussione. Che non sta scritto da nessuna parte che le banche non possano fallire, mentre cittadini e imprese e amministrazioni sì e andare in malora.”

    Aggiungiamoci il presidio popolare dell’ambiente e delle risorse naturali, e su una cosa come questa si può costruire una politica per i prossimi dieci anni, che ci liberi dalle ormai ridicole e decrepite categorie “conservazione-progresso”, “destra-sinistra”. E’ quello che i ventenni di oggi chiedono, e che i referendum hanno realmente manifestato.

  2. Valter, scusami, ma lo trovo davvero un commento povero e – pur nella sua brevità – pieno di luoghi comuni.
    Sinceramente, di tutte le possibili letture dell’esito referendario, quella che “i ventenni” (come se fossero tutti uguali ed esprimessero una volontà generale, e come se il voto fosse stato faccenda esclusivamente giovanile) avrebbero chiesto a gran voce “Nè conservazione, né progresso! Né destra, né sinistra!” mi sembra la più balzana.

    E devo dire che ‘sta retorica del “né destra né sinistra” mi riesce sempre più indigeribile, la trovo sempre più vacua e perniciosa. Nella migliore delle ipotesi – e concedendo la buona fede ad alcuni che vi ricorrono – è chiacchiera infeconda; nelle ipotesi più plausibili, è fumo negli occhi e mascheratura tipo il meme “fine delle ideologie” che circolava tempo fa (oggi, per fortuna, molto meno).
    Soprattutto, però, è robaccia che storicamente genera mostri, e su questo credo di essermi già espresso con sufficiente chiarezza:
    http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=4024&cpage=1#comment-5784

    [Tra l’altro, con l’idea di contestare vecchie (e presunte) dicotomie, se ne introducono di più implicite e subdole, ad esempio la dicotomia tra “gli scemi che credono all’inganno destra-sinistra” e “gli intelligenti che non ci credono”, o quella (che è una vera e propria mise en abyme) tra “i retrogradi che credono ancora alla dicotomia reazione-progresso” (bersaglio favorito di molti tuoi commenti, Valter) e “i progrediti che non ci credono più”.]

    E’ vero, come dicevo nel commento appena linkato (nella “Nota/digressione” che lo chiudeva), che esiste una critica del concetto di “Sinistra” fatto… da sinistra, ma oggi, in Italia, “né destra, né sinistra” lo dicono:
    1) i demagoghi alla Grillo e il loro seguito di qualunquisti;
    2) gli intrallazzatori pronti a inciuci di vario genere;
    3) i “rosso-bruni” (che, guardacaso, è il colore della merda screziata di sangue);

    Di sicuro non lo dicono, genericamente, “i ventenni”. Perché “i ventenni” non esistono, come non esistono “i trentenni”, “i quarantenni” etc. Ogni impostazione di un problema in chiave generazionale è l’anticamera del “mandarla in vacca”. Soprattutto in Italia, dove il “Largo ai giovani!” urlato a cazzo di cane ha prodotto non meno mostri della “gerontocrazia”.

  3. Anche io non credo che esistano “i ventenni” “i quarantenni” “i sessantenni” (visto che ci sono anche questi in questa storia), così come non sopporto chi parla genericamente dei “ggiovani”. Quello che però mi ha colpito – in particolare per i referendum- è che mi capitava di passare davanti a un bar o alla fermata del bus e sentire che qualcuno discuteva della questione, si accalorava. E credo che fossero quelle stesse persone che molti hanno giudicato- io compresa- incapaci di un ragionamento politico, quando l’errore era certo mio/nostro, di chi insomma continuava a valutare la politica su vecchi schemi. Il problema è proprio il superamento di questi schemi, degli schemi binari a cui ci hanno abituato e in cui ci siamo spesso rinchiusi, leggendo Baumann, magari, annusando Deleuze, ma incapaci di capire quello che veramente si voleva dire. Così mi pare.

    Altro (o forse lo stesso). Ieri su Alias: ” [il tumulto]segue altre strade dalla progettualità riformistica o rivoluzionaria inerente al modello sovrano. Egemonizza o ci prova offrendosi in qualità di inimitabile e fugace esempio, non legiferando o per implementazione disciplinare (non ne ha i mezzi) e neppure proponendo una ripetibilità stretta (non ne ha voglia). Indica solo che è possibile e giusto ribellarsi e che a volte la ribellione ha successo. [……….] Lievi e pervicaci quei moti meritano di meglio che un ennesimo partito. Non vogliono essere modelli positivi o negativi piuttosto concentrati intensivi di esperienze che si propagano per contagio senza la pretesa di applicare tutti i connotati dell’originale…… . Hanno una propria loquace e strutturata temporalità che non si scarica nell’esplosione iniziale, ma ricominciano dopo ogni successo, filtrano sotto terra, riappaiono, stringono e disfano compromessi, producono istituzioni sui generis e le modificano senza tregua.” (da “Tumulti- Scene del nuovo disordine planetario” di Augusto Illuminati e Tania Rispoli)

    Mi pare che in questo pezzo, estratto da un articolo molto più lungo e complesso, ricorrano anche alcune parole e riflessione presenti anche in molti degli interventi che si trovano qui dentro: il tema del tempo, il tema dell’esperienza, il tema del byt maikoskiano e di come l’inizio sia quella che molti indicano come la fine.

  4. Caro Wu Ming1, fatta salva l’abituale spocchia che contraddistingue molte delle tue declamazioni (e che fa di te più un seminarista della rivoluzione che un leader rivoluzionario – infatti hai risposto con la solita accusa di semplicismo concettuale più che nel merito), mi limito a girarti un commento apparso stamattina sul mio blog, dove ho linkato questo post.

    “Ma Wu Ming è disposto ad ammettere che lo Stato Sovrano coincide con lo Stato Nazionale (che non vuol dire nazionalistico) o farà come il gregge no-global che non ha saputo prendere una posizione e si è dissolto da solo, più per incapacità politica che per repressione?”

  5. PS – Per me i “ventenni” esistono concretamente, a cominciare dai miei due figli per finire con le due dozzine di alunni di quinta che ogni anno saluto dopo l’esame di maturità.
    Certo non studio le generazioni a partire dagli amichetti scrittori del “TQ” in cerca di ulteriore spazio promozionale.

  6. @ Valter Binaghi

    capisco bene l’intento di buttarla sul personale, ma il *merito* del tuo commento era *esattamente* quello di cui mi sono occupato:
    imperniare il discorso sul “né destra né sinistra” e su altri “nuovismi da né-né” porta a confondere il problema delle alleanze con la voglia di imprecisate *ammucchiate*, e questo, perdonami, lo dimostra anche il tuo blogroll, dove figurano siti complottistici e para-destrorsi (a volte senza il “para”), eco-destrorsi, seguaci di De Benoist, o comunque “confusionisti militanti”, di certo tutti nené, tipo Come Don Chisciotte, Comunitarismo, Arianna Editrice, Movimento Zero, Signoraggio.com e altri soggetti del genere.
    E questo è parte del *merito* di come ti stai muovendo.

    Io non credo che dal referendum sia uscita *una* volontà di chicchessìa, perché come facevano notare in molti nel thread dedicato all’argomento, si è votato per i “sì” per molti motivi diversi. E la riduzione del molteplice all’Uno è sempre foriera di inganni e auto-inganni.
    Una cosa, però, la so per certo: se ne fosse uscita una volontà e una soggettività, non sarebbe quella della Nouvelle Droite e dei Campi Hobbit ricucinati in salsa di decrescita.

    Sulla questione dello stato, non faticherai a rintracciare qui su Giap discussioni lunghe, appassionate e scevre di apodittiche certezze, dal momento che il tema non è semplice, perché “stato” oggi vuol dire più cose che nell’Ottocento, perché decenni di lotte hanno *incorporato* nelle istituzioni dei diritti e delle conquiste e difendere quelle non significa difendere il “comitato d’affari della borghesia capitalistica”, anzi, il contrario.

    Sulla “nazione”, ti consiglio invece l’ascolto dell’intervento “Patria e morte” (lo trovi col motore di ricerca), e la discussione che ne è seguita.

    Sono cose di cui non ci si accorge, se su Giap si viene ogni tanto solo per piantare la bandierina del nené e della polemica con le sinistre immaginate. Dopo, si finisce per fare domande scontate, se non stupidelle.

    Con questa storia della “spocchia” – quella con cui tu aggiri da anni le mie critiche, e aggirerai anche quella di cui sopra in nome della necessità di andare oltre e bla bla bla, del nené, della polemica con l’aborrita “sinistra”-, in questi anni, non sei andato lontanissimo. Sarà almeno la decima volta che la usi da paravento discutendo con me. Ed è almeno la quarta volta che, con l’immagine del “seminarista”, mi usi strumentalmente per continuare a regolare i tuoi irregolabili conti coi fantasmi del tuo passato. Va detto che quest’ultima cosa la fai più o meno con chiunque non sia d’accordo con te e puzzi almeno un poco di “sinistra”.

    Infine, siccome mia figlia ha sei anni, io penso che il soggetto rivoluzionario oggi siano i “Seienni”.
    Quando ne avrà nove, farò autocritica e dirò che il soggetto rivoluzionario sono i “Novenni”.

    Detto questo, tu non ci crederai, ma *al di là di tutto questo* sei una persona che stimo e rispetto, perché riconosco in te – nei momenti buoni – la disperata tensione alla ricerca, e riconosco l’onestà intellettuale di fondo, anche se spesso perturbata da certi “tic”.
    Però quando dici cazzate e fai comunella (quantomeno discorsiva) con certa gentaglia, vai mandato affanculo senza trattamenti di favore, come capiterebbe a chiunque altro.

  7. @ Valter Binaghi
    Nel pezzo di Luca c’è un riferimento a quanto accaduto in Islanda. Paese scarsamente popolato e piuttosto periferico, è vero, ma ciò non toglie che da quelle parti stiano facendo una cosa importante. Così come la stanno facendo, in maniera molto diversa e con maggiori difficoltà, soprattutto perché si ragiona su ben altre unità di grandezza (oltreché con esiti ancora tutti da vedere), nelle piazze spagnole. I due movimenti in questione sono animati senz’altro da una nuova generazione, ma la loro composizione non è strettamente anagrafica. Ed è forse per questo che si stanno rivelando così interessanti.
    Per il resto credo che il problema non sia tanto porre la sovranità nazionale in contrapposizione a quella sovranazionale, quanto giocare la sovranità politica contro quella finanziaria e bancaria. Ovvero sottrarre alle banche centrali e ai grandi gruppi finanziari le decisioni sul destino delle popolazioni alle quali vengono fatti pagare i debiti speculativi. Credo che questo sia il nodo centrale da affrontare. E certo non è facile, è un problema anche di abito mentale, visto che fino a pochi anni fa, prima della crisi, eravamo noi a sostenere la campagna per l’annullamento del debito dei paesi africani. Be’, adesso siamo diventati l’Africa di noi stessi.

  8. “Fondare nuove istituzioni sarà il compito di questa e delle prossime generazioni. L’unico possibile argine agli strateghi della guerra civile. Si tratta di un compito pacifico, ma sarà necessario combattere per realizzarlo anche solo in minima parte.”

    Fondare nuove istituzioni. E’ questo il nodo centrale, e l’intervento di Luca lo mette in evidenza con forza e lucidità.

    Ma per fondare nuove istituzioni servono, oltre alla buona volontà e alla buona fede, consapevolezza e idee forti. Altro che “né destra né sinistra”…

    Ieri l’argomento è venuto fuori chiaro e tondo anche in Piazza del Nettuno. Il sistema capitalistico sta raggiungendo i suoi limiti, sia fisico-ambientali che sociali, e le sue contraddizioni stanno esplodendo. Stiamo qui ad auspicare un’altra ondata di rilancio produttivo (tipo green economy) che, al termine dell’abbuffata, ci lascerà ancora più a terra, o ci mettiamo una buona volta nell’ottica di un cambio di sistema?

    Quindi altro che fine delle ideologie, superamento delle dicotomie destra/sinistra, fine della dialettica progresso/reazione. Se ci adagiamo su questo andazzo finiremo per prenderlo nel culo ancora, e in modo sempre più doloroso.

    Senza una visione d’insieme sufficientemente “forte” (che non vuol dire ovviamente univoca o settaria), diciamo pure addio in partenza alle nuove istituzioni.

  9. Dimenticavo, Valter, vedo che non ci hai fatto caso, ma noi all’iniziativa “TQ” siamo rimasti estranei. Anche quel tuo accenno è polemica maldiretta.

  10. @ Wu Ming 1
    Proprio mosso dal fastidio verso i luoghi comuni e dai discorsi che su essi si poggiano devo far notare che “i demagoghi alla Grillo e il loro seguito di qualunquisti” è un’affermazione che più qualunquista di così non si può. E non perché sia un fanatico di Grillo.
    La retorica del né destra né sinistra è a mio parere nata da un lungo periodo in cui la sinistra (?) in Italia si è proposta in larga parte come una versione light della destra. Sia a livello locale che nazionale.

  11. [OT] che cos’è il “TQ” di cui parlate?

  12. @ togg

    nel mio primo commento di questo thread c’era un link. Cliccando, si trovano argomentazioni ed esempi, e ancora ne mancavano, perché in quella discussione, come poi in altre, il tema è stato più che sviscerato. Da queste parti non solo Grillo (anzi, la Casaleggio & Associati) “non ci convince” (è un chiaro eufemismo), ma il suo movimento, pur animato e votato da gente in buona fede, lo riteniamo ambiguo e pericoloso, per numerosi motivi che non è il caso di riepilogare perché è già stato fatto. Ti rimando a quei materiali, e ad altri che è facile reperire.

    Un avvertimento alle “truppe cammellate” che invadono i blog e li riempiono di insulti e banalità ogni volta che qualcuno osa criticare Grillo: qui non c’è trippa per gatti. Il primo commento di ogni nuovo utente va sempre in moderazione. Se vediamo che è un troll, finisce subito in pattumiera. Qui da noi funziona così, e guardacaso si riesce a discutere.

    Sull’altra faccenda, certo, quello è uno dei motivi. Spiega, ma di certo non giustifica, perché confondere una storia e un filone di lotte e pensiero con le miserie della contingenza è comunque un grave errore. Ad ogni modo, se fosse l’unico motivo, il motto “né di destra né di sinistra” sarebbe rimasto… a sinistra. Lo troveremmo soprattutto tra chi accusa la sinistra di non essere più tale etc. etc. E invece, pensa un po’, in Italia è il tipico disclaimer del cripto-fascista. Qualcosa vorrà pur dire.

  13. @ bani

    “Trenta-Quaranta”. E’ un movimento di scrittori radunato inizialmente su base anagrafica, al fine di fare lavoro di “lobbying” per contare di più come generazione nell’industria culturale italiana.

  14. Propongo una “mozione d’ordine”: torniamo a parlare di quel che scrive Luca nel post. Su Napoli, sulla Grecia, sul Nordafrica etc.

  15. @Wu Ming 1 Sono d’accordo, torniamo in tema. Anche perché il pezzo di Wu Ming 3 è ottimo :-)
    Però lasciami chiarire, per quello che posso, sulle mie “intenzioni”.
    1) Non ho idea di chi siano Casaleggio & Associati.
    2) Non sono una militante grillino, gli riconosco quelli che per me sono dei meriti importanti ma quando c’è stato da criticarlo (ed è successo parecchie volte) l’ho fatto tranquillamente. Sul suo blog non ho mai scritto e ci seguo soltanto il passaparola di Travaglio.
    3) Mi sento di sinistra ma cerco di usare altri parametri quando mi trovo un problema per le mani. Tipo quello corrotto/non-corrotto, che di solito funziona meglio.
    Scusate ancora per l’ot.

    Tornando a noi dico solo che spero di vedere gli anni in cui tracollerà la dittatura del debito e del sistema che lo alimenta/compone.

  16. E sulle “miserie della contingenza” non sarei così propenso a sputare.

  17. @Wu Ming1
    1) Quando il senso di un’argomentazione è
    “Tu ti permetti di leggere e blogrollare testi e siti che sono di destra” detto a uno che realmente sostiene la necessità di superare categorie ormai incapaci di interpretare il senso politico di ciò che accade, il logico parlerebbe di “petizione di principio” (ovvero presupporre quel che si dovrebbe dimostrare, lo spiego perchè non tutti sono acculturati alle categorie filosofiche, si tratta comunque di ciò che Aristotele denunciava come esempio di tecnica sofistica)
    2) Quanto alle banalità del nè nè, visto che chiunque si metta a parlare con voi deve aver letto tutta la vostrea Bibbia (leggasi post di Giap) più il Talmud e le glosse se no non esiste, mi permetto di rimandarti a questi testi
    http://valterbinaghi.wordpress.com/2011/05/09/dieci-consigli-per-una-sinistra-da-ripensare-di-valter-binaghi/#comments
    http://valterbinaghi.wordpress.com/2011/05/10/dieci-consigli-per-una-sinistra-da-ripensare-b/
    http://valterbinaghi.wordpress.com/2011/05/11/dieci-consigli-per-una-sinistra-da-ripensare-c/
    http://valterbinaghi.wordpress.com/2011/05/12/dieci-consigli-per-una-sinistra-da-ripensare-d/
    così magari ti togli dalla testa l’idea (spocchiosa) che tu pensi e gli altri cacano
    3) Il referendum. Non serve essere sciamani per capire che non è una vittoria della “sinistra” tradizionalmente concepita ma l’emergenza di pulsioni che sono tutte ancora da interpretare. Però vedo un sacco di gente che ci ha già messo il cappello sopra.
    4) I “tic”. Può darsi che un uomo non possa mai prescindere dal proprio passato, ma se devo giudicare tra chi difende a spada tratta una “scolastica” e chi assume posizioni ereticali (dal punto di vista categoriale), qui la posizione conservativa e la coazione a ripetere sono tutte tue
    5) La stima intellettuale è reciproca, non verrei qui, non linkerei i vostri post se non ci trovassi materia di riflessione importante, ma accettate qualche posizione che non sia prona, per favore!

    @Wu Ming4
    Sono daccordo, “giocare la sovranità politica contro quella finanziaria e bancaria”. Ma mi spieghi “chi” è il soggetto di questa sovranità? E non parlarmi di “internazionalismo”, perchè qui saremmo veramente all’archeologia. Se fossimo (davvero) alla Prima Internazionale, io starei con Bakunin, comunque.

  18. @ togg

    scusami, prima di tornare in tema e rimanerci, una precisazione: se non sai chi siano Casaleggio & Associati, è ben difficile che tu possa esprimere pareri pertinenti su Grillo e il “grillismo”. Senza capire il ruolo di Casaleggio & Associati, non si capisce niente di tutto il progetto. Casaleggio è l’ideologo, il vero soggetto organizzatore, promotore e coordinatore del “grillismo”, tanto che tutti gli ex- e i transfughi e i delusi del M5S sostengono che Grillo prenda letteralmente ordini dalla Casaleggio:
    http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-movimento-5-stelle-soffocato-da-grillo-e-dalla-casaleggio/
    Collegamenti tra Casaleggio & C. e soggetti esplicitamente di destra vengono fatti qui:
    http://www.reteviola.org/index.php?option=com_blog&view=comments&pid=52
    Le “previsioni” per il futuro su cui Casaleggio & C. fondano il loro agire politico sono riassunte in questo video agghiacciante:
    http://www.youtube.com/watch?v=JodFiwBlsYs
    Apologia acritica della rete come “Gaia”, seconda [o terza?] natura, promessa di un mondo armonizzato dove non ci saranno interessi contrapposti… Ci sarà una guerra mondiale purificatrice contro le forze del Male (rappresentate da un pugno chiuso rosso!), moriranno cinque miliardi di persone, e il rimanente miliardo (grazie a Google, cioè a un’impresa privata!) vivrà nel Bengodi telematico.

    Chiuso l’OT.

    “Corrotto/non corrotto” non funziona meglio, perché è “legalità/illegalità” a non riassumere bene l’ordine dei problemi. Possono esserci politici “onesti” (almeno secondo quel parametro) che però fanno politiche forsennatamente liberiste, tagliano servizi sociali, negano diritti, precarizzano etc. Possono esserci imprenditori “onesti” che, *nel pieno rispetto della legalità*, sfruttano, inquinano etc.

    Per “miserie della contingenza” intendevo quel che dicevi tu, la sinistra ufficiale che in realtà è stata una destra “light”.

  19. @ Valter
    cosa vuoi che ti dica, io sarò vetero, sarò “scolastico”, sarò un “seminarista della rivoluzione” (ma intendi il seminario dei preti o i seminari accademici? Forse il seminario di Lacan? Spero non quello di Don Seppia!)… Sarò quel che vuoi, ma continuo a ritenere che i fascisti facciano schifo. Poi, vedi tu. Compagno avvisato, mezzo… Boh, mezzo qualcosa.

  20. Interessante questa discussione tra voi al chi si loda s’imbroda. Peccato si sia perso di vista tutto il resto.

  21. Ovvio che legalità/illegalità rimane sempre un ordine generale in cui vanno sempre contestualizzate pratiche e dinamiche. Non sto mica dicendo che perché una cosa diventa legge è automaticamente giusta. Rimane tuttavia molto più adeguato come parametro che il riferirsi al “liberismo”. Come se il mondo in cui ci troviamo sia liberista e non semplicemente corrotto. Con questa bufala dell’opposizione liberismo/socialismo in america (e non solo certo) ci tirano a campare sostenendo di fatto un modello, che ribadisco, è banalmente corrotto.
    Non possono esserci – imprenditori “onesti” che, *nel pieno rispetto della legalità*, sfruttano, inquinano etc. – Anche se capisco il senso delle tue virgolette è meglio esplicitarlo. Possono esserci imprenditori disonesti che hanno fatto diventare tramite la CORRUZIONE legale una pratica che non lo è. Smettiamola di fare finta di non avere una costituzione ben precisa.
    L’ordine dei problemi, mi dispiace dirlo, non è poi così complesso.

    Ps: Avevo capito cosa intendevi per miserie della contingenza ;) Intendevo proprio che occuparsi anche di quello che ti trovi davanti non sarebbe malaccio :-P

  22. vabbè della munnezza, qui pare che nessuno se ne fotta. E neanche del bel pezzo di Luca (già WM3).

    Grazie Luca! bel pezzo, visto da Napoli pone molti problemi complessi e merita una grande riflessione. Ma da qui il problema è molto spicciolo.

    Ti lascio una cartolina di Naples by night: http://nomerosso.blogspot.com/2011/06/si-fa-divieto-ai-commenrcianti-di-i.html

    La domanda che ci (ci=me ed altri) tormenta è: che (cazzo) fare? per vivere una vita normale nella nostra città? cioè a parte la rivolta (di chi e con chi poi?). E (a parte la rivolta) che facciamo quando andiamo a lavoro, portiamo i bimbi al parco, ci mangiamo una pizza etc?
    Certo, è teoricamente una grande occasione per ripensare tutto, possiamo, oggi, cambiare il nostro modo di vivere, consumare e produrre, già…

  23. @ pes

    secondo noi ribadire ogni tanto una “declaratio terminorum”, senza dare per scontato che tutti sappiano tutto a menadito, è un dovere etico di chi gestisce uno spazio come questo. Il problema dei blog, spesso, è che si danno per viste e assimilate tutte le puntate precedenti (per giunta, tutte le puntate precedenti di tutte le serie!) e si parla tra “iniziati”. Ogni tanto qualche elemento di riassunto ci vuole, a costo di auto-linkarsi, per rispetto nei confronti di tutti quelli che partecipano o anche solo si “limitano” a leggere.

    Tu dici che si è perso di vista tutto il resto? Su, mi sembra un po’ prematuro dire questo. La discussione è iniziata da poche ore, siamo appena a una ventina di commenti. Su Giap alcune discussioni durano anche settimane…

  24. Napoli.
    Neapolis.
    Partenope.
    Io ci nacqui. Non proprio a Napoli centro, ma abbastanza vicino da poter rispondere “napoletane” quando mi chiedono le origini.
    In Campania ho vissuto i miei primi 6 anni di vita, e poi da buon figlio di migranti ci sono tornato e tuttora ci torno per le feste comandate.
    Ho sempre avvertito da piccolo, una volta oltrepassato il casello di Caserta, che stessi per entrare in un altro mondo. Un mondo con regole tutte sue. Un mondo in cui, nonostante il genoma, sarei stato per sempre cittadino imperfetto. Qualcuno dei miei amici cresciuti lì, in Campania – ma penso di poter estendere anche al resto del Sud – dice che i Meridionali hanno un marchio. Un marchio più simile a quello maledetto di Gatsu che non ad un tatuaggio di appartenenza.
    Un marchio che nel resto d’Italia, non d’Europa, viene subito riconosciuto.
    Nel mio sentire, questa supposizione è realmente avvertita. Non sto parlando delle frasi idiote della Lega. Sto parlando di quando in Toscana, in Piemonte, in Lombardia senti fare il nome di Napoli. Nel migliore dei casi, evocano un luogo misterioso e sconosciuto. Il più delle volte lontanissimo. I cui aspetti “positivi” vengono relegati al calcio e al cibo. Nel 2011 ancora tanto troppo folklore. Tantissime persone che conosco al Centro e al Nord sono magari state a Parigi, ma non hanno mai visitato Napoli.

    Detto questo, so benissimo che non è effettivamente reale questa percezione diffusa. Napoli è nel concreto molto più accomunata al resto del paese (camorra in primis) di quanto si pensi. E non produce solo canzonette. Solo per restare al mio campo, il Cinema, potrei fare decine di nomi.
    Ma se le impressioni qualcosa contano, beh non sono le più ottimistiche.
    Ho paura che la guerra civile che Luca ha raccontato venga considerata nell’aldilàzio un problema circoscritto e locale. Un atteggiamento tipico, peraltro, nella nostra penisola un po’ ovunque. I problemi della Sardegna sono dei sardi, la ValdiSusa è affare delle comunità montane, etc…
    Stavolta, secondo me, non basteranno a Napoli le 4 giornate. Mi accodo a quanti sperano che davvero si riesca a rompere la quarta parete, a capire che Napoli non è un palco, e il “popolo napoletano” non è il cast di una sceneggiata. Siamo anche noi lì.

    Quando ero più giovane, ammirando il Vesuvio dalle pendici mi trovavo spesso a riflettere: “Ci vorrebbe un’altra eruzione”. Per ripartire.
    Ma non servirebbe a niente. Era la stupida illusione di un ragazzino.

  25. @ pes: ???
    @Daniela: della munnezza me ne fotte eccome! Mi trovo totalmente d’accordo con quanto scritto da WM3, che fra l’altro rispondo anche alla tua domanda sul “che fare”.

    “Questa è la più lampante dimostrazione che il voto dei cittadini è necessario ma per nulla sufficiente ad affrontare le circostanze. Che molto di più viene richiesto oggi a coloro che nelle giornate elettorali si sono mossi verso la richiesta di cambiamento e di svolta.
    Se non sapremo dare vita a esperienze non effimere di resistenza e costruzione di forme pratiche di convivenza e produzione sociale, verremo travolti. L’urgenza inoltre impone tempi molto rapidi, e prove molto dure da affrontare.
    A Napoli in questo momento sarebbe necessaria una “forza civica” di quindici-ventimila volontari, disponibili e operativi nel garantire sul territorio che si dia una chance all’impostazione di un nuovo ciclo, non solo dei rifiuti, di gestione delle risorse e delle problematiche. Se i cittadini che hanno votato si ritirano nelle case, è finita. Il rischio è di rimanervi asserragliati per chissà quanto tempo.”

    Vale a dire che un sindaco da solo potrebbe non avere la forza o gli strumenti necessari a sconfigere agglomerati di corruzione già consolidati. La stessa forza civica che lo ha eletto deve sostenerlo e partecipare nel difficilissimo percorso che si va via via configurando.

  26. @ togg

    [@ altri: nessuno provi a dire che questa considerazione è OT]

    se per corruzione intendi quello che intende la tradizione rivoluzionaria, come riassume Badiou nella citazione qui sotto, allora sono d’accordo con te. Ma è una corruzione sistemica, che mette in crisi l’antitesi “corrotto / non-corrotto”:

    «Oggi siamo talmente persuasi che i principali obiettivi di un governo siano la crescita economica, il livello di vita, l’abbondanza dei consumi, la salita delle quotazioni in borsa, l’afflusso dei capitali e l’estrema prosperità dei ricchi, che non comprendiamo più cosa intendessero i rivoluzionari per “corruzione”. Non tanto il fatto che questo o quello si arricchisca approfittando della propria posizione di potere, ma la concezione generale, l’opinione, che considera l’arricchimento, collettivo o privato, come lo scopo naturale delle azioni politiche. “Corruzione” indicherà essenzialmente la famosa parola d’ordine di Guizot: “Arricchitevi!”»

    Alain Badiou, Sarkozy: di che cosa è il nome?, Cronopio, Napoli [appunto!] 2008 [l’anno in cui Berlusconi stravince le elezioni, e l’anno in cui inizia la presente crisi economica]

  27. @wu ming
    lo so. Tutte e due le cose: che durano tanto e che ci vogliono i ripassi. Il rischio è, come scrivi, di sentirsi un po’ tra iniziati, ma il problema è dei neofiti, non vostro.

  28. @ Wu Ming 1

    Non so se possa interessare, ma Riguardo al video su “Gaia”, il “pugno chiuso rosso” e molte altre delle icone usate sono state prese dall'”Alpha Centauri” di Sid Meier.

    http://en.wikipedia.org/wiki/Sid_Meier%27s_Alpha_Centauri

    A quanto pare quel gioco non ha segnato solo la mia mente di diciottenne.

  29. @ Helios

    grazie dell’informazione. Verrebbe da fare il famoso gesto del professor Pazzaglia, con la mano parallela al pavimento… Spero comunque che la tua, di mente, sia stata “segnata” in tutt’altro modo! :-)

  30. @ Valter Binaghi
    Molto semplicemente per me il soggetto della sovranità sono le popolazioni sulle quali oggi viene scaricato il debito. In particolare, come è ovvio, le classi meno abbienti che soffrono più dei ricchi i tagli allo stato sociale. Uno può anche concepire queste decine di milioni di persone come “greci”, “italiani”, “francesi”, “britannici”, “spagnoli”, “islandesi”, etc. Ma le cure da cavallo e i tagli draconiani vengono pianificati e imposti per tutti dalla BCE e dagli organi finanziari europei. Crediamo che i nostri problemi siano diversi o scollegati da quelli dei greci? Crediamo che la “I” dell’esplicito acronimo P.I.G.S., coniato oltreatlantico, stia per “Irlanda” e non per “Italia”? In effetti oggi l’acronimo c’è già chi lo scrive con due “I” e Moody’s ha parlato chiaro in proposito, mi pare. Dato che l’autarchia economica era una bubbola buona per il Ventennio, e adesso, piaccia o no, la globalizzazione è un dato di fatto, mi sembra davvero miope non ragionare almeno per macro-aree geopolitiche. Non per niente l’inversione di rotta che si è innescata in Sudamerica durante il decennio scorso ha coinciso con un effetto domino che – mutatis mutandis, ovviamente – ricorda in altre forme quello che sta avvenendo nei paesi arabi. Quella trasformazione, in misura diversa a seconda dei casi, ha coinvolto un intero continente. E quando si faceva la campagna per l’annullamento del debito dei paesi africani, la si faceva caso per caso, o si parlava appunto di “paesi africani”?
    Ecco, le popolazioni euro-mediterranee sono o non sono sulla stessa barca? Certo, c’è chi su una bagnarola alla deriva ci sta materialmente, fuor di metafora, e chi ancora no, ma chi può dirsi tranquillo quando si profilano manovre su manovre da 30-40 miliardi di euro a botta? I Greci due anni fa pensavano di trovarsi come sono messi adesso? E crediamo forse che la Grecia non sia una prova generale per capire se la stessa ricetta potrà essere applicata ad altri?
    Io credo che un movimento per l’abolizione del debito dovrebbe avere un respiro europeo, quanto meno (poi è certo che la scintilla possa nascere prima in un paese che in un altro).
    Non ci piace il termine “internazionalismo” perché puzza troppo di Novecento? E chi l’ha usato? E’ di lotte concrete che si sta parlando, mica di terminologia. La terminologia la possiamo reinventare da capo a piedi. E ben venga.

  31. @ Wu Ming 1

    Gesto ed autore mi sono del tutto ignoti. Chevvordì? “Tabula rasa”? “Terra terra”? = )
    Forse avrei dovuto usare il passato remoto e premettere “quando uscì” a “quel gioco”, nella mia ultima frase.

  32. Okay, basta con gli OT, siamo tutti in cerca del bene.
    Sinceramente, perchè quando si scrive che è “la strategia del debito a dover essere messa in discussione” ci si rifiuta di prendere in considerazione il superamento del sistema del credito in quanto tale e il “signoraggio monetario” su cui si fonda? La risposta probabilmente è che sono stati autori “di destra” a parlarne per primi, come “di destra” sono state certe soluzioni tentate, come la “moneta deperibile”. Ora, invece di dedurre da questo che forse certe cose originariamente collocate a destra erano lungimiranti e degne di essere integrate a una battaglia di civiltà (un po’ come Nietzsche, per dire) si mantiene la contrapposizione ideologicamente datata e si rifiuta di considerare ciò che potrebbe essere utile.
    Quel che sostengo non è che i fascisti son buoni, ma che il soggetto rivoluzionario si identifica a partire da bisogni e strategie concrete. Secondo me attualmente il nemico non è “il capitalista” ma “il capitale” nella forma della emissione debitoria. E questo non è OT, perchè la questione finanziaria internazionale è riconosciuta come centrale proprio nel post.

  33. @ Helios

    non c’era bisogno, il “quando uscì” era implicito ma chiaro :)

    Sì, il gesto di Pazzaglia (dalla trasmissione di Arbore Quelli della notte), significava “terra terra”, ed era sempre accompagnato dalla frase: “Il livello è basso”. Se per le loro epiche narrazioni del futuro, che implicano immani lavacri di sangue a livello planetario, costoro vanno a saccheggiare l’iconografia di un videogame anni ’90, il livello è davvero basso. Parlerei di “nerditudine armata”.
    [Ma sicuramente da qualche parte si sono già difesi parlando di “ironia” etc. etc.]

    Per questo dicevo: ci sono modi e modi di farsi “segnare” da un prodotto pop. Quello di chi ha realizzato quel video mi sembra uno dei modi meno sani.

  34. Tuco, gli rispondi tu a Binaghi su questa fesseria del “signoraggio” visto come il perno del sistema capitalistico? Io sono un po’ stanco…

  35. FESSERIA? QUALCUNO NON LA PENSA COSI’

    Atto Camera

    Interrogazione a risposta scritta 4-12113
    presentata da
    ANTONIO DI PIETRO
    lunedì 30 maggio 2011, seduta n.479

    DI PIETRO. – Al Ministro dell’economia e delle finanze. – Per sapere – premesso che:

    l’emissione della moneta è obbligatoriamente collegata alla generazione del signoraggio che è rappresentato dal guadagno e dal potere in mano al soggetto predisposto alla creazione della moneta. Il signoraggio, dunque, è l’insieme dei redditi derivanti dall’emissione di moneta. Il premio Nobel Paul R. Krugman, nel testo di economia internazionale scritto con Maurice Obstfeld, lo definisce come il flusso di «risorse reali che un governo guadagna quando stampa moneta che spende in beni e servizi»;

    storicamente, il signoraggio era il termine col quale si indicava il compenso richiesto dagli antichi sovrani per garantire, attraverso la propria effigie impressa sulla moneta, la purezza e il peso dell’oro e dell’argento;

    oggi, invece, alcuni studiosi di economia imputano al moderno signoraggio una dimensione che va ben al di là di una semplice tassa, in quanto il reddito monetario di una banca di emissione è dato solo apparentemente dalla differenza tra la somma degli interessi percepiti sulla cartamoneta emessa e prestata allo Stato e alle banche minori e il costo infinitesimale di carta, inchiostro e stampa sostenuto per produrre denaro. Apparentemente, in quanto, de facto, il signoraggio moderno è eclissato nella contabilità dall’azione di dubbia legittimità della banca emittente che pone al passivo il valore nominale della banconota. In buona sostanza, la banca dichiara di sostenere per la produzione della carta moneta un costo pari al suo valore facciale (euro 100 per una banconota del taglio di 100 euro);

    le Banche centrali sono le istituzioni che raccolgono sia la ricchezza, sia il profitto da signoraggio che dovrebbero essere trasferiti, una volta coperti i costi di coniatura, alla collettività rappresentata nello Stato;

    tale signoraggio è il cosiddetto signoraggio primario poiché deriva dall’abilità che possiede la Banca centrale di emettere moneta stampandola e immettendola nel mercato. Si tratta del signoraggio che sta a monte di tutto il sistema monetario, poiché si colloca nel momento di emissione della moneta;

    questo processo non è però l’unico che permette l’aumento della massa monetaria in circolazione nel circuito economico. Esiste, infatti, un secondo meccanismo attraverso il quale cresce la base monetaria in circolazione, il cosiddetto signoraggio secondario o credit creation;

    il signoraggio secondario è il guadagno che le banche commerciali ricavano dal loro potere di aumentare l’offerta di moneta estendendo i loro prestiti sui quali ricevono interessi e, negli ultimi decenni, con l’introduzione di nuovi strumenti finanziari quali, ad esempio i derivati;

    con riferimento al sistema monetario attuale, da anni si discute sia in ambito accademico sia in ambito sociale sulle incongruenze relative alla proprietà del valore della moneta al momento della sua emissione: un valore che, in buona sostanza, non verrebbe riconosciuto in capo al suo creatore, ovvero la collettività, il popolo, ma che piuttosto le verrebbe sottratto;

    principio fermo di ogni democrazia è che la «sovranità» appartiene al popolo e la nostra Carta costituzionale sancisce chiaramente questo principio all’articolo 1;

    ne consegue che derivazione diretta di tale sovranità è anche la sovranità monetaria, che determina il potere di chi detiene il controllo della moneta e del credito;

    essendo il popolo a produrre, consumare e lavorare, la moneta, sin dal momento in cui viene emessa da una qualsiasi Banca centrale dovrebbe, in linea di principio, come affermato da molti studiosi, diventare proprietà di tutti i cittadini che costituiscono lo Stato, il quale però non detiene il potere di emettere moneta;

    la distorsione alla base della sovranità monetaria è stata oggetto di uno studio da parte del procuratore generale della Repubblica Bruno Tarquini che sul punto ha scritto il libro La banca, la moneta e l’usura, edizione Controcorrente, Napoli, 2001. Secondo il procuratore generale Bruno Tarquini, lo Stato avrebbe avuto i mezzi tecnici per esercitare in concreto il potere di emettere moneta e per riappropriarsi di quella sovranità monetaria che avrebbe permesso di svolgere una politica socio-economica non limitata da influenze esterne, ma soprattutto liberandosi di ogni indebitamento;

    anche il professor Giacinto Auriti, docente fondatore della facoltà di giurisprudenza di Teramo, ha compiuto numerosi studi sulla sovranità monetaria e sul fenomeno del signoraggio;

    in particolare, il professor Giacinto Auriti ha sostenuto che l’emissione di moneta senza riserve e titoli di Stato a garanzia per la realizzazione di opere pubbliche non creerebbe inflazione in quanto corrisposto da un eguale aumento della ricchezza reale, e che le Banche centrali ricaverebbero profitti indebiti dal signoraggio sulla cartamoneta, dando origine in tal modo al debito pubblico;

    altra denuncia compiuta dal professor Giacinto Auriti è quella relativa alla totale assenza al livello giuridico di una norma che stabilisca in maniera univoca di chi sia la proprietà dell’euro all’atto della sua emissione. Per tali ragioni, ad avviso del professor Auriti, risulterebbe impossibile individuare chi sia creditore e chi debitore nella fase della circolazione della moneta e i popoli europei non sapranno mai se siano «creditori» (in quanto proprietari) o «debitori» (in quanto non proprietari) per un valore pari a tutto l’euro che viene messo in circolazione -:

    se alla luce di quanto descritto in premessa il Governo non intenda intervenire, anche nelle competenti sedi europee, per verificare la compatibilità delle teorie elaborate dal procuratore generale della Repubblica Bruno Tarquini e dal professor Giacinto Auriti con i Trattati dell’Unione europea e il principio costituzionale della sovranità monetaria, anche al fine chiarire di chi sia la proprietà dell’euro al momento della sua emissione, quale sia la natura giuridica della moneta emessa dalle banche commerciali e, infine, quale sia la reale efficacia degli strumenti di controllo a disposizione della Banca centrale sulla massa monetaria messa in circolazione dalle banche commerciali.
    (4-12113)

  36. Perdonate l’intervento certamente confusionario, sconnesso e pure un po’ banale.
    Prima di tutto, complimenti a Luca per il bellissimo post (as always). Sono d’accordissimo con tutto quello che viene detto, compresa la necessità di una risposta che sia internazionalista (o come diamine la vogliamo chiamare).
    Penso però anche che in Italia ci siano più forze frenanti che in altri paesi. Non da ultimi i Casaleggio di cui s’è parlato sopra, e il cui video mi ha lasciata a bocca aperta (oltretutto non sanno l’inglese). Poi i media, la mentalità del famoso familismo amorale ecc…Tutto questo concorre a rimuovere la realtà di quanto ci sta accadendo, stiamo scivolando su un piano inclinato invece di picchiare il sedere a terra com’è accaduto a greci, irlandesi, islandesi e spagnoli.
    Molti dicono che quando la bastonata arriverà secca anche a noi ce ne accorgeremo, e dovremo cambiare per forza. A me questa visione non piace per nulla, anche perché ho paura che la bastonata, rimbambiti come siamo, potremmo non sentirla neppure, ma solo scivolare un po’ più in basso come facciamo da decenni.
    Le lotte ci sono eccome, è vero, ma è anche vero che vengono, come diceva Wu Ming 1 in un altro post, “beppemaniglizzate”, cioè assorbite nel tessuto politico come folklore, spettacolo, e così normalizzate e messe a tacere.
    Ora, secondo me la prima cosa da fare, per tentare di abbozzare una risposta alla domanda di danielafinizio, è lavorare per rimuovere tutte quelle pastoie che, credo, vediamo tutti. Perché il problema, secondo me, è proprio tanto “culturale”, di “mentalità”. In parallelo, ovviamente, organizzarsi.

  37. La citazione di Badiou sul tema della corruzione mi sembra molto importante. Mi pare che in “54” ci fosse un ragionamento sul crimine mafioso come impresa perfetta (anche perchè dedita allo spaccio di una merce il cui desiderio di acquisto è immediatamente riproducibile). Quindi, e l’esempio del disastro di Napoli e dei vari interessi economici che stanno dietro l’emergenza rifiuti (interessi che sono sia della camorra che di pezzi di “Stato”) è calzante di quanto sia assolutamente fuorviante il discorso da “mani pulite” sulla legalità e sulla corruzione. Anzi, più che fuorviante si crea un blocco pesantissimo di possibili cambiamenti, perchè si immagina questa dicotomia corrotti/onesti che sposta il discorso dalla corruzione di fondo del sistema. Non per niente in Grillo tutto il suo ragionamento è coerente a questa idea di un possibile “capitalismo buono” guidato dai cittadini, una volta sconfitti politici e banchieri e forze del male, che mi sembra veramente un discorso povero e pericoloso.
    Un’ultima cosa sul ritornello “oltre la destra e la sinistra”. Circa due anni fa Casarini e compagni del Nordest fecero proprio questo tentativo di critica, come diceva Wu Ming1, “da sinistra”. Era un discorso anche legittimo, visto lo stato della sinistra italiana, però mi sembra che si sia arenato in maniera vistosa anche per problemi interni, forse anche per i possibili rischi insiti nel “nè nè”. Non per altro oggi nel Nordest sono passati all’estremo opposto della critica del concetto di sinistra, visto il loro recente legame con Vendola e Sel e affini.

  38. @ Valter

    a parte che qui da noi Di Pietro è ben lontano dall’essere l’ipse che dixit (e in rete si trovano pareri di segno opposto e ben più puntellati del suo), con lo *splafonamento* nello spazio commenti di un blog di *un’intera interrogazione parlamentare* stai costeggiando lo spam. Bastava linkare.

    Guarda, con me non attacca l’artata confusione tra l’effettiva esistenza del signoraggio e le teorie del complotto fascistoidi che lo descrivono come il Problema Principale, il discrimine di ogni prassi e di ogni discorso, la Vera Base dell’intero truffaldino sistema economico.

    Chi crede che la contraddizione primaria del capitale abbia a che fare con l’emissione di carta moneta (anziché coi rapporti di produzione e di proprietà e con il rapporto tra lavoro e plusvalore), *appare* come un contestatore del capitalismo, ma nella sostanza è un suo difensore, perché facendo coincidere il male con un singolo aspetto (per giunta sganciato dai rapporti di cui sopra), assolve il sistema nelle sue autentiche “perniciosità di base”.

    Infatti, a ben guardare, cosa manca in questi discorsi? Manca la divisione della società in classi (come sempre nella retorica di destra, ci sono solo indistinti popoli fregati da mefistofeliche lobbies ed élites), manca il conflitto sociale nella sua concreta materialità. La ricostruzione storica degli ultimi due secoli di capitalismo fatta dai complottomani signoraggisti ruota sui bordi di un cratere, quel cratere è il gigantesco non-detto, il rimosso, cioè l’estorsione di plusvalore. Al signoraggio pre-esiste ben altro, e cioè la divisione internazionale del lavoro, che divide la società mondiale in sfruttati e sfruttatori.

  39. @ Kigen

    “Non per niente in Grillo tutto il suo ragionamento è coerente a questa idea di un possibile “capitalismo buono” guidato dai cittadini, una volta sconfitti politici e banchieri e forze del male, che mi sembra veramente un discorso povero e pericoloso.”

    Esatto! Non a caso Grillo/Casaleggio hanno imbarcato i complottisti del signoraggio: il frame è esattamente lo stesso!

  40. Sbagliato! Grillo ha smesso da tempo di parlare del signoraggio (secondo alcuni, da quando Casaleggio gliel’ha imposto)

    @Wu Ming1
    Guarda che neanche per me Di Pietro è l’ipse dixit, ma ammetterai che ha creduto ai referendum sull’acqua quando quasi nessuno a sinistra ci credeva, e che un’interrogazione parlamentare non è proprio un appunto scritto sulla carta del cesso.

    Nessuno si sogna di rimuovere la questione del plus valore e le forme storiche dell’accumulazione capitalistica, ma rovesciamo un attimo la questione: veramente le categorie marxiane sono state in grado d’interpretare il mondo dalla fine di Bretton Woods in poi? La crescita a debito e la successiva stangata i miei alunni di quinta le hanno capite fin troppo bene vedendo l’ultimo film di Michael Moore (Capitalism, a love story), dove si parla di operai che prima producevano plus valore ma campavano dignitosamente, e adesso vengono buttati fuori di casa. Visto che la Gerusalemme celeste o la Società degli Uguali restano su sfondo utopico, non si potrebbe cominciare col prendere atto di questa differenza?

  41. Non per aprire una polemica su Di Pietro, però mi sento di dover precisare, avendo un po’ seguito lo sviluppo dei referendum per l’acqua pubblica nei comitati sin dall’inizio, che affermare “Guarda che neanche per me Di Pietro è l’ipse dixit, ma ammetterai che ha creduto ai referendum sull’acqua quando quasi nessuno a sinistra ci credeva” è scandaloso. Infatti Di Pietro ha boicottato il percorso dei referendum sull’acqua, presentando un quesito “civetta” che praticamente aboliva solo la parte del processo di privatizzazione imposto dalla destra e non, come invece hanno fatto i comitati, anche dal centrosinistra e da lui stesso in precedenza. La verità è che sia Di Pietro che il Pd sono stati sommersi dal milione e mezzo di firme dei comitati prima e dal voto dei cittadini poi. Poi si sono allineati ed è comprensibile, però non dimentichiamo come l’Idv abbia cercato di spaccare ed ostacolare il lavoro dal basso dei comitati! Scusate la precisazione ma non dimentichiamoci queste cose, cazzo!

  42. Se non erro, almeno fino a un anno fa, Benettazzo scriveva sul blog di Grillo. Se poi, più di recente, Casaleggio ha ordinato a Grillo di “mollare il colpo” sulla tematica, dovrei concedergli che – da pubblicitario quale è – gli ha dato un input intelligente, perché il tema è astruso e rompe i coglioni. Ad ogni modo, i vari forum dei meet-up continuano a pullulare di tirate complottistiche sulla carta moneta etc.

    Quando parli di “categorie marxiane”, non so cosa tu ti stia figurando. A me viene in mente che Christian Marazzi e Andrea Fumagalli (delle cui opere e proposte sono lungi dall’avere un’opinione acritica), senza recidere le radici che salgono dai Grundrisse di Marx, descrivono la finanza iper-moderna in modi plausibili, senza ricorrere a strampalate denunce di congiure etc.

  43. @Wu Ming 1
    Sì, hai ragione. Intendo anche quel tipo di corruzione più sistematica. Più capace di penetrare all’interno delle pratiche quotidiane. In generale la corruzione intesa come PIL, in grado di imporsi a livello globale.
    Però ribadisco che il dare volontariamente meno peso “al fatto che questo o quello si arricchisca approfittando della propria posizione di potere” (per usare le parole di Badiou) sia un grave errore. Separare due tipologie di corruzione come se fossero slegate e non interdipendenti è, a mio personale avviso, ridicolo. Perché il crearsi di concezioni distorte e mostruosità economiche non è di certo dovuto all’imporsi di definizioni e terminologie ma ai meccanismi corruttivi (in entrambi i sensi) che ne rendono possibile la sopravvivenza. Se si trattasse soltanto dell’urlo “arricchitevi!” direi che il mondo si sarebbe resto conto da un bel po’ che se il pil sale da un lato lo fa a scapito di qualcos’ altro (ambiente, pil di un altro paese, risorse varie). Quindi il detenere snodi di potere (informativi, politici, economici) in piena coscienza e per mantenere la propria posizione e il proprio “guadagno” ci riporta tranquillamente a una dolce antitesi corrotto / non-corrotto.

    Un’ultima cosa. La legge crea automaticamente una opposizione tra chi la rispetta e chi no. Tra legalità e illegalità. Capisco che sia una classificazione che non deve mai essere assoluta ma avendo noi in Italia una Costituzine riferirci ad essa non credo sia una così grande banalizzazione. C’è chi la rispetta e chi no. Ci sono articoli molto precisi di cui potrei fare il copia&incolla. Avere qualcosa di solido (anche se rivedibile) a cui riferirsi non è sempre da disprezzare.

    @Wu Ming 4
    Mi trovo perfettamente d’accordo col tuo ultimo post.

  44. @ togg

    su questo non siamo in disaccordo. Basta ricordare che la corruzione palese ed esplicita (del singolo o dell’istituzione) è solo un caso particolare della corruzione più sistemica. Nel denunciare la prima, non omettiamo mai di spiegarne le cause *strutturali* e ideologiche.

  45. Che bello che bello siamo arrivati ad una conclusione :D Momento dolce amaro.

  46. Militant su referendum, post-referendum, tagli, lacrime&sangue etc.
    http://goo.gl/fb/cqYDG

  47. In larga parte in disaccordo. Sbagliata la lettura su Di Pietro, il presunto antiberlusconismo di questi ultimi 10 anni, il solito liberismo e altre cosette varie.
    Ha ragione su Tremonti, PD, Napolitano.

    Stringatezza necessaria perché me ne vado a letto a leggere.

  48. @Kigen & @Wu Ming 1 e a tutti
    Forse se ne è già parlato in abbondanza e non dico niente di nuovo, ma imho il nodo corruzione-legalità e proprio uno degli ingredienti principali della “tempesta perfetta” italiana. Siccome i capitalisti “nostrani” sono così marci che non riescono a farsi bastare il ladrocinio legalizzato, chi propone come “opposizione” un liberismo “pulito” gode sempre di un certo credito, ed espressioni come lotta di classe spariscono ai margini dell’orizzonte politico (per non parlare di certi termini arcaici e ormai credo prossimi a sparire anche dal vocabolario tout court, come per esempio “uguaglianza”). Come si sconfigge una tempesta perfetta? Forse bisogna fare come i bravi pompieri di cui parla Luca, e creare una tempesta altrettanto perfetta in direzione opposta, che vada a scontrarsi con questa in cui ci troviamo. Quindi, come si crea una tempesta perfetta?

    E’ interessante questa parte: “A Napoli in questo momento sarebbe necessaria una “forza civica” di quindici-ventimila volontari, disponibili e operativi nel garantire sul territorio che si dia una chance all’impostazione di un nuovo ciclo, non solo dei rifiuti, di gestione delle risorse e delle problematiche.” Mi piacerebbe saperne di più, sapere come Luca (e tutti gli altri) si immaginano una forza di questo tipo. Sono sempre più convinto che in Italia un movimento rivoluzionario “vincente” dovrà farsi carico anche e soprattutto, fin dall’inizio, dei problemi reali in cui siamo immersi, anche di creare infrastrutture dove mancano, e di riuscire a farlo senza abbassare di una tacca la quota di conflitto latente ma anzi esplicitandolo, aumentandolo. Insomma come dite spesso voi di salvarci il culo il più collettivamente possibile.

    Scusate forse ho solo ripetuto cose già dette e ridette ma mi serviva farlo.

  49. io oramai appena sento dire “liberismo” mi metto a piangere per lo sconforto.

  50. @ togg
    Se i tuoi commenti devono essere dello spessore degli ultimi due, ecco, diciamo che questo non e’ il blog piu’ adatto a questo uso. Puoi anche dire:

    “Egemonia su scala mondiale di un credo mercatista, imposta nell’arco di trent’anni da think tank, organismi sovranazionali, conglomerati mediatici e classi politiche succubi. Come tutte le religioni organizzate, anche questa e’ stata praticata in forme spurie, seppure sufficientemente vicine alla ‘purezza’ dei dogmi, tanto da poter riconoscere la visibilissima mano dei Chicago Boys, senza la cui opera teologica non sarebbe stata possibile la Reaganomics ne’ il gonfiarsi di bolle in seguito esplose. La parola ‘neoliberismo’ e’ usata con riferimento, volta per volta, al dogma e al pragma, al puro e allo spurio, ai miti tecnicizzati del libero mercato e alla realta’ in cui tali miti operano per giustificare l’arricchimento rapace di pochi stronzi grazie a privatizzazioni, accordi internazionali da incubo e smantellamento del welfare state.”

    Credo che questa definizione sia sufficientemente elastica da accontentare i temperachiodi. Faccio notare che la situazione dianzi descritta e’ stata imposta grazie alla corruzione insita nella legalita’ del sistema, la corruzione nel senso spiegato da Badiou.

  51. @Wu Ming 1 Ho letto di Casaleggio. Sicuramente ci sono delle problematiche. Ma niente che impedisca di prendere in considerazione (quellichesecondomesono) i meriti.

  52. Ho capito, scusa. Puoi cancellare.

  53. Scusa ancora, hai ragione tu. Semplicemente luogo sbagliato. Poi andarsi a incaponire su sottigliezze nelle definizioni è stato da parte mia stupido (temperachiodi :D ). Anche perché ora mi sento triste.

    Alla fine:
    “La terminologia la possiamo reinventare da capo a piedi. E ben venga.” citando a sproposito il post precedente di Wu Ming 4.

    [ribadisco che se vuoi puoi ripulire senza rancori :-) ]

  54. Il pezzo è magnifico, e nel frattanto (devo essere sincero) il blog mi è incomprensibile. Quindi, pur non avendo letto tutti i commenti, faccio una premessa semplice: disprezzo da sempre il grillismo, Grillo mi fa sempre meno ridere e la santificazione di Travaglio mi sembra fare il paio con quella dell’ultimo papa. Ma poi, i miei dubbi: perché Grillo avrebbe tirato su questo pandemonio di blog, il m5s. E poi: il popolo viola a dirla tutta io non ho mai inquadrato che caspita sia, quale sia la sua struttura. A volte sembra legato al m5s, altre volte avere a che fare con loro componenti è simile all’avere a che fare con frati trappisti. Ho sempre visto queste robe delle derive del berlusconismo. A dirla tutta (per rendere organico l’intervento) mi chiedo: la forza civica di cui parla Luca io la vedo all’opera spesso: ad accogliere migranti sbattuti fuori dai cie perché troppo pieni, a fare resistenza contro gli sfratti, a fare proteste universitarie. però forza civica è un cappello, sotto il quale mi sembra sempre ci sia una quantità di litiganti spaventosa (autonomi, disobbedienti o ex tali, profughi di rc, popolo viola, fabbriche), insomma una rete enorme di gente che non sa come si fa la politica (me compreso) e che fa l’apprendista stregone. A me sembra che il riot sia l’unico scenario possibile perché la rivoluzione abbisogna di esperienza nella gestione, per i motivi più diversi. E quindi mi chiedo: quale caspita è la molla che farà indignare la gente in Italia? e infine per mettere una nota di pessimismo, ricordo una lezione semplice: la storia è fatta anche di numeri. In Italia, a mio modesto parere, facilmente non si cambierà in meglio perché la popolazione non è giovane: i paesi della costa sud del mediterraneo sono fatte di popoli demograficamente opposti al nostro!
    Se qui la maggioranza deve pensare agli acciacchi… :)

  55. L’articolo – bellissimo – di Luca, mi trova particolarmente simpatetico sul tema delle “nuove istituzioni”.

    Tutte da pensare e da realizzare, ma che per rappresentare una reale alternativa devono fondarsi, secondo me, su una “logica” chiara e inesorabile: acefala, antigerarchica, volontaristica… in due parole “democratica” e “dal basso”, nel senso più forte e radicale che si può attribuire a questi termini (e a dispetto dell’usura cui sono sottoposti dai vari abusi in ambito politico e giornalistico).

    Anche sul termine “istituzione” sarebbe necessario un ripensamento radicale. Si tende ad identificare le “istituzioni” in generale, con le particolari istituzioni che definiscono il panorama della democrazia rappresentativa e dello Stato liberaldemocratico (partiti, governo, amministrazioni, leggi, poteri indipendenti ecc.).

    Ma nell’accezione sociologica del termine (correggetemi se sbaglio) un'”istituzione” è semplicemente il risultato del consolidamento di una serie di pratiche sociali, la formazione di una regolarità in seno all’organizzazione sociale… se le pratiche cambiano, se cambiano i soggetti di queste pratiche, anche il panorama si modifica (…un po’ come i “fitness landscapes” della biologia evolutiva…).

  56. @ togg
    ma no, figurati se ci mettiamo a cancellare, fossero questi i problemi, vai tranquillo…

  57. Sono calabrese, non ho mai vissuto a Napoli ma è sulla spiaggia di Bagnoli che ho dormito anni fa in un sacco a pelo per 3 notti per seguire il festival di musica che si teneva lì e nessuno mi ha rotto il cazzo. La città mi ha accolto, ho ringraziato e sono andato via. Sono calabrese e conosco alcune dinamiche, ho imparato a conoscerle e riconoscerle per le strade di Catanzaro, di Cosenza, di Reggio, di Gioia Tauro, di Lamezia e perdio ha ragione Luca. Non c’è altro da dire. C’è l’esercito straccione, lo stesso che a Rosarno è sceso in strada a picchiare gli immigrati. Stesse dinamiche. Stesse braccia. Stesso esercito.
    Sì c’è bisogno come l’aria, a Napoli e non solo, di una forza civica come quella descritta nel post. E qualcosa sta accadendo in questo paese.

    Lavoro in Teatro (quando riesco) e l’occupazione del Valle a Roma è importante, è la stessa lotta. Certo Napoli è un luogo in cui convergono soldi e interessi, il Valle è un luogo occupato da chi non ha altre molte altre alternative, il punto è che la lotta è comune ( come più volte è stato detto su Giap) e se non si seguirà l’esempio delle persone che ora sono in Val di Susa, ad esempio, credo che le speranze di cambiare si assottiglieranno sempre più. La resistenza non può che essere popolare, e sarebbe ora ci rendessimo conto che le città le stanno già militarizzando, pian piano. Vivo a Torino e già prima delle sciagurate giornate di festeggiamenti di Italia 150 e parate varie (di alpini, cavalieri, bersaglieri, carabinieri etc etc) è cosa quotidiana avere per strada divise per ogni genere in assetto di guerriglia urbana anche per scioperi e manifestazioni annunciate da maestre di asili nido e pensionati, figurarsi feroci studenti di liceo e dipendenti rai a rischio licenziamento.

    Credo di essere andato in OT ma per la miseria se leggo che in Islanda non hanno accettato di pagare il debito e, come c’è scritto nell’articolo linkato nel post, a punire i banchieri allora una speranza c’è. E se ora in Val di Susa ci sono più di mille persone allora credo sia davvero ora di darsi da fare. A me non piace vivere in una città militarizzata. A Napoli, a Torino, in Italia.

  58. @ togg
    In tutti questi anni non abbiamo ancora capito quale sia la lettura giusta di Di Pietro e del dipietrismo…fatichiamo a trovare una coerenza nell’IDV – e in Di Pietro stesso – che non sia la costante ricerca di un suo posizionamento politico che gli garantisse visibilità e voti. Se il momento politico concede voti a sinistra si trasforma in radicale, se invece è il momento del moderatismo si trasforma in moderato (qualcuno ricorda l’avventura con Occhetto qualche anno fa?). In ogni caso, ci sembra assolutamente slegato da dinamiche sociali chiare e visibili. Quale è la sua base sociale? Quale il suo elettorato? Nessuno, infatti è condannato a perdere voti che andranno al PD e a Vendola. Questo l’ha capito fin troppo bene, e infatti sta cercando di riposizionarsi. Una manovra talmente squallida dovrebbe far luce sulle qualità del personaggio…

    Sul grillismo lasciamo perdere, ci sembra il classico movimento presente in tutti i paesi, e in linea con le parole d’ordine espresse dalle mobilitazioni europee di questi anni, mobilitazioni che sono ormai decennali negli Stati Uniti; mobilitazioni che non mettono mai in discussione il sistema politico-economico, ma gli esponenti che governano tale sistema, come se cambiati gli esponenti migliorasse il sistema. Evidentemente lascia il tempo che trova…infatti è funzionale *sempre* all’opposizione del momento, di destra o sinistra che sia, proprio perchè non si fa portavoce di istanze politiche e sociali ma solo contingenti…

    Sul “solito” liberismo alziamo le mani. Mesi di mobilitazioni sociali ancora non sono serviti a sedimentare quel rifiuto che era intrinseco a chi promuoveva i referedum. Non sappiamo nelle varie province italiche, ma almeno qui a Roma (quindi parliamo di migliaia di persone mobilitate e di milioni di voti) chiunque si sia mobilitato per i referenudm aveva una retroterra culturale e politico ben definito, che non si fermava all’acqua pubblica o al rifiuto del nucleare, ma a un discorso più complessivo sul modello di società. Tutto questo è stato smorzato da chi ha raccolto i frutti politici di questa tornata elettorale, ma ciò non vuol dire che era nelle intenzioni dei referendari.

    D’accordo quindi con Kigen. Altro che IDV, il movimento dei referendari è qualcosa di completamente diverso e che ancora fatichiamo a compredere, ma che in ogni caso è completamente diverso da ciò che tentano di sintetizzare i vari *partiti* presenti in parlamento o sui blog…

    Scusate Wu Ming per l’off topic, speriamo che non mandi in merda tutta la discussione.

    Un caloroso saluto…come sempre…

  59. […] una volta diffondo un post di GIAP – La stanza dei bottoni di Wu Ming, chiara apertura d’occhi e di mente sulla crisi internazionale mediata dalla situazione di […]

  60. @wm1

    Ero a letto con la febbre e mi sono perso questa cosa del signoraggio. Sottoscrivo parola per parola quel che hai scritto: l’ accumulo di capitale avviene attraverso lo sfruttamento dei lavoratori (e dell’ ambiente, aggiungerei), non attraverso la stampa di carta moneta. Il recupero della sovranita’ monetaria di per se’ non risolverebbe niente: si stampa, si stampa, si stampa e i soldi non valgono un cazzo. E infatti in America Latina le decisioni veramente importanti sono state le nazionalizzazioni delle miniere e dei giacimenti di petrolio. Credo che solo la proprieta’ statale delle materie prime possa bilanciare lo strapotere delle banche. Ma la cosa piu’ importante sarebbe veramente la nascita di un sindacato globale: bisognerebbe rompere il meccanismo dei ricatti. La lettera degli operai polacchi che citavi l’ altro giorno e’ illuminante.

  61. @Giorgio1983 e a tutti

    Ci sono dei momenti di responsabilità: sia chiaro la responsabilità non è che uno se la prende sulle spalle dicendo “Ehi, voi, adesso mi responsabilizzo, alla faccia vostra”. E’ che ci si ritrova, per lo meno secondo me, e non sai come ci si sia arrivati. Non è tanto l’articolo di Luca a farmi pensare questo. Oltre a dire che mi è piaciuto molto non posso, dato che non conosco bene la situazione napoletana. E’ quella parentesi che c’è nel titolo: Una guerra civile per gli anni Dieci.
    Il fatto è che ci siamo, volenti o nolenti qui scricchiola tutto e non è colpa della nave, che ok, che poteva essere costruita meglio, ma con un mare così non ci si può fare molto.
    Pezzetto dopo pezzetto sta crollando tutto il mondo che conosciamo: è raro vedere che i politici non hanno neanche più le forze per mentire, mi sembra abbastanza significativo.

    Il problema è chiederci se ce ne accorgeremo. Qualche commento fa si parlava di una mazzata definitiva, ma io ho il terrore che non ci sarà mai una mazzata definitiva, il limite è superato e non ce ne siamo accorti. Troveranno un nome da dare alla nostra bancarotta, troveranno una carota da darci dopo il bastone e saremo ancora a chiederci come ribaltare tutto questo.

    E c’è anche che l’Italia è un paese strano, a velocità differenziate. Leggere tutti i fenomeni in sincronia è di una difficoltà inaudite. Mentre scriviamo Napoli brucia e puzza e i valsusini stanno aspettando 1500 manganelli tutti per loro. Mentre il Teatro Valle ci sta insegnando che sognare significa soprattutto costruire. Ma la cosa impressionante è che tutte queste cose non sono scollegate, bensì vicine, sia per una situazione che comunque condividiamo in quanto residenti nello stesso paese, sia perché c’è nel sottofondo di chiunque un malessere dilagante che condivide qualcosa con la Val Susa, con Napoli, col Valle. Una rivoluzione dietro l’angolo? No, perché nel frattempo si stanno consumando i cappelli della sinistra istituzionale sul referendum, a dirci che quella è una vittoria contro Berlusconi. E in altri fronti i livelli di intensità sono sicuramente minori.
    Cosa succede, insomma? Come diamine si fa a leggere tutto questo? Nessuno ci riesce, per lo meno non in maniera completa. Ogni situazione è diversa e specifica. Persino un incontro tra tutte queste realtà risulterebbe delirante, ogni discorso sarebbe impossibile da collocare nella sua cornice.

    E nel frattempo la Grecia è già diventata un’altra cosa che non riusciamo a capire (dannato cirillico!!!) e in Spagna mettono in pratica quelle parole di de André: “lottavano così come si gioca”.

    E forse una soluzione, una delle tante sia chiaro è guardare la strada di fronte a casa propria. Voglio dire, che significa liberare le proprie strade dall’immondizia? O, per quanto sia un gesto minimo, all’interno delle proteste egiziane, pulire la propria piazza dopo aver cacciato un dittatore? O organizzare delle assemblee di quartiere, come fanno nelle città spagnole? Forse nell’esplodere della globalizzazione, dei social network, delle reti, tutto questo potenzia la cosa più semplice del mondo: il rapporto col tuo vicino di casa. E non è per portare alla luce le teorie sul glocal, o simili, è un minimo tentativo di trovare un bandolo, perché nessuno riesce più a capirci niente.

    Che guerra sarà la nostra? Perché di questo si tratta, lo dice bene il sottotitolo. A che tempo salteremo? dove sarà? Non saremo partigiani di montagna, o almeno non credo, staremo in città, anche se sono grigie, sporche e si respira male, staremo lì. Sarà il riot? boh, non credo, ci saranno dei momenti in cui forse sì, ma al di là di quello se non c’è altro? e quella massa di litiganti che dice giorgio1983. Il problema non è eliminarli (“eliminarci”, nel mio caso), né zittirli, né dominarli, fare dire loro altre cose, ecc.
    E’ che forse il punto sta nel superarli (nel mio caso, farsi superare, contando quanto possa essere pericoloso). Come si fa a superarli è la cosa più difficile di tutte, in Spagna la massa di gente alle assemblee (e l’impostazione delle stesse) ha reso impossibile che partiti, gruppi, collettivi, reti, di mettere la loro bandierina sul movimento. Se mi devo immaginare un momento di svolta a Napoli me lo immagino così.
    Non dico che questa è la soluzione: da italiano nordico quale io sono, può essere che il mio vicino di casa ami mettersi un elmo con le corna e sposarsi con rito celtico. Ecco, ammetto che di fronte a questo non ho una idea di quale possa essere una soluzione.

    Mi rendo conto di scrivere come se la fine del mondo fosse domani e si debba prendere una decisione ora e quindi “Fra dieci minuti tutti operativi”, però se si parla di guerra civile degli anni ’10, vuol dire che ci siamo dentro già da un anno e mezzo.

  62. (ho scritto circa un’ora fa, e riesco a mandare solo ora…)

    credo che i commenti finora dimostrino il fondamento di quanto scrive Luca (come sempre con partecipata e coinvolta lucidità).
    Il problema italiano è la totale astrazione alla quale ci piace abbandonarci. Invece di una doccia, magari fredda, magari veloce, magari anche con solo un filo d’acqua, di quelle provvisorie approntate nel deserto con le taniche, agli italiani piace tanto fare il bagno, a lungo, anche se l’acqua è sporca e la vasca è scomoda. Non importa: ci piace fare il bagno. E perdiamo un sacco di tempo, e i polpastrelli si cuociono e perdiamo sensibilità, o – se l’acqua è troppo calda – ci viene da svenire… e se ne riparla il giorno dopo, che anche a riprendersi da un bagno caldo un po’ ci vuole, eh!
    Quando Luca dice che servono ventimila volontari, quando dice che bisogna fare in modo che chi ha votato non si chiuda dentro casa, sta dicendo – secondo me – che è arrivato il momento di una prassi (cioè di un fare) reale, concreta. Penso che una tale prassi sia solo quella che ha fondamento in una teoria.
    Altro che se esistono, destra e sinistra! Altro che se abbiamo bisogno di pensieri forti, fondanti, a farci da timone, barra, bussola!
    Dove si pensa di andare, tra un “ma anche” e un altro? Dove si pensa di andare, se ci si lascia atterrire da presunti complotti? Con chi si pensa di combattere, se il nemico è un Potere Occulto (con entrambe le maiuscole) talmente imprendibile da sfumare nell’evanescenza? Con chi combattere, se non conosco i nomi dei compagni di lotta, ma li chiamo per età, neanche si fosse in un cortile a chiamare i numeri per rubabandiera?

    E poi, @ valter binaghi,
    se apriamo il vaso di Pandora delle interrogazioni parlamentari ci si trova dentro di tutto, ma proprio di tutto!!! Non me la sentirei di considerarle una raccolta esemplare di alta politica… :-)
    Quella che ci hai trascritto mi pare evidentemente un modo per appoggiare e sostenere quel prof…

  63. @ danae

    Oltre che sul signoraggio, Di Pietro è stato autore anche di un’interrogazione parlamentare su… tenetevi forte… le mitiche SCIE CHIMICHE!!! :-D

    Non scherzo. Interrogazione nr. 4-01044 del 17 settembre 2008. Fra gli altri parlamentari che hanno pensato di dedicare attenzione ad un sì annoso problema (notoriamente le sostanze contenute nelle scie chimiche servono a controllare il clima… e la mente), figurano un tale Sandro Brandolini (PD ex DS), letteralmente ossessionato dall’argomento al punto di proporre interrogazioni sul tema per ben tre volte fra il 2007 e il 2009, e il famoso Scilipoti.

    Che dire… :-/

  64. Che dire?
    I diktat delle banche impongono finanziarie lacrime e sangue, le imprese chiudono e le famiglie stringono la cinghia, ma il nemico di classe resta l’industrialotto veneto.
    Quanto ai ventimila volontari, spero che se ne trovino a Napoli perchè il problema è lì, ma anche perchè col purismo identitario che si respira da queste parti è difficile che qualcuno metta le mani nella monnezza.

  65. Scusate l’intromissione, è la prima volta che scrivo sul vostro blog e m’inserisco tardivamente in una discussione che ha già assunto, ma solo in parte, i toni alti che secondo me l’articolo merita.
    Fatico a trovare le parole per descrivere la mia adesione al contenuto di questo articolo ed allo spirito che ci leggo dentro (non mi ergo certamente ad “interprete autentico” dell’autore, che penso anzi si sentirebbe infastidito leggendo quel che scriverò ed il mio modo di esprimerlo).
    Comunque, se non vi fate sommergere dalla desolazione che trasmette l’analisi della situazione attuale, secondo me di ampio respiro ed improntata ad un lucido pessimismo della ragione, potrete forse condividere con me una impressione di fiducia in una potenzialità che per esperienza personale io ritengo una certezza, ovvero che le persone, gli esseri umani, quando si uniscono e collaborano per uno scopo comune sono capaci non solo di grandi nefandezze (vedi le guerre, civili o meno) ma anche di strabilianti successi.
    Siamo ancora in tempo: qualcosa comincia a sgretolarsi nel fronte del malaffare e del malgoverno, e subito a qualcuno saltano i nervi e cominciano a menare le codate del “tanto peggio tanto meglio”.
    Se però sapremo rimanere calmi e compatti, consapevoli che siamo in tanti e determinati a voler che finiscano piccole e grandi malversazioni, non ci sarà gruppo di fuoco che possa farci paura.
    E’ solo quando riescono ad isolarci nel nostro guscio, nei nostri problemi “personali” o familiari che ci possono gabbare o addirittura sparare da una moto in mezzo ad una folla di “non vedenti”. Ma se appena hanno il dubbio che da quella folla potrebbe arrivargli una borsettata in faccia che li tira giù dalla moto, già diventano più circospetti. Se poi avessero la certezza che buona parte di quelle persone non è più cieca ed indifferente, secondo me quella moto non trova più ne pilota ne passeggero.
    La loro forza (della manovalanza dei gruppi di fuoco, ma anche di maneggioni e filibustieri vari, a tutti i livelli) sta solo nella nostra debolezza e nel nostro (auto)isolamento dagli altri.
    Ci basta ricordare che unendoci acquisiamo una forza ben maggiore della somma delle nostre debolezze per scoprire che possiamo non sentirci più soli di fronte alle ingiustizie del mondo, che abbiamo dei diritti e dei doveri e non solo dei favori da chiedere e da restituire, che aspiriamo tutti ad una vita migliore e non a scannarci per una qualche bandiera politica o sportiva o malavitosa (con poi il solo risultato di dare vantaggio a pochissimi a prezzo del danno di tantissimi).
    Le recenti elezioni hanno detto che l’epopea dei furbi è in declino, non finita, per carità, ma tanta gente comincia a comprendere che quella è una gara che si può solo perdere e che è ora di cambiare strada.
    Una maniera per farlo sarebbe di non mettere in atto l’ennesimo ricorso della storia, di non arrivare necessariamente ad una guerra “civile” per rendersi conto (solo dopo) che è ora di ricostruire e magari di arrivare ad un nuovo boom economico. Anche perché una guerra vera non farebbe che sprecare energie ed aumentare un degrado generale già ora eccessivo, e nei corsi e ricorsi della storia ci stanno anche le civiltà che arrivano prima o poi ad un irreversibile declino: facciamo tutti che sia poi, molto poi!
    In fondo, per cominciare a risalire la china basta (e mi rendo conto che non dirò poco) che facciamo meno recriminazioni e recuperiamo uno spirito positivo: un po’ di ottimismo ed un po’ di fiducia in noi stessi e nei nostri simili, che sono certo ci sapranno stupire.
    Ovviamente un invito a reagire al cinismo frutto d’un miscuglio di depressione e rassegnazione “sociale” da solo non basta, sarebbe velleitario perché gli argomenti ai quali applicare questa inversione di tendenza sono tanti e poderosi, ma credo sia un presupposto per riuscire ad affrontarli.
    Vedo, anche dai post precedenti, che le energie e le capacità intellettuali non mancano, e se sapremo inquadrarle in uno spirito positivo sono certo che possiamo risalire.
    Un grosso in bocca al lupo a tutti noi.
    Bafiano

  66. Le mani nella munnezza le dobbiamo mettere.
    Anche perchè siccome siamo sepolti nella medesima fino alla vita non si capisce che senso abbia tenersi le mani libere.
    Comunque. L’andamento del post è nervoso, non me ne dispiaccio.
    Le ricette già pronte non le ha nessuno, chi fa finta di averle è un cialtrone, e tensioni di vario genere e andamento zigzagante di certe discussioni del tutto normali.
    Nel post ho cercato di mettere in relazione una situazione locale, o presunta tale, con uno scenario transnazionale figlio delle crude dinamiche globaliste. L’ho fatto perchè, a mio avviso, le connessioni sono evidenti, e perchè penso che, da un pezzo a questa parte, se non mantengono con costanza questo sguardo strabico, lo so che è difficile cazzo, le lotte perdono spessore, senso della prospettiva ed efficacia.
    Le specificità esistono, eccome, ma altrettanto fondamentale è il quadro dove di continuo ricollocarle.
    Se pensiamo poi che molte amministrazioni locali rischiano il fallimento per via dei derivati che hanno in pancia, i legami sono ancora più evidenti.
    E allora, di nuovo, perchè Napoli ci riguarda, e molto, anche se non ci viviamo? Anche se ha una sua innegabile specificità?
    Perchè è la fine che stiamo per fare, tutti. Un po’ prima, o un po’ dopo. Prima lentamente, poi di colpo.
    I sistemi non collassano di pacca, all’improvviso.
    Ci sono spinte che esercitano sempre maggiore pressione, poi segnali e avvertimenti, dopo ancora cominciano i primi cedimenti dei gangli più problematici ed esposti delle varie strutture. Si transita per una fase di stallo prolungato, ma i tremori proseguono. Quindi giunge il crollo.
    La Grecia, per stare all’esempio, è all’alba, proprio ora, adesso, di questo nero mattino. Le fibrillazioni conclamate durano da tre anni. Le tappe tutte percorse.
    Il default è già nei fatti. Il cosiddetto mercato sta provando da mesi a “scontarlo” in maniera graduale, ma è una pantomima per ingannare l’attesa. Che adesso è finita.
    Entro settembre il morto sarà dichiarato tale. E il morto se ne tirerà dietro altri.
    Qualcuno può pensare che fosse la Grecia l’obiettivo reale, a breve medio e lungo, dei flussi della finanza global?
    Fa ridere. E’ come se un gruppo di squali circondasse un grosso banco di pesce per mangiarsi solo i pescetti che stanno intorno, sui margini esterni. Quella è la colazione, la manovra per isolare raggiungere e colpire i pesci grandi che stanno al centro del banco.
    Il pesce grande si chiama Zona Euro così come è ora.
    La testa di quel pesce siamo noi.
    Cosa ci chiede l’Europa, insieme a tutti gli enti della finanza mondiale?
    Intanto, subito, cinquanta miliardi in tre anni.
    Poi, dal 2014 di rientrare del 5% del debito all’anno, in valori assoluti. Del Debito, non del deficit. In Valori Assoluti.
    L’Italia nel 2014 avrà un debito, in valore assoluto, di 2mila miliardi di euro. 2.000.000.000.000 .
    Il 5% fa 100miliardi. All’anno. Tutti gli anni.
    Cosa significa questo?
    Che anche l’Italia è già in default, perchè anche se ti vendi il Colosseo i Faraglioni di Capri e le Dolomiti quei soldi lì per far mangiare la bestia non li tiri fuori, e puoi pure ridurre le pensioni a dieci euro e pagare i ricercatori e gli interinali con un cappuccino e un cornetto l’ora.
    Devi ammazzare metà della popolazione.
    Secondo voi perchè chiamano Mario Draghi alla BCE?
    Perchè c’è questo enorme merdone da gestire. E lo può fare solo un terrone. Secondo loro. Secondo molti.
    Un terrone serio, che viene dalla Goldman Sachs, e che aspira, come l’amico-nemico tremonti, a fare parte della tecnocrazia planetaria. Un terrone affidabile. Cui tocca un lavoro sporco quanto necessario.
    Creare un Euro di serie B nel bacino del mediterraneo.
    La nostra Africa.
    E’ chiaro che è con dei pazzi che abbiamo a che fare, ma questo ci tocca.
    In Grecia scorrerà il sangue. Ma questo destino non è ineluttabile, anche se in ogni caso ci sarà da combattere.
    Torniamo a Napoli.
    Penso che bisogna attrezzarsi a lottare contro, e dentro, il collasso. Che bisogna fare con quello che c’è. Luogo per luogo, situazione per situazione. Fare analisi istantanee sulle risorse immediatamente reperibili.
    A Napoli, nel caso specifico, c’è una situazione devastante, ma anche peculiarità su cui riflettere.
    La rottura delle ultime elezioni locali è molto grossa, e chi non conosce la città e le sue dinamiche di potere non ne comprende a fondo la portata, e dunque le conseguenze e le ritorsioni. Ma quella rottura va allargata e resa operativa, il voto non basta, vanno attivate in forma concreta tutte le disponibilità civili possibili.
    Il sindaco De Magistris, cui va per ora tutta la mia vicinanza, dovrebbe trovare il coraggio e l’umiltà per rivolgere a chi l’ha votato un’ulteriore, decisiva, richiesta d’aiuto, di coinvolgimento pratico.
    Penso, in una paradossale salsa “cubana”, alla dichiarazione di una sorta di “periodo especial” per la città. Sei mesi, un anno. Per affrontare di petto le cose più urgenti. Chiedendo, in maniera esplicita, una partecipazione di massa.
    Penso a comitati civici, quartiere per quartiere, rione per rione. Persone volontarie e disponibili a fare da cuscinetto sociale, e da supervisione locale di come si procede, zona per zona, sulle questioni non più rimandabili, rifiuti in primis, ma non solo. Giorno per giorno.
    Bisogna attivare i cittadini sotto casa loro, se no va tutto a merda.
    Napoli dovrà imparare a fare con poco, quasi nulla. Ma ha caratteristiche uniche, non solo negative. E dunque uno scenario “pauperista”, anche se provvisorio, potrebbe funzionare, soprattutto per tamponare le falle più grandi e far scattare un moto d’orgoglio.
    Impossibile immaginare a nord scenari simili.
    Anche se Milano, ad esempio, dovrà pur essa trovare le sue forme di cooperazione allargata, per evitare il naufragio.
    Insomma. E’ un casino.
    Grazie a tutti per la partecipazione e i contributi.
    Stare qui su è un onore e un privilegio.
    L.

  67. La testa nei libri e il culo per la strada penso siano i motivi per cui scrivo in questo blog, e suppongo sia anche uno delle ragioni per cui lo leggo così volentieri. Però rimango sempre legato a una serie di risposte già date: se si parla di guerra civile, a me viene in mente la resistenza. E durante la resistenza, nelle valli di Cuneo, “si passava più tempo a litigare fra blu e rossi che a sparare ai neri” (mio nonno Pino, che a 19 anni sparava ai nazisti). Ecco, a me vengono in mente queste cose. Che forse (è per fare un esempio) le forze della galassia sinistra non autonome dovrebbero smettere di essere segretamente contente se il csa murazzi viene occupato da Marrone (fascio entrato nel pdl) mentre c’è un concerto a 10 km e reagire unite contro certe cose.

    A me, che autonomo non sono, viene il nervoso quando succedono certe cose. Perché se devo scegliere fra un fascio travestito e un autonomo io non ho dubbi, anche se dell’autonomia non condivido molti pensieri, so che in una guerra civile lui sarebbe un mio compagno. E lo devo difendere, le scaramucce dopo.
    E io Luca sono convinto che al nord ci siano molte risorse inesplorate, molto tessuto resistente che si deve attivare. Ma arriviamo da litigate colossali, gente che non si parla per assemblee finite male anni e anni fa, e cose simili. Eppure si litigava anche nei CLN, poi ai fasci si sparava lo stesso.

  68. @ Valter

    se, alla lunga, tra i fasci, i post-nazi e i residuati da Giovane Europa che linki e rivaluti pensi di trovare meno “purismo identitario”, buona fortuna. Segui la scia chimica del loro odio sempre uguale (malissimo celato dietro supercazzole nuove e varie), e buona fortuna. Ciao.

  69. mi ero ripromesso ma.

    @ Militant Anche a Di Pietro rimprovero molte cose, ma quando usava toni da “radicale” gli si diceva che essere antiberlusconiani favoriva Berlusconi (una palla enorme inventata e diffusa da B. stesso), ora che chiede alla sinistra di decidere una buona volta programma e coalizione perché Berlusconi è superato (anche se è ancora P.d.C. il voto sul legittimo impedimento è inequivocabile) gli si dice che fa troppo il moderato. E nsomma, per quanto mi riguarda Di Pietro non solo si sta riposizionando lui stesso ma sta cercando di riposizionare anche il resto della possibile coalizione in un cammino di governo. Quello che trovo davvero opportunista è il comportamento del PD.

    Su Grillo evito di ritornare.

    Questa cosa del “solito liberismo” è stata fraintesa, mi dispiace. Non volevo offendere nemmeno te. Sento anch’io il rifiuto verso questo modello di società. Stavo semplicemente dicendo che secondo me non è liberista perché, come fa notare Michael Moore in Capitalism: A love story, il congresso che salva (perché corrotto) le banche che hanno prodotto la crisi non applica di certo il libero mercato ecc. Detto ciò io NON voglio il libero mercato, che in ogni caso mai ci fu e mai ci sarà poiché un mercato senza regole crea rapidamente distorsioni enormi. Il mercato va pesantemente regolamentato e controllato, il che non vuol dire che non sarà libero.

    Dopo ciò ritorno, sperando di rimanerci, in topic. Credo che la situazione nella Val di Susa la dobbiamo sentire nostra alla pari di Napoli, credo che un po’ tutti qui conoscerete il problema ma per evitare equivoci ecco un articolo di Luca Mercalli (il fatto quotidiano):

    http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8478

    Interessante la risposta di Maroni alla protesta (che, notizia delle ultime ore, sembra sia stata spezzata)

    «Il cantiere si apre entro il 30. E l`opera si fa, se no diciamo addio alle centinaia di milioni del contributo Ue».
    «È stato fatto di tutto, è stato aperto un osservatorio, sono state fatte tutte le valutazioni necessarie. Ciononostante c`è un no pregiudiziale che non può essere accettato». E «chi si oppone non credo che riuscirà a fermare il cantiere, non deve farlo, perchè vuol dire arrecare un danno gravissimo soprattutto alle future generazioni, vuol dire, come è stato calcolato, far perdere due punti di Pil al Piemonte»

    In pratica si parla di PIL e fonti Ue. L’obbiettivo è spendere per spendere. Registrare un + nelle statistiche. Anche se l’utilità è nulla e gli svantaggi enormi (articolo riassuntivo di Mercalli sopra).

    Dimenticavo, concordo anche con l’ultimo post di Luca.

  70. @ togg

    ma il “libero mercato” non è MAI esistito né mai esisterà, perché *non può esistere*. Il liberismo è l’ideologia del libero mercato, non la sua realtà. Rimproverare a questo sistema di non essere “davvero” liberista è mancare il bersaglio, fa pensare che se il mercato fosse davvero libero le cose andrebbero meglio etc.

    Il “libero mercato” è una fòla strumentale, un mito tecnicizzato. L’idea che esista la “mano invisibile” serve solo ed esclusivamente a fornire alibi a potentati politico-economici (“Queste cose non le decidiamo mica noi, le decide il mercato!”). Quando si parla di “affidare questi servizi al mercato”, sembra una cosa neutra; se invece dici: “vendere questi servizi alla multinazionale X”, allora si capisce di cosa (e di chi) si sta parlando. Ma tu pensi che i padroni credano *davvero* nell’esistenza del libero mercato?? I padroni lo sanno benissimo, che stanno propinando un mito.
    Può pure darsi che la fede dei grandi teologi del liberismo, come Milton Friedman, fosse sincera, che credesse davvero nel dio mercato, nella mano invisibile etc. Ma una religione organizzata usa i teologi per rifinire la narrazione ideologica, dopodiché si dedica a dirty business e dirty tricks.

  71. Perfetto.

  72. @ togg

    se il pezzo di Mercalli è uscito su Il Fatto Quotidiano, allora metti il link originale, non linkare “Come Don Chisciotte”, che è un sito implicato con l’estrema destra, un forum confusionista “nené” (pieno zeppo di teorie del complotto antisemite, tanto che anni fa offriva da scaricare i Protocolli dei Savi di Sion, e ancora oggi ospita gente che cerca di attestarne l’autenticità) camuffato da aggregatore di notizie.
    Purtroppo il livello di confusione e disinformazione che c’è in giro è veramente scorante… Tocca ri-linkare un vecchio articolo di Valerio Evangelisti:
    http://www.carmillaonline.com/archives/2010/07/003561.html

  73. C’e’ un solo luogo in cui ho visto qualcosa che assomigliasse al libero mercato. Si trattava appunto di un mercato, il Balon di Torino. In un angolo c’era un tale che cercava di vendere una bicicletta. Piu’ passava il tempo e piu’ diventava nervoso. La gente intorno faceva finta di niente e aspettava che il prezzo scendesse. Finalmente il tipo e’ riuscito a vendere la bicicletta per 10mila lire, e subito e’ scappato come un lampo verso la Dora. Dopo pochi minuti e’ arrivata la polizia a chiedere in giro se qualcuno avesse visto un tale con una bicicletta…

  74. @WM1
    Non ne avevo idea. Ho linkato dalla prima fonte che mi è capitata a tiro. Questo è l’originale:

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/18/flop-ad-alta-velocita-2/119855/

  75. Grillo ha appena postato un video sulla Val di Susa. Evito di postarlo ma riferisco.

  76. Nel frattanto il presidio di Chiomonte è stato spazzato via da duemila poliziotti al servizio delle ruspe. Lì la forza civica (assieme alla galassia sinistra) c’è da tempo immemore. Eppure li chiamano estremisti, il partito del no ecc. Va a capire perché se ti sta sul cazzo uno che ti invade il territorio, sei sempre uno dei Banditen. Qua la mano non è invisibile: ha forma di ruspa e manganello, di cupe vampe di cellerini e raggianti mafiosi con la cravatta. Perché (magari è bene ricordarlo) la Valsusa è piena di ‘ndrine che vogliono mettere le mani sui cantieri, e che già le hanno pronte, come (guarda un po’) la camorra ha interessi anche nella gestione dei rifiuti a Napoli. Buffo: i poliziotti vanno a fare piazza pulita dei “comunisti” per favorire lo sviluppo mafioso, i poliziotti non intervengono a Napoli per favorire lo sviluppo dei mafiosi, irritati per Demagistris. Portella della Ginestra docet.

  77. standing ovation @luca ( http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=4575&cpage=1#comment-6517 )

    di solito non scrivo cazzate del genere ma questa volta mi sono emozionato :-)

  78. Torino, 27 giu. (Adnkronos) – Scioperi spontanei si sono registrati questa mattina in numerose fabbriche metalmeccaniche della Val Susa a seguito delle tensioni che si stanno verificando nei pressi del presidio della Maddalena, l’area di Chiomonte dove dovrebbero avere inizio i lavori per la realizzazione del tunnel geognostico propedeutico alla Torino-Lione. A darne notizia la Fiom torinese.

  79. Ore 11.11 – Area cantiere Tav consegnata alla ditta per avvio lavori
    E’ stata consegnata dalle autorità di Polizia alla ditta interessata l’area nei pressi della Maddalena di Chiomonte sulla quale deve essere realizzato il primo cantiere della Tav. Lo si apprende da fonti della Questura di Torino.

  80. Faccio il mea culpa, dovevo spiegare: non volevo inaugurare la pratica di riportare qui ogni update su quel che sta accadendo (Twitter è un mezzo e un contesto molto più adatto per questo). Il lancio Adn Kronos l’ho copiato qui perché indicativo di tante cose: della solidarietà che circondava il presidio, dell’immediata, intuitiva connessione tra soggetti diversi, tra lotte operaie e difesa dell’ambiente etc. Questi scioperi spontanei, senza volerne ingigantire la portata in assenza di informazioni più precise, mettono “i piedi nel piatto” delle questioni che stiamo dibattendo.

  81. Ho pensato che l’avresti scritto il secondo dopo aver postato. Il mio diciamo che era un copia e incolla triste. Ho la brutta sensazione che i lavori inizieranno e continueranno in barba a tutto.

  82. [Una poesia scritta di getto, dedicata al movimento No Tav. Niente di che (anzi!), ma mi è venuta ai polpastrelli e l’ho buttata giù]

    Non sono tutte uguali le geografie.
    Nella testa di qualcuno
    per andare da Torino a Lione
    si passa per Genova, stazione Bolzaneto.
    E dev’essere un treno
    speciale
    la sua meccanica dev’essere
    quantistica
    infatti va a zig-zag nel tempo.
    Fa scalo a Città del Messico
    nel sessantotto
    (fico, ci sono le olimpiadi!)
    fa il pieno a Pechino, Piazza Tiananmen
    nell’ottantanove
    passa per Santiago del Cile
    nel settantatré
    e in altri bei posti, altri bei momenti
    e non arriva mai in ritardo
    spacca il minuto
    coi manganelli
    i passeggeri non mancano
    una coincidenza (fortunelli!)
    o un decennale.
    E corre corre corre sempre più forte
    corre corre corre, verso la…
    No, chiedo venia
    Quella era un’altra canzone.
    E allora pazza gioia, felicitas mundi
    partiremo puntuali per Lione
    spaccando il minuto e le teste
    passando per tanti bei posti.
    Ho visto il meteo: lungo il viaggio
    troveremo un po’ di nebbia
    urticante.
    Non c’è da preoccuparsi, basterà
    chiudere i finestrini
    e affidarci a chi guida.
    Chi guida
    sa cos’è meglio per noi.

  83. “Bisogna avere il coraggio di affermare che è la strategia del debito a dover essere messa in discussione. Che non sta scritto da nessuna parte che le banche non possano fallire, mentre cittadini e imprese e amministrazioni sì e andare in malora. Che la sottrazione sistematica delle già scarse risorse disponibili è diventata inaccettabile.” secondo me la chiave dell’ attuale deriva politico-finanziaria e’ proprio questa, ma la soluzione non e’ nel fallimento delle banche, che provocherebbe una paralisi mondiale che farebbe piu’ morti e feriti di una guerra, ma bensi’ nella nazionalizzazione di tutti gli enti erogatori di credito. Il credito dovrebbe essere una utility fondamentale, come elettricita’ e acqua. i profitti o le perdite delle banche sono solo funzione di cio’ che decide il regulator pubblico, c’e’ in atto da molto tempo un trasferimento coatto di ricchezza dal pubblico al privato bancario, le banche sono diventate magazzini di titoli di stato e di crediti di immobiaristi (2 big 2 fail) e non espletano piu’ le funzioni bancarie sane. come puo’ una banca prestare dei soldi ad un agricoltore ad un tasso decente se puo’ investire in titoli del suo stato ad alto rendimento senza intaccare i ratios. Secondo me diventa anche sterile un’analisi tradizionale del rapporto capitale lavoro se non ci liberiamo da questa degenerazione della finanza pubblica. Il dogmatismo della crescita e’ un sottoprodotto del debito, se un paese nn cresce nn puo’ ripagare il debito quindi deve stimolare i consumi e quindi a cascata creare una tribu’ di consumatori compulsivi con tutti i cazzi conseguenti (ecologici, sociali ecc ecc). la ricetta imho e’ una ristrutturazione dei debiti pubblici, colpendo le grandi rendite parassitarie e la nazionalizzazione conseguente delle banche ( cosa che ha iniziato a fare l’inghilterra). X finire l’unica cosa su cui non sono d’accordo con luca e’ l’idea complottistica di una finanza globale all’attacco della zona euro. Secondo me e’ la politica che crea zone attacabili quando e’ cosi debole l’impalcatura dei suoi progetti. L’Euro nasce da un idea affascinante ma troppo legata all’ illusione monetarista e potrebbe esistere solo con una politica fiscale comune e comunque partendo da livelli di debito simili. A quel punto non dico che sarebbe la soluzione ideale ma almeno sarebbe meno attaccabile.

  84. @ Raffaele:
    politica fiscale comune, ma anche e soprattutto politica salariale comune. Ribaltare le richieste (vedi confindustria, Marchionne, ecc.), da accordi “personali” coi lavoratori, a accordi sindacali transnazionali.

  85. il problema con la nazionalizzazione delle banche pero’ e’ che le banche, a differenza dei giacimenti petroliferi ecc., si possono spostare di qua e di la’, e finche’ ci sara’ qualche isola del cazzo in giro per gli oceani disposta a fare da sede a questi pazzi furiosi, non se ne uscira’.

  86. @2_calzini assolutamente d’accordo con te, io mi riferivo al piano di finanza pubblica che crea delle impalcature fragilissime che sembrano nascere per essere attaccate e far continuare all’infinito le grandi speculazioni sui debiti pubblici, che per l’appunto sono dei trasferimenti coatti di ricchezza dal pubblico al privato.
    @ tuco e’ vero ma nel 2011 i contrappesi x combattere la speculazione da un’isoletta paradiso fiscale del cazzo ci sarebbero tutti te lo assicuro, sarebbe molto molto piu’ facile alzare le barriere x i capitali marci che per i migranti…

  87. E’ illusorio pensare di poter capire il problema finanziario separandolo da quello dello sfruttamento.

    Ogni volta che si rimuove dai discorsi la divisione internazionale del lavoro (come si fa quando si parla di “Nord” e “Sud del mondo” senza spiegare a cosa sia dovuto il “sottosviluppo” di quest’ultimo, o quando si parla di “razzismo” senza dire che è un principio regolatore del mercato del lavoro);
    ogni volta che si rimuove la contraddizione tra capitale (e guardate che “capitale” non è solo l’industria manifatturiera!) e lavoro (e guardate che il lavoro non è solo la catena di montaggio… per quanto senza la catena di montaggio non ci sarebbe nemmeno la finanza!);
    ogni volta che si tratta il capitale finanziario come una degenerazione, come il capitale “cattivo” contrapposto a quello produttivo che invece sarebbe buono e “sano” (come se capitale produttivo e finanziario non fossero innervati e inseparabili)…
    Ogni volta che si fa questo, si finisce per assecondare l’ideologia dominante, che – come ricorda spesso Zizek – non ha nulla da temere dall’anticapitalismo parziale e superficiale (invettive contro le banche, indignazione per questa o quella scelta specifica di una mega-corporation etc.), anzi, lo *incentiva*, tanto che i media non fanno che trasmettere a nastro continuo apologhi parzialmente anticapitalistici.

    Invece, guardacaso, quel che l’ideologia dominante rimuove è tutto ciò che ha a che fare con lo sfruttamento e il pluslavoro: ogni aspetto del capitalismo incorpora sfruttamento, ogni lavoro è sotto-pagato perché non c’è profitto senza un pluslavoro, i rapporti sociali sono reificati perché la forza-lavoro è una merce che rende merce chi la eroga, il razzismo serve a dividere gli esseri umani tra merci che si pagano tanto e merci che si pagano poco, la “piena occupazione” è impossibile perché la disoccupazione è *strutturale* (senza disoccupazione il capitale non potrebbe tenere bassi i salari) etc. etc. etc.

    Senza tutto questo, il capitale finanziario non esisterebbe. E’ questa la base. Parlare delle banche senza tenere in mente la base porta a discorsi deliranti come quelli sul “signoraggio”.

    Guardacaso, tutti questi complottisti di destra che ce l’hanno con la finanza, con le lobbies transnazionali della finanza (che poi sarebbero sempre le lobbies ebraiche etc.), con le élites tecnocratiche anti-nazionali, non spendono mai una parola sul lavoro, sul razzismo che regola il mercato del lavoro etc. Perché in realtà quest’ultimo non gli sta mica male…

  88. @ WM1: completamente d’accordo.

    @ raffaele
    forse questo é giá nel commento di WM1, ma chiedo: sono le “impalcature finanziarie” fragili perché cosí vuole chi controlla i capitali (instaurando una sorta di necessaria continua riparazione, come dici), o é semmai il capitalismo stesso a non saper fare di “meglio”?
    Penso sia piú la seconda. E’ un problema strutturale, la crisi é, qui ed ora, finanziaria perché qui ed oggi é quella la “superficie” del capitale che piú si mostra. Ma il problema sta piú sotto..

  89. @wuming1 ma infatti qui il problema non sono le banche o le lobby finanziarie, secondo me il problema e’ strettamente politico. Marx mori’ quando nasceva Keynes e non immaginava cosa sarebbero state le politiche fiscali dei nostri tempi. le politiche keynesiane erano un vero contrappeso ai cicli del capitale e tendevano a smussare i cicli economici e anche lo sfruttamento dei lavoratori. Quello a cui assistiamo adesso e’ una degenerazione delle politiche keynesiane contaminate anche dal monetarismo, proprio perche’ gli stati piu’ poveri sono costretti a risparmiare ed a combattere l’inflazione nei momenti di crisi e magari come la grecia espandono la leva fiscale quando le cose sembrano andar bene. ora la speculazione vera (quella dei debiti pubblici) e’ solo un sottoprodotto di medicine fiscali (washington) sbagliate vedi argentina e di teorie sbagliate applicate a paesi deboli (cambi fissi e politiche fiscali asincrone). Secondo me i problemi capitale/ lavoro e degenerazione della finanza pubblica sono su due piani diversi dove la seconda e’ un tentativo mal riuscito di risolvere il primo.
    X finire i complottisti di destra anti lobbies sono solo il frutto di una visione semplicistica e iperdiretta di un problema ben piu’ complesso e articolato che non meritano neanche di essere menzionati.

  90. Sul concetto di “piena occupazione” val la pena spendere due parole, perché viene spesso inteso nel modo sbagliato.

    E’ infatti pacificamente assecondata l’idea per cui “piena occupazione” significa che tutti lavorano, quando non è affatto così! In questo modo si illude l’opinione pubblica che invoca “politiche di piena occupazione” che l’obiettivo di un governo keynesiano coincida con il motto del “lavorare tutti” (e magari, se va di pari passo con conquiste sindacali in materia di retribuzioni e orario di lavoro, pure con il naturale complemento del “lavorare meno”).

    In realtà la piena occupazione, per come interpreto la definizione di Keynes, coincide grosso modo con una condizione in cui la vivacità dell’economia (resa possibile da investimenti produttivi e politiche di sostegno alla domanda, anche in “deficit spending”) crea abbastanza posti di lavoro per accogliere tutti i lavoratori disposti a percepire un salario legato alla produttività marginale del lavoro, che senza quegli interventi di politica economica rimarrebbero disoccupati (la cosiddetta disoccupazione *involontaria* ignorata dalla teoria classica che Keynes critica).

    In una situazione del genere, le rivendicazioni sindacali sul salario e l’orario di lavoro sono un ostacolo al successo delle politiche keynesiane, come prova d’altronde l’inflazione record prodottasi tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, e che segnò la fine dell’età d’oro del capitalismo di stato.

    Insomma: “piena occupazione” vuol dire, banalmente, lavoratori disposti ad essere remunerati sulla base della famosa “produttività”. E questo significa, in una fase di contrazione dell’economia, lavoro atipico, lotta ai sindacati, dequalificazione del lavoro, contrattazione aziendale.

    In questo senso, secondo me, il keynesismo non è affatto la risposta alla crisi.

  91. Nota a margine: dire che il livello dei salari è stabilito sulla base della produttività marginale, equivale a dire che il “prezzo” del lavoro è definito dalle *condizioni di mercato*.

    Quindi, in un’ottica keynesiana, la piena occupazione è precisamente “piena occupazione alle condizioni dettate dal mercato”: le politiche espansive mirano semplicemente ad ampliare e a vivacizzare il mercato, non certo a fare un “favore” ai lavoratori…

  92. @ raffaele

    solo un rapido chiarimento: quando si usano categorie introdotte da Marx, non si sta dicendo che lui, l’individuo nato nel 1818 e morto nel 1883, diede risposte a tutto e che nei suoi scritti si trova tutto. Queste categorie hanno una loro storia che prosegue anche dopo il 1883, hanno avuto un’evoluzione, hanno avuto diverse modalità di applicazione, e a ogni salto di fase del capitalismo c’è chi è tornato a interrogare quelle intuizioni, adattando quel che andava adattato e innovando dove c’era bisogno di innovare.
    Guardacaso, il capitalismo attuale (che ha collezionato un vasto insieme di nomignoli: “capitalismo post-fordista”, “società dell’informazione”) è stato descritto con maggiore efficacia da studiosi che hanno *fatto lavorare* le categorie e le intuizioni evolutesi nel variegato filone del pensiero marxista. Inoltre: non c’è indagine storica sull’imperialismo che possa prescindere dall’analisi che ne fece Lenin. Non c’è riflessione sull’industria culturale che non risalga ad Adorno o a Benjamin. Su fordismo e taylorismo non si possono ignorare le riflessioni di Gramsci e un classico come Lavoro e capitale monopolistico di Harry Braverman. Sul fordismo in Italia e la figura dell’operaio-massa c’è Operai e capitale di Tronti. Una delle analisi più chiare del rapporto tra capitale, lavoro e stato keynesiano la fece Claus Offe. L’analisi più compiuta del postmoderno (in quanto logica culturale del capitalismo pienamente globalizzato) si deve a Fredric Jameson. La questione del sapere e del linguaggio come forze produttive nel post-fordismo la trovi in tutto il “post-operaismo” (Negri, Hardt, Virno, Marazzi).
    Marx sarà anche morto nel 1883, ma tutti questi sono vissuti dopo, e alcuni sono vivi e scrivono oggi.
    Così, solo per chiarire :-)

  93. @wm1

    infatti gli “euroasiatici” (intesi come i rossobruni della rivista “Eurasia”) amano molto la Cina.
    Ho recuperato un vecchio numero di “diario”, la rivista di deaglio, del 2008. li’ veniva spiegato molto bene come la Cina, potendo disporre di manodopera praticamente schiava, ha bruciato tutti sulla “crescita”. Per mantenere la manodopera in stato di schiavitu’ pero’ la Cina non ha potuto puntare sul mercato interno. Quindi per poter esportare ha di fatto prestato soldi a noi “occidentali” perche’ acquistassimo i suoi prodotti.
    Nel 2008, da quel che riportava “Diario”, ogni cittadino americano aveva un debito di 4000 dollari col governo cinese. altro che signoraggio!
    In queste condizioni la logica del capitale spinge verso rapporti di produzione “cinesi”, con buona pace degli “euroasiatici” che delirano di assi eurocinesi da contrapporre all’ imperialismo americano.
    Quando si smettera’ di fantasticare di geopolitica e si ricomincera’ a guardare ai rapporti reali di produzione sara’ gia’ un bel passo avanti.

  94. @ wuming1 non lo metto in dubbio quello e’ il cuore del problema e sicuramente se ne parlera’ per i prossimi mille anni, il mio punto era tornare al topic grecia ed in generale alla natura del post originale, il contingente e’ la crisi della finanza pubblica la cui degenrazione abbraccia quasi tutte le criticita’ che stiamo vivendo. secondo me e’ proprio la finanza pubblica, che ha fallito miseramente nel presente e recente passato , che in qualche modo potrebbe ridisegnare anche nuove traiettorie del rapporto capitale /lavoro . Sulla speranza della fine del capitalismo cito Jameson “e’ piu’ facile immaginare una catastrofe che ponga fine a tutta la vita sulla terra che immaginare un cambiamento nelle relazioni capitaliste ” . Secondo me ristrutturazione dei debiti e *conseguente* nazionalizzazione delle banche e’ una soluzione pragmatica al momento attuale

  95. @ raffaele

    Ok, comprendo l’intento e l’argomentazione, nessun problema.

    Non per te, ma per chi legge: quella di Jameson (ma è lui che riprende Zizek o è Zizek che riprende lui? Non ricordo, comunque negli ultimi anni quei due sono ass & shirt :-)) non è un’accettazione del presente, ma un rilievo critico, di critica dell’ideologia. Jameson critica il fatto che si sia rinunciato agli sforzi di immaginare un superamento del capitalismo.
    Oggi (ma questo credo proprio sia Zizek) è più facile – perché più *incentivato* – immaginarsi la distruzione del pianeta che la ri-nazionalizzazione di qualcosa che fu privatizzato :-D
    Infatti non esistono filmoni di Hollywood sulle nazionalizzazioni, mentre sulla catastrofe planetaria se ne sono girati a iosa :-)

  96. E così torniamo al punto.
    Nazionalizzazione presuppone nazione. L’internazionalismo invece s”invera” nel momento in cui realmente esistono interessi reali capaci di unificare un proletariato internazionale. Cosa che al momento, temo, non si verifichi (basta mettere un operaio polacco e uno torinese con Marchionne in mezzo e la redditività del capitale come unica religione condivisa, per scoprire che la realtà effettuale è diversa dalla verità dialettica).
    L’evoluzione del post-marxismo è interessante, ma anche il comunitarismo lo è, perchè consente di capire come mai globalizzazione e mercatismo sono indisgiungibili e l’internazionalismo di principio toglie ai poveri l’unica difesa contro di essi, cioò la possibilità di appellarsi a un potere sovrano di origine territoriale.

    Caro Wu Ming1, gli auguri a uno che è un “cane sciolto” da trent’anni fanno solo piacere. Camminare da soli è poco rassicurante. In compenso consente di imparare sempre e da tutti. Anche da Celine, anche da Heidegger, che i bigini della sinistra negli anni Settanta volevano innominabili.

  97. @wm1
    grazie per la poesia, non sai quanto scalda la solidarietà. Scusate se non aggiungo nulla al tema del post. Anche io piangendo lacrime urticanti in mezzo ai castagni della Val Clarea ho ripensato a Genova, quasi dieci anni fa, oggi come allora con il treno crociato come bandiera. E da questa mattina mi porterò con me l’immagine di una ruspa enorme con una gigantesca pinza in punta che dopo aver divelto guard-rail e barriere antirumore dell’autostrada, solleva di peso la barricata con la gente sopra, incurante dei loro corpi. Perchè per loro i nostri corpi, la nostra salute, il nostro ambiente non valgono nulla di fronte al profitto. Bisogna imparare a odiarli.
    In ogni caso non smettiamo di lottare, un paio d’ore di riposo e stasera grande assemblea per decidere come proseguire. A sarà dura!

  98. L’internazionalismo non è “di principio”, è una dinamica concreta, è come funzionano le lotte. Anche adesso. E non è affatto in contraddizione con la difesa dei diritti inscritti *a viva forza*, grazie alle lotte precedenti, nel welfare state.

    In questo momento in Grecia non lottano “solo” per difendere il *loro* welfare dall’assalto rapace del capitale: lottano per tutta l’Europa, e non solo. Da mesi sventolano cartelli che fanno riferimento all’Egitto (“Facciamo di Piazza Syntagma una nuova Piazza Tahrir”), alla Tunisia, alla Spagna. E in Spagna ricambiano. E in Wisconsin. Vedono in tutte le lotte la stessa lotta. Qualche settimana fa un loro striscione diceva: “Facciamo piano, altrimenti svegliamo gli italiani!”, che è un modo sarcastico di dire: “Italiani, unitevi a noi”.

    Questo, che ti piaccia o no, è internazionalismo, è concreto, esiste a dispetto di anatemi “nazionalitari” e identitaristi, co-esiste con una difesa hic et nunc di conquiste nell’ambito dello stato-nazione.

    Anche perché quelle conquiste furono ottenute *grazie al fatto che le lotte erano internazionali*, procedevano a ondate da paese a paese. Senza il perenne spauracchio della “rivoluzione alle porte”, i padroni non avrebbero concesso niente. Senza il ’68 francese (quello operaio, non solo studentesco, con *tutte* le fabbriche del paese occupate) e altre lotte in altri paesi (dal Sudamerica al Vietnam), il nostrano autunno caldo forse ci sarebbe stato lo stesso, ma sarebbe stato così radicale? La consapevolezza che i venti “fischiavano” anche nel resto del mondo soffiò sulle braci della rivolta. E così si ottennero lo statuto dei lavoratori, e tante altre cose. Grazie all’internazionalismo, non grazie al comunitarismo, che invece chiude gli orizzonti, isola le lotte, piscia sulle braci.

    Forse il tuo problema, Valter, è proprio che all’epoca ti sei sucato i bigini, e oggi il tuo violento rigetto è nei confronti dei bigini, non nei confronti del pensiero più serio. Perché, cazzo, non mi puoi dire che Sartre e l’esistenzialismo volevano Heidegger innominabile! E stiamo parlando di uno dei maggiori pensatori marxisti del novecento, e di una delle correnti critiche più rilevanti.

    La chiudo qui.

  99. @ f.s.
    Giap e’ a tua disposizione per qualunque racconto/resoconto.

  100. Finora gli unici che hanno prodotto una scelta efficace mi sembrano gli islandesi. L’hanno fatto con un referendum (nazionale) e con la decisione di un governo sovrano, di far fallire le banche piuttosto che far pagare i cittadini.
    Fatta salva la piccolezza e peculiarità dell’entità politica Islanda, mi dite cos’ha di internazionalista questa soluzione?
    D’altro canto, la “risonanza” dei popoli mediterranei è suggestiva e fa sognare, ma qualcuno è in grado di prevedere che lo sbocco politico di questo sommovimento nordafricano sarà in armonia con queste premesse?

  101. Perché la “via islandese” debba essere pensata *in contrapposizione* con quel che sta accadendo in altri paesi, anziché in possibile interazione e integrazione, non mi è chiarissimo. Boh. Sarà un limite mio.

  102. un esempio di come va a finire quando si cerca di affrontare una crisi economica rinchiudendosi in un recinto identitario e’ l’ implosione della ex jugoslavia nel 1991, con tutto quel che ne e’ seguito. sono passati venti anni esatti da quando ho visto sparare i primi colpi, al confine di sempeter/vrtojba, a 300 metri da casa mia. e se la slovenia oggi puo’ quasi festeggiare i 20 anni di indipendenza nazionale, la croazia sicuramente non ha molto di cui rallegrarsi, la serbia piange, la bosnia e’ nelle condizioni di uno psicotico schizofrenico sempre sul punto di esplodere, idem il kosovo e la macedonia.

  103. @wuming1 era zizek che citava jameson in “vivere alla fine dei tempi ”
    bella la poesia mi ricorda “washington bullets” dei clash.

  104. Bello il post e interessante il commentario. Mi piacerebbe capire di piu` cosa sta accadendo a Napoli.

    La crisi della grecia pero` a me non sembra quella del sistema bancario. In Grecia le cose sono molto diverse da come sono in Islanda e come sono state negli altri paesi.
    Luca, dici che la grecia e` sotto attacco della finanza internazionale e che sotto c’e` un attacco all’ euro… Anch’io ho letto qualcosa di simile ma non sono del tutto convinto.
    Alla fine in Grecia quello che e` accaduto e` che il governo precedente a quello di Papandreu ha taroccato i conti facendo finta che le cose andassero in un modo mentre andavano parecchio peggio (ha nascosto debito per 15 punti del pil).
    La crisi greca e` crisi della politica del governo greco e anche di un economia reale che non va un gran che bene e che e` strutturata abbastanza male. Ora ci sono anche gli avvoltoi della speculazione che girano aspettando la carcassa. Pero` per quanto gli avvoltoi siano stronzi non sono loro a seccare la vittima, ma aspettano che muoia per altre cause.
    Nella crisi greca non ci vedo un peso degli imbrogli della finanza (come invece in quella del 2008 o in quella islandese che ne e` figlia diretta). Ci vedo piu` gli imbrogli della politica. Se avete notizie diverse per favore comunicatele

  105. Visto che prima si parlava di rossobruni, vorrei ricordare che il motore di molti movimenti rossobruni e’ stato per anni (e giuro che questa cosa mi fa venir voglia di piangere) a belgrado, a pale, a zagabria, persino in parte a lubiana, e a mosca.
    Una figura secondaria (me l’ avete insegnata voi l’ importanza dello sguardo obliquo…) ma estremamente utile per capire di cosa sto parlando e’ quella di Dragos Kalajic:

    http://www.ecn.org/reds/mondo/europa/balcani/jugoslavia/balcani0102destraserba.html

  106. Non dico che l’Islanda si contrappone ad altro, ma che ha prodotto una strategia concreta perchè ha fatto leva su un soggetto concreto, cioè referendum popolare e governo nazionale.
    Piaccia o no, anche qui da noi, quello che possiamo concretamente sperare da subito è che succeda ADESSO qualcosa di simile, cioè che un governo (certo non questo) magari forte di una vera protesta popolare si metta a rivedere certe scelte fatte e rispedisca al mittente certi diktat.
    Poi è chiaro che anch’io lavorerei per un cambiamento di prospettiva, quantomeno a livello europeo, ma se pensiamo che si possa passare direttamente dalla piazza e dai testi di Zizek a un’Europa che non c’è mi sa che ci toccherà un altro mezzo secolo di romanticismo rivoluzionario e nient’altro.

  107. […] attende dietro l’angolo più vicino. La prova del collasso e dei colpi di coda possibili…Da Napoli è la Grecia che già siamo (Una guerra civile per gli anni Dieci), di Luca Di Meo. …Sono stanca di gente che pretende di gestire la speranza. Quello di cui io […]

  108. @pedrilla ma la crisi greca non e’ del sistema bancario ma della finanza pubblica, il punto e’ che un default greco e di altri paesi europei farebbe fallire il sistema bancario europeo che di fatto e’ diventato un mega magazzino di titoli di stato.La BCE post crisi 2007 ha iniziato a spingere le banche a riempirsi di titoli di stato finanziandogleli a costo zero. Praticamente le banche possono comprare titoli di stato a leva senza intaccare i ratios patrimoniali.Questo e’ il contagio, se salta la grecia saltano anche le banche tedesche. Islanda e Grecia sono due mondi diametralmente opposti: Le banche islandesi saltarono per avidita’, erano piene di titoli tossici ad alto rendimento x accaparrarsi clienti inglesi ai quali garantivano tassi fuori mercati sui depositi. gli islandesi si sono rifiutati giustamente con il referendum su Icesave di condividere le perdite delle banche. in Europa la situazione e’ opposta, le banche sono de facto nazionalizzate in quanto detengono il debito sovrano dei paesi semi falliti di appartenenza e limitrofi. La nazionalizzazione delle banche europee sarebbe la conseguenza di default pubblici ed un referendum sarebbe inattuabile.

  109. @pedrilla
    Recentemente ho scoperto questo documentario. Non l’ho trovato eccellente però qualche spunto lo si trova e sopratutto un loro punto di vista: http://www.debtocracy.gr/indexen.html
    Lo han fatto due giornalisti greci e si possono selezionare i sottotitoli in italiano.

    Comunque non sono d’accordo che la colpa sia solo della politica greca. La UE temeva che dal momento in cui si fosse andati a ravanare nei conti greci, che pur si sospettava fortemente che non fossero in regola, tutti quanti si sarebbero messi a fare le pulci nei conti altrui cosa che di fatto nessuno voleva.
    A dare il colpo di grazia gli “aiuti”arrivati dalla BCE e dall’FMI che sono stati veramente deleteri e miopi. Tutti volti a dare prestiti con interessi usurai mentre si pretendeva la svendita di quasi tutto (stanno trattando per vendere i porti e c’è chi parla di vendere isole e partenone) e demolizione sistematica del welfare. Quindi si trovano uno stato che guadagna di meno, dove aumenta il debito, che sta svenendo la sovranità nazionale, con movimenti di piazza enormi e devastato dagli speculatori internazionali.
    Le cause iniziali sono state politiche ma mi sa che in questo caso la politica ha solo ferito l’animale, il colpo di grazia sta arrivando dalla finanza grazie a questi curiosi organi sovranazionali. Dicono di non doversi sottoporre alle decisioni dei politici per agire indipendentemente e per il bene dell’economia, poi va a finire che son tutte persone che entrano ed escono dalle banche e dalle agenzie di rating, che si auto-eleggono e che prendono decisioni politiche per i singoli stati spesso massacrandoli e consegnandoli nelle mani di gruppi di privati.

    Comunque questa situazione della Grecia mi preoccupa assai. Quando il bubbone esploderà temo che questo autunno sarà molto caldo in tutta Europa oltre che in Italia.

    Questi sono due link recenti che ho trovato utile per farmi un’idea:
    http://sturdyblog.wordpress.com/2011/06/18/democracy-vs-mythology-the-battle-in-syntagma-square/
    http://www.aldogiannuli.it/2011/06/il-debito-dei-pigs/#more-1561

    Ringrazio i wu ming per questo mio primo post e mi scuso se sono stato un po confusionario. Ora scappo che vado a un presidio in solidarietà ai no tav e sono già molto in ritardo.

    P.s. l’interrogazione parlamentare sul signoraggio è agghiacciante. Su quel tema c’è molta confusione, molto complottismo e molta disinformazione ed è purtroppo tristemente vero che Di Pietro abbia fatto un’interrogazione anche sulle scie chimiche..

  110. @raffaele

    Sono d’ accordo, infatti mi premeva sottolineare che la crisi greca non dipende dal sistema bancario, ma dalla amministrazione greca. Dipende gastronomia greca che è composta per lo piú da lavoratori statali ed evasori fiscali. Che assieme non costituiscono un buon sistema…
    Adesso il sistema bancario europeo è a rischio, però non è stato la causa

  111. A proposito di internazionalismo la bellissima immagine della Grecia che invita l’Europa tutta a sollevarsi e` di piu` di un anno fa… ( http://www.morningstaronline.co.uk/index.php/news/content/view/full/89963 )..io ce l’ho sempre in testa da quando l’ho vista la prima volta… la vera domanda e`: perche` ancora non e`successo.. comunque segnali interessanti anche da noi, per fortuna.

  112. Bellissimo post. Vedo che i commenti riguardano più la seconda parte (debito/finanza/banche) che la prima (Napoli). Non che ci sia niente di male, ma il nocciolo della questione, mi pare, è quello di impostare nuove azioni di lotta per gli “anni 10”. A Napoli, ciò significa creare una “forza civica di quindici-ventimila volontari, disponibili e operativi nel garantire sul territorio che si dia una chance all’impostazione di un nuovo ciclo, non solo dei rifiuti, di gestione delle risorse e delle problematiche”.

    Visto che al momento questa “forza civica” non c’è o è troppo debole, la questione è: come crearla? Secondo me: partendo dalle lotte locali, e solo in un secondo momento, quando queste saranno mature, alzare il tiro sul piano internazionale/ista. In parole povere: chi ha l’immondizia e la camorra sotto casa se può anche fregare della crisi greca, ma *deve* essere pronto/a, se opportunamente spronato, a combattere contro il complesso affaristico-camorristico che impesta il suo quartiere. Per dirla con Gramsci, serve portare il discorso “dall’utopia alla scienza e dalla scienza all’azione”. E parafrasando Mao, questo richiede in primis prendere atto delle debolezze intrinseche dei cittadini italiani (e napoletani) come soggetti rivoluzionari – e chiedersi in che modo gli oppressi e gli indignati possano diventare forze del cambiamento.

    Conosco la situazione napoletana molto superficialmente. La vedo così: il complesso affaristico-camorristico gioca ad alternare uno stato di anarchia malavitosa (in cui i rifiuti si accumulano) ed uno stato di violenza dittatoriale-emergenziale (protezione civile, commissari straordinari, forze dell’ordine, costruzione di inceneritori ecc.) L’anarchia controllata della fase 1 serve a preparare le condizioni per la fase 2, in cui si sospendono i diritti, si eliminano avversari politici e si fanno i soldi. E’ su questa fune sottile che, in equilibrio, agiscono gli “strateghi della guerra civile”. Ora bisogna buttarli giù dalla fune. Come?

    La faccenda napoletana rivela il tentativo del potere di creare uno “stato d’eccezione” in cui agire indisturbato. Nell’ultima pagina del suo libro sull’argomento, Agamben scrive che dalla trappola dello stato di eccezione si esce nel momento in cui la politica riesce a spezzare il nesso tra violenza e legge, rivendicando quella “praxis” che il potere della legge e del mito (tecnicizzato) provano a ingabbiare attraverso l’eccezione.

    Ecco, penso che questo sia da fare a Napoli e in Italia: riprendersi gli spazi, ribellarsi allo stato d’eccezione, alle militarizzazioni, alla violenza del potere. Come stanno facendo in Val di Susa. Per farlo occorre partire, letteralmente, dalla soglia della propria casa (e magari anche dentro casa).

  113. Personalmente trovo un pò semplicistica la descrizione su quel che sta accadendo a Napoli in questi giorni. Nell’ultimo weekend sono tornato nella città dove ho abitato per un pò di anni.
    Sono arrivato il giorno dopo dello sversamento della monnezza dai popolari quartieri spagnoli alla ricca e contigua Via Toledo.
    Se da una parte nessuno può escludere la partecipazione della camorra a queste “sommosse”,
    d’altra parte non mi sento di escludere una reale e non eterodiretta partecipazione della popolazione, cosa che mi è stata confermata da chi ha assistito alle scene.
    Un elemento che può sfuggire è che lo spostamento dei cassonetti e anche il bruciarli in quei quartieri è anche un atto di sopravvivenza visto che la maggior parte delle persone abita nei piani terra invasi dai topi e dai miasmi.
    Molto probabilmente la cura sarà peggio del male viste le emissioni della diossina, non lo metto in dubbio, ma posso capire chi accecato dalla situazione cerchi la strada più breve.
    Sicuramente non lo potranno capire i 30 signori e signore della sinistra “benissimo” in presidio sotto la prefettura a sostegno De Magistris (poche volte mi era capitato di vedere una manifestazione con una così smaccata connotazione di “classe”).
    La cosa che ho trovato profondamente interessante e che mi ha stupito, a me abitante di quelle zone per un pò di anni, è stato il comportamento dei cittadini dei quartieri spagnoli i giorni dopo il “riot”, in pieno contrasto con una spiegazione del fenomeno quale pilotato dalla camorra.
    Ho visto la gente del quartiere, i commercianti, ricoprire i muri di manifesti con inviti (più o meno gentili) a non deporre i rifiuti nei cassonetti prima degli orari della raccolta, ma solo dalle 20 alle 23,e inoltre gli stessi cassonetti erano coperti fino alle 20, tenuti sotto stretta vigilanza e riaperti solo dopo quest’orario.
    Insomma non vorrei che si cadesse in una trappola che ho sentito troppe volte per spiegare i complicati fenomeni sociali napoletani (quante volte ho sentito gli stessi discorsi sui disoccupati organizzati!) una “reductio ad camorram” che non ci aiuta a capire eventi che comprendono troppi aspetti per essere liquidati facilmente.
    Mi si permetta un paragone un pò a cazzo, è come quando si vuole spiegare sommosse con una forte componente islamista come puro fanatismo. Mi chiedo anche se un fenomeno del genere fosse accaduto all’estero quanti a sx avrebbero gridato “w al riot”, “w le banlieus”, “perchè da noi non succedono mai queste cose, etc”.
    So bene che i wu ming su questi argomenti hanno sempre tenuto un’attenzione particolare e penso che questo intervento nn sia certo dettato da esterofilia o paraleghismo, ma d’altra parte ritengo che ci sia una difficoltà oggettiva nel “raccontare” Napoli.
    Il tutto detto da uno che non ha mai avuto grandi simpatie per chi mitizza il lumpen.
    Saluti!

  114. Ti perdi due giorni di www e ti ritrovi due pagine di commenti. È dura stare dietro. :)

    Mi inserisco nei commenti “OT”, i.e., quelli non su Napoli direttamente.

    Una cosa che era uscita dai commenti al post Note sul #referendum, i social network e il “popolo della rete” era stata che l’internazionalismo è la risposta. La discussione fatta lì, all’interno di una logica marxista, alla fine ha (ri)portato a quel concetto. Internazionalismo per lottare contro lo sfruttamento. Il concetto sarà vecchio; non è però colpa sua (del concetto) se è vecchio, ma magari è colpa nostra che ancora non lo abbiamo capito. :P

    L’internazionalismo e il fatto che “tutte le lotte sono la stessa lotta”, frase venuta fuori spesso ultimamente, sono le due facce della stessa medaglia.

    Ripeto per l’ennesima volta, scusate: la finanza non esisterebbe senza computer, cavi di rete, server che non esistono senza gli operai sfruttati che assemblano o estraggono materia prime.

    Non vedo come non si possa arrivare a queste conclusioni. :)

    E sul dare il nome alle cose: chiamiamole con le parole giuste, non confondiamo i concetti, non continuiamo a giocare al magico gioco della mistificazione.

    Riprendo Zizek: tutto può aspettare, aids e fame nel mondo, tutto ma non le banche che collassano. Sono state salvate all’istante. Valanghe di soldi: per salvarle e per restaurare la nostra fiducia nel mercato.
    “Do we need any further proof that Capital is the Real of our lives, a Real whose imperatives are much more absolute than even the most pressing demands of our social and natural reality?” http://kickitover.org/2011/04/04/capital-real-our-lives (sono poche righe, meritano tutte).

    Ciao

  115. Dare una lettura della crisi centrata sull’aspetto finanziario è un colossale abbaglio, e mi/ci sembra che una parte della discussione stia dando un pò troppa importanza a questo aspetto.
    La crisi non è stata prodotta dalla finanza, dalle banche cattive o da speculatori senza scrupoli. Questa è la lettura che sta cercando di far passare il “capitale” e i suoi mezzi d’informazione e d’analisi. Il sistema di sviluppo sta cercando di addossare la colpa di una crisi *economica* alla finanza cattiva, e infatti i primi che hanno aggredito questi sedicenti finanzieri affamatori sono stati i capitalisti stessi (cioè i ministri delle finanze dei diversi paesi e le varie istituzioni economiche, statali e sovranazionali che fossero).
    Istituzioni economiche che stanno cercando di far passare il messaggio che il capitalismo in questi anni è stato attaccato da una presunta serie di “lobbies” finanziarie che ne hanno alterato la struttura (intrinsecamente buona, se non ci fossero queste “storture”).
    Le banche non c’entrano un beneamato cazzo, come dicono in Francia. Queste semmai hanno amplificato dei sintomi, sono state investite da questa crisi e ne hanno moltiplicato le conseguenze, ma la crisi economica che stiamo vivendo è 1) economica, appunto, e non finanziaria, e 2) di lungo periodo e non degli ultimi due anni.
    Mi spiego. Da almeno venti anni si è esaurito un ciclo di sviluppo economico nei paesi occidentali che generava ricchezza, e perciò da almeno venti anni nei paesi occidentali i lavoratori continuavano (in forme e in tempi diversi) a perdere diritti sui posti di lavoro e salario. Questa continua perdita viene definita, dai capitalisti, con la parolina magica *produttività*.
    Questo continuo arretramento salariale e sociale ha portato ad un’espansione del debito, per cui non è diminuito il tenore di vita del cittadino medio occidentale ma questo tenore è stato potuto mantenere grazie all’indebitamento sempre più invasivo delle famiglie con le banche. Indebitamento prodotto dai prestiti e dai mutui che le famiglie chiedevano per poter continuare a vivere con lo stesso tenore di vita degli anni precedenti (perchè la macchinetta, la casa e il viaggetto estivo piacciono a tutti e soprattutto così ci ha indottrinato la tv).
    Le banche hanno coninuato a concedere crediti, ma hanno via via abbassato i requisiti di solvibilità, per cui ad un certo punto si sono trovate con una marea di gente che non è più riuscita a saldare i suoi debiti, e perciò tutto questo ha generato dei problemi di solvibilità per tutto il sistema.
    E’ a questo punto che le banche e la finanza hanno amplificato il tutto, fungendo da volano della crisi e generando ulteriore crisi, ma il sintomo che è divampato non va confuso con le cause che hanno portato a questa crisi.

    La crisi è una crisi economica di impoverimento generale dei consumatori occidentali, soprattutto dei consumatori da lavoro dipendente. Ad un certo punto sono crollati i consumi perchè la gente non ha più soldi per comprare le merci prodotte, e non perchè ci sono le banche ma perchè non ci sono più soldi da spendere. E’ così ovunque, anche nella Germania del 4% di crescita del PIL, che infatti cresce solo grazie alle esportazioni e non per il proprio consumo interno.
    E’ li che bisogna intervenire per invertire la rotta, è sul capitalismo (o nella sua versione moderna di liberismo globalizzato) in quanto sistema che genera impoverimento generale che vanno concentrati i nostri sforzi.

    Se invece li passiamo ad attaccare le banche ci troviamo in compagnia di Tremonti e soci, che infatti sono ben contenti di addossare le loro colpe al sistema bancario che loro non controllano, o agli speculatori finanziari.

  116. ma sinceramente la crisi del 2007 e’ stata prodotta dalla finanza a causa di una bolla finanziaria sul mercato immobiliare. Ma il punto e’ un altro i consumi dal 1990 saranno triplicati e il debito degli stati uniti nei 90’s era vicino a zero, i problemi odierni sono legati ad un eccesso di consumi e le banche hanno finanziato i consumi in eccesso grazie al riflazionamento degli assets e la conseguente creazione di bolle sempre piu’ grosse. Il problema e’ che l’ultima bolla speculativa e’ sui debiti sovrani ed’e’ quella letale. Ma vado oltre Se i consumi esplodessero avremo un problema ben piu’ grosso di quello attuale, la tav, il nucleare e l’acqua privata erano tutti provvedimenti atti ad aumentare i consumi. le forme di resistenza e lotta molteplici sono adatte a combattere attacchi molteplici che non possono essere raggruppati in un nemico unico. D’altra parte come riportato nel paper di redview di Zizek “il capitale e’ il reale “e tutte le battaglie x stimolare i consumi non sono prodotti dalla cupidigia dei singoli capitalisti , ma dallo sforzo impersonale del capitale stesso a riprodursi. Tutto cio per dire che secondo me e’ riduttivo dire non bisogna prendersala con quello o con quell’altro perche’ il mostro leviatano puo’ prendere molteplici sembianze e per salvare il pianeta bisogna combatterle tutte.

  117. E’ esplosa una bolla finanziaria nel mercato immobiliare perchè la gente non aveva più i soldi per pagare i mutui, e le banche (e tutto il sistema economico) pur di continuare ad alimentare la spirale dei consumi hanno accettato di concedere mutui con garanzie sempre più agevoli fino a scoppiare. Il sistema si regge sulla produzione che deve trovare uno sbocco, e lo sbocco sono i consumi. Una volta esaurita la droga del debito, sono venuti al pettine alcuni nodi.

    Dal 1990 non sono per niente triplicati i consumi ma è triplicata la produzione di merci e la produttività del lavoratori. I consumi si sono retti sul debito, che infatti è esploso.

    Sul mostro leviatano, sono d’accordo però cerchiamo di focalizzare il problema strutturale (la caduta del profitto) dai vari rivoli in cui si è manifestato il problema (tra questi, anche il problema finanziario).

    Se centriamo tutto il discorso sulla finanza creiamo mostri tipo signoraggi e deliri monetaristi vari; la crociata anti finanza è la cortina fumogena creata per distogliere lo sguardo sul cuore del problema. Non che non costituisca una parte del problema, ma non è l’aspetto *principale* del problema.

  118. Scusate l'”invasione”, ma solo per citare alcuni dati sparsi in rete
    http://www.eniscuola.net/getpage.aspx?id=11380&sec=1774&lang=ita&padre=53&sez=Energia&app=2877&idpadre=11374
    http://italiapiu20.wordpress.com/2011/06/15/le-spese-degli-italiani/
    http://italiapiu20.files.wordpress.com/2011/06/previsione-2011-2016-del-complesso-di-beni-e-servizi-acquistati-dagli-italiani.png
    http://italiapiu20.files.wordpress.com/2011/06/incremento-acquisti-a-prezzi-costanti-per-decennio-italia-1970-2010.png

    Ecco, se leggete questi dati (parzialissimi e da maneggiare cum grano salis), si capiscono un pò di cose:
    -anzitutto, nel decennio 2000-2010 la domanda di petrolio negli stati uniti e nella UE è in calo per tutto il decennio
    -sui consumi degli italiani dal 1970 al 2010 vediamo che l’analisi che ho linkato dimostra come in questi 40 anni il consumo medio degli italiani sia raddoppiato, ma che questo aumento è schiacciato negli anni 1970-1990, e invece subisce un arresto nel decennio 1990-2000 e una decrescita nel decennio 2000-2010
    -il trend storico sul complesso dei beni e servizi acquistati dagli italiani una stasi dei consumi dal 1998 ad oggi.

    In parole povere, noi cosnumiamo lo stesso quantitativo di beni e servizi del 1998, cioè di 13 anni fa, ma siamo riusciti a mantenere questo livello apparentemente eguale di consumi solo grazie al continuo indebitamento di noi consumatori verso i vari istituti di credito, a fronte però di un reale peggioramento della nostra situazione economica.

    Altro che consumi triplicati, questa crisi che stiamo vivendo deriva da decenni di peggioramento delle nostre situazioni di vita concrete, e che ha visto la sua “esplosione” da 3 anni, ma che non deriva da tutto ciò che ci stanno propinando gli ideologi di sistema in questo triennio.
    Non sono le banche che ci hanno impoverito, sono vent’anni di sconfitte lavorative.

  119. La finanza non è l’unico aspetto della crisi. Però la sua rilevanza è l’aspetto che caratterizza questa crisi e la rende così violenta e nuova sotto certi aspetti. E con questa sua rilevanza, il mondo della finanza distorce gli altri aspetti dell’economia. Anzi, la finanza è lì proprio perché è stato necessario superare certe barriere imposte dell’economia reale, che non riusciva più ad estrarre plusvalore.

    Riprendo questa recensione del libro di Marazzi sul capitalismo finanziario, recensione molto bella imho (e da cui provengono le mie frasi sopra!):
    http://bit.ly/jh559J
    (l’ho già linkata nel post sul referendum, scusate la ripetizione).

    Interessante che Marazzi sostenga che la produzione di plusvalore sia spostata nella sfera della circolazione; con gran stupore del Marx del primo volume del Capitale, perlomeno.
    Ciao :)

  120. Segnalo articolo di Sofri (Adriano) sul tema: http://www.repubblica.it/cronaca/2011/06/28/news/se_a_napoli_arrivassero_gli_angeli_della_monnezza-18334812/?ref=HREC1-1

    Riporto segnalazione di Mazzetta su Marra e signoraggio, molto eloquente sullo spessore e sul livello di questo tipo di analisi: http://mazzetta.splinder.com/post/24833989/con-lestate-si-acuisce-il-disagio-di-luigi-marra

    Su ruolo delle banche e della finanza condivido molto di quanto detto finora e, per quanto ho capito, mi trovo d’accordo con l’analisi di Militant.

    Tornando “a bomba”: il discorso sulla forza civica, sulle migliaia di volontari che ci vorrebbero per Napoli (e non solo a Napoli). La parola “volontari” apre diverse questioni secondo me. Sofri tira fuori il paragone con gli “angeli del fango” di Firenze, quello che scrive mi sembra un po’ naif, un po’ da pompiere inesperto (solo acqua, niente fuoco). Però forse sarebbe utile analizzare il suo discorso proprio per evidenziare le possibili aporie e incomprensioni a cui va incontro un discorso che faccia leva sul volontariato se non ci si interroga a fondo su questa categoria. Mi viene in mente un discorso di Zizek sulla beneficenza. Ecco, di sicuro non se ne esce con la beneficenza. Una forza civica efficace non può essere organica al sistema che ha generato questa situazione, il suo compito non dev’essere quello di togliergli le castagne dal fuoco, dare risposte collettive ai bisogni collettivi non deve smorzare il conflitto ma aumentarlo, espanderlo, generalizzarlo. Un altro problema secondo me è più banalmente quello delle risorse: se milioni di cittadini faticano a sopravvivere individualmente non servirà forse una qualche forma di “energia di attivazione” perché si creino forze civiche e collettivi? Se l’energia e le risorse mancano sempre più e sono sempre più fuori controllo come ce le si riprende? Se sono precario e mi spacco la schiena per pagare l’affitto, le tasse universitarie, e faccio fatica a sopravvivere da solo, come potrò rispondere a un appello al volontariato? Io penso che una forza civica non potrà nascere senza riprendersi, anche con incendi, un po’ delle risorse e dell’energia sottratte, anche solo quelle necessarie per “attivarsi”.

    Scusate il livello “molto basso” come da citazione precedente ma magari vi può essere utile una lettura da “uomo della strada”, per giunta in polvere.

  121. Più che mettere in discussione la natura finanziaria della crisi bisognerebbe dubitare della finanziarizzazione dell’economia.

    Indubbiamente dagli anni ’70 a oggi è circolato sui mercati finanziari un enorme flusso di capitali. Ma bisognerebbe chiedersi: “e già successo in passato? e, se è successo, quando?”.

    Il tanto vituperato pelato con la barba già nel 1916 descriveva un processo di finanziarizzazione molto simile a quello odierno.

    Ovviamente, non essendo il messia, qualche errore lo fece.

    [ Mai fidarsi dei pelati! Almeno non di tutti … ;-) ]

    Lenin era convinto che i processi in atto nella sua epoca fossero il preludio del “nuovo capitalismo”, e in questo aveva ragione.

    Si sbagliava invece quando affermava che quei processi sarebbero stati i tratti distintivi del capitalismo venturo.

    Quello era “presente invecchiato”.

    Le banche divennero più importanti, ma l’economia non si finanziarizzò. Continuò a essere basata sulla produzione “reale” di merci, poi sempre più anche di servizi.

    Cos’era successo?

    Lo stesso pelato descrive, sempre ne “L’imperialismo”, la creazione di monopoli nati dalla concentrazione di imprese fino a quel momento concorrenti.

    Monopoli che all’epoca, si affermavano come tali su base nazionale.

    Quella che Lenin scambiò per finanziarizzazione dell’economia non fu altro che il ricorso da parte delle imprese più forti al mercato dei capitali, offerti dalle banche.

    I capitali servivano ad acquisire le aziende dei concorrenti che si erano rivelati più deboli, dando vita così ai monopoli nazionali.

    Fu un processo lungo, che, come ricorda Luca, produsse due guerre mondiali e una crisi acuta nel mezzo (quella del ’29), prima di concretizzarsi nel “nuovo capitalismo”, quello dell’era “fordista”.

    Quello in atto credo sia un processo molto simile.

    I monopolisti nazionali, dopo aver saturato con le loro merci i patrii mercati, tentano di espandersi, di diventare, almeno per il momento, semi-monopolisti globali.

    Per farlo escono anche dal proprio “core business”, si allargano a dismisura e in ogni mercato.

    Solo per fare un esempio: l’Altria Group, ovvero l’ex Philip Morris, oltre che nel mercato del tabacco è molto attiva in quello alimentare e delle bevande.

    Diventare semi-monopolisti globali ha però dei costi, necessata di una disponibilità enorme di capitali.
    I profitti, anche se fossero investiti tutti, non bastano.

    Rivolgersi alle banche come è avvenuto in passato, invece, è molto costoso.

    Molto più semplice agire sui mercati finanziari, nelle borse.

    Aumentano le percentuali di rischio, ma i costi, rischio a parte, sono prossimi allo zero.

    Sei poi hai talmente tanto capitale da investire e con cui effettuare speculazioni, anche i rischi si riducono. E di parecchio.

    La fervente attività borsistica potrebbe rientrare in questa strategia, non è destinata a stabilizzarsi sui ritmi attuali.

    E’ strettamente legata alla fase di mutamento in cui viviamo.

    Ma i rischi, anche se hai un bordello di capitale, sono comunque altissimi!

    Specula oggi, specula domani, specula per speculare… Magari non ci sono rischi per te, ma metti a rischio l’intero sistema. Che poi è un po’ quello che è successo nel 2007.

    I subprime sono solo la punta dell’iceberg, quella che si vede. Sotto c’è altro, molto altro.

    Le banche hanno dovuto speculare sui mercati e chiedere minori garanzie ai cittadini anche per supplire alla scarsa domanda di finanziamenti da parte dei giganti dell’industria.

    Ma l’instabilità dei mercati è da ricercare nella speculazione diffusa, non nei subprime.

    La crisi del 2007 non è però la stessa crisi che oggi coinvolge la Grecia e gli altri paesi simpaticamente chiamati Pigs dagli analisti finanziari (il classico caso in cui il bue chiama cornuto l’asino).

    Quella era crisi di banche, di istituti finanziari. Questa è (anzi dovrebbe essere) crisi di stati, considerati incapaci di rimborsare i propri debiti.

    Ma, a scavare, si intravede anche dell’altro…

    Gli Stati uniti sono usciti con le ossa rotte dalla crisi del 2007. Molto di più di quanto pensiamo.

    Adesso attuano una politica di svalutazione della moneta, in modo da rilanciare le esportazioni.

    Il rischio, però, è quello che la loro moneta perda la funzione che ha avuto fin’ora, cioè di essere lo strumento per effettuare i pagamenti a livello internazionale.
    Cosa che ha garantito la supremazia degli Usa in tutta la fase “fordista” e in quella “postfordista”, almeno fino a oggi.

    Se vi ricordate, nei mesi scorsi ingaggiarono una guerra monetaria contro la Cina, che ovviamente, anche perché detiene ingenti riserve di dollari e grossa parte del debito pubblico americano, continua a fare i cazzi suoi.

    Ma a spaventare gli Usa mica è lo yuan. Ci vorranno molti anni prima che possa ambire a sostituire il dollaro, soprattutto per ragioni politiche.

    Il loro incubo è l’euro, che già molti utilizzano negli scambi internazionali. Soprattutto i paesi produttori di petrolio che non hanno un rapporto idilliaco con gli Stati uniti.

    L’Europa però, non è la Cina.

    Il debito europeo, oltre che dalle banche locali (che in caso di insolvenza fallirebbero), è detenuto proprio dagli Stati uniti.

    Indebolire i paesi periferici, attaccandoli proprio sul debito, vuol dire indebolire l’euro che, pur restando stabile e forte sui mercati (soprattutto per le politiche della Bce), resta una moneta debole da usare negli scambi internazionali, dato che potrebbe fallire da un giorno all’altro.

    Il gioco sporco, per il momento, lo stanno facendo le agenzie di rating, tutte di matrice anglosassone. E non è un caso che durante i vertici europei si discuta sempre più spesso di creare agenzie di rating comunitarie.

    La guerra civile che descrive Luca è anche questa, ed è guerra tra capitalisti.

    Le vittime, come sempre, saremo noi. Ma solo se non sapremo reagire.

    Probabilmente la rivoluzione del ’17 ebbe “successo” proprio perché avveniva in una fase di mutamento, un tempo in cui i capitalisti stessi hanno la necessità di mettere in discussione tutto.

    Oggi è di nuovo quel tempo, e, forse, ci ritroveremo nuovamente davanti al bivio “comunismo o barbarie”.

    Il socialismo no, quello, come chi lo ha realizzato o propagandato, ha fallito, su tutti i fronti. I risultati non potrebbero che essere pessimi

  122. […] che per i ricchi. Per chi i soldi li ha. Ne parla in modo chiarissimo Wu Ming 3 quando dice che “Napoli è la Grecia che noi siamo” Ieri mattina, prima che iniziassero gli scontri c’è stato un uomo, Turi Vaccaro, che con una […]

  123. Condivido il pensiero secondo cui questo e` un momento fondamentale, e le risposte della societa`, si spera collettive, sono fondamentali. Ci dobbiamo infilare nel cuneo e fare esplodere le contraddizioni, come Wu Ming 1 dice a proposito di editoria e rete.
    D’altronde condivido Gallino quando definisce la crisi in atto una crisi di civilta`. Fondamentalmente e` l’ennesima dimostrazione che il capitalismo ha radici storiche e non e` immutabile ne` permanente, non c’e` momento migliore di questo per metterlo in discussione sin dalla proprie radici.
    Invece il discorso dominante si fonda sul presupposto che siano stati gli eccessi finanziari a produrre la crisi. La solita storia del capitalismo buono e dei capitalisti cattivi, ma va rigettata ora, da tutti.
    Intanto mi fa specie che #italianrevolution sia tornato trending topic su twitter, oggi, al solito con la maggior parte dei tweet in lingua inglese, e tipicamente collegato alla censura web prossima. Come se la battaglia #notav fosse una questione periferica o localistica. In realta` dalle manifestazioni previste un po` in tutta Italia tra oggi e domani (ma gia

  124. Al solito il commento e` partito per sbaglio. Chiedo scusa, ma comunque mi stavo dilungando troppo forse…

    Dicevo: In realta` dalle manifestazioni previste un po` in tutta Italia tra oggi e domani (ma gia`ieri) si potrebbe dedurre che spinte positive ci sono.

    Insomma il momento e` propizio.

  125. […] Prima bisogna fermare i folli: la mafia che si fa scudo delle forze dell’ordine per gestire gli appalti in Val di Susa, la camorra che brucia i rifiuti e letteralmente avvelena la gente a Napoli. Un No che deve arrivare a chi sta preparando una finanziaria devastante per tutti tranne che per i ricchi. Per chi i soldi li ha. Ne parla in modo chiarissimo Wu Ming 3 quando dice che “Napoli è la Grecia che noi siamo” […]

  126. Il momento e` propizio e` vero.

    Personalmente non sono convinto che queste crisi siano crisi “finali” del capitalismo in se e per se. Nessuno quanto meno e` ancora riuscito a dimostrarlo. E` invece piu` che dimostrabile che siano crisi di un capitalismo iperliberista e della deregulation. Nel senso che la crisi del 2008 e quella greca potevano benissimo essere evitate in tanti modi pur nel sistema capitalista.
    Io ho un aspirazione di basso profilo lo so.
    Secondo me se riuscissimo a liberarci del liberismo e della deregulation sarebbe gia` un bel passo avanti da come stanno le cose adesso. Non so se puntare al bersaglio grosso (i cui contorni in effetti un po’ mi sfuggono anche) sia perseguibile.

  127. @ pedrilla

    credo che nessuno possa *puntare* al bersaglio grosso, ora come ora :-) Manca il “blocco storico”(cioè non sono chiare le alleanze, e alcune sono ancora da pensare), da troppo tempo si era smesso di coltivare un’idea di società alternativa etc. etc.
    Ma già ri-introdurre nel discorso (e nelle lotte) la *critica del bersaglio grosso* sarebbe un risultato fantastico, dopo trent’anni di Pensiero Unico, stronzate sulla “Fine della storia”, religione mercatista, ricatto morale, colpevolizzazione di chiunque avesse tentato l’assalto al cielo etc. etc.

  128. @ Pedrilla

    io ho dei dubbi proprio sul fatto che all’interno delle dinamiche attuali il capitale potesse affrontare “diversamente” la crisi greca. Sul piano delle opzioni teoriche, forse sì. Ma il dato interessante, sul piano concreto, è proprio che “non si sappia” evitare la crisi di quello che in fondo è un piccolo paese.
    Questo rende evidente, a mio parere, uno dei risvolti centrali dell’utopia ideologica del capitale. La possibilità cioè di un mondo perspicuo ai flussi di denaro e merce ma configurato a macchia di leopardo per quanto concerne gli aspetti dell’inclusione sociale. Un sistema politico in cui settori, sezioni, dinamiche della società sono oscuri e occulti rispetto alla generalità delle persone, ma che funzioni sulla trasmissione in tempo reale di idee. La pretesa di “funzionare” anche in presenza di sistemi politici aberranti, o di poter rendere funzionali – e trainanti- questi stessi sistemi, per dirla in altre parole. Questo si può ricondurre a un piano ancora più generale: la contraddizione tra diritti astratti e condizioni concrete, reali, di vita. Lo scarto tra entità giuridica che possiede questi diritti e la forma di vita biologica, umana, che questi diritti vede negati.
    Questa, che sembrava una contraddizione evidente solo a chi parla il gergo dei filosofi, sembra divenire in maniera sempre più coerente patrimonio generale di un movimento di massa transnazionale.
    Da pugile, con molti anni di esperienza: colpire forte il bersaglio grosso alla lunga paga sempre. :-)

  129. @collettivo ma io intendevo i consumi mondiali e probabilmente sono stato conservativo con triplicati, il calcolo e’ semplice e’ la crescita aggregata capitalizzata, negli anni 90 i ritmi di crescita erano altissimi. la geopolitica e’ dominata dall’accaparramento di materie prime che sono vitali per la crescita. Su questo blog leggevo tempo fa della colonizzazione dell’immaginario riguardo alla crescita, ecco quella e’ la chiave, la crescita ripaga i debiti sovrani tramite le tasse e remunera il capitale investito nel sistema. Il paradigm shift piu’ impellente e’ uscire dalla dittatura della crescita dei consumi. Latouche, che spesso e’stato derubricato ingenerosamente come economista da campo hobbit ha ragione da vendere quando afferma che un paese che e’ costretto a crescere e non cresce e’ un dramma sociale mentre un paese che non e’ costretto a crescere e non cresce non crea danni.
    Tutto cio’ per ribadire l’idea che ristrutturare i debiti sovrani dei paesi in difficolta’ sarebbe vitale x permettere a questi paesi di non essere costretti a crescere. Dove poi la costrizione a crescere genera maggiore sfruttamento del lavoro, peggiori condizioni di vita ed un peggioramento ecologico del territorio

  130. @ raffaele

    ma non è Latouche (a prescindere dall’essere o meno d’accordo con tutte le sue tesi) a essere “derubricato come economista da Campo Hobbit”… Sono semmai gli ex dei Campi Hobbit (e i loro camerati di altri paesi) a strumentalizzare Latouche e il movimento della decrescita. Ormai il rosario delle prese di distanze e dei tentativi di chiarire è lungo assai… I post-fasci possono far questo, purtroppo, perché quel discorso e quel movimento hanno alcune debolezze e aporìe, e ogni volta che trovano uno spazio dove l’elaborazione è insufficiente, rossobruni e novidestri ci si infilano per seminare confusione e introdurre discorsi deliranti – tutti incentrati, di riffa o di raffa, sul “blut und boden”, i bei tempi di quando l’Europa era l’Europa etc. etc.

  131. @wuming1 got it ! verissimo molto facile per i “blood and soil” impossessarsi delle idee dei frugalisti !!

  132. @raffaele

    c’e’ tutto un mondo, che va dall’ agricoltura biologica alla lega del latte, dal kilometro zero alla difesa delle tradizioni popolari (tutti temi che, se declinati all’ interno di un discorso progressista, sono piu’ che ragionevoli), dove c’e’ spazio per inquietanti cortocircuiti ideologici.

    @wm1 e wm5

    credo che ci abbia gia’ pensato qualcuno :-) ma mi e’ venuto in mente che questa crisi, piu’ che in termini di “espropriazione di plusvalore”, andrebbe letta in termini di “accumulazione originaria”, come la intendeva rosa luxemburg (cioe’ come *costante* del capitalismo e non come preistoria del capitalismo).

  133. @pedrilla

    Hai ragione, non sono per niente crisi finali del capitalismo.

    Però sono gli spasmi, non ho idea di quanto ultimi, del capitalismo occidentale.

    Il capitalismo si è già riprodotto. E’ rinato in Oriente e in altri paesi dell’ex Terzo Mondo.

    Gli analisti, a cui picciono talmente tanto gli acronimi che le vecchie Brigate rosse gli fanno ‘na pippa, li definiscono Bric (Brasile, Russia, India e Cina).

    Sono però anche paesi in cui l’idea di costruire qualcosa di alternativo al capitalismo è ancora viva nella popolazione.

    Molti cinesi che si ribellano (non quelli che ci fanno vedere in Occidente) inneggiano, a torto o a ragione, a Mao.

    India e Brasile sono retti da governi “progressisti”, e più che al neoliberismo si ispirano alle socialdemocrazie europee di stampo novecentesco.

    La Russia è un caso a parte, ma pensare che ogni idea di cambiamento sia morta sotto le macerie del muro è semplicemente l’utopia coltivata dai governi occidentali.

    Poi ci siamo noi, i paesi dell’iperliberismo sfrenato.

    Qui ha ragione @Wu Ming 5: “il capitale non può affrontare diversamente la crisi greca”. Né nessun’altra crisi.

    Farlo vorrebbe dire mettere in discussione i dettami monetaristi, cioè le teorie economiche alla base del neoliberismo.

    Non lo faranno mai!

    Il sogno dei capitalisti europei è costruire un’Europa che prenda il posto degli Stati uniti, ma speculare agli Stati uniti.

    Non hanno alcuna intenzione di fare quello che, secondo loro, sarebbe un passo indietro: tornare agli stati sociali del secolo scorso.

    Sarà questo a fotterli. E molto probabilmente a fottere noi, che non potremo contare neanche sul privilegio della vaselina, che si terranno per loro.

    La crisi del 2007 in Europa è stata meno cruenta che negli Stati uniti proprio perché, seppur devastate, esistevano ancora delle politiche di welfare diffuso.

    Ciò ha permesso hai cittadini di non indebitarsi per continuare a consumare, almeno di non farlo nella misura in cui ciò avviene negli Usa.

    Sbaglia chi ritiene che questa crisi non abbia origini finanziarie.

    Non è questione di capitalisti buoni o cattivi.

    E’ questione di comprendere le dinamiche che hanno generato la crisi.

    Se si accetta il discorso che facevo nel post precedente, si è anche d’accordo sul fatto che nell’economia reale, più precisamente nei meccanismi di accumulazione, come diceva Tuco, vanno ricercate le cause della “finanziarizzazione”, ma non quelle della crisi.

    E’ vero, negli Stati uniti la crisi dai mercati finanziari si è diffusa all’economia reale. Ma perché le banche, devastate dalle turbolenze, hanno dovuto stringere i cordoni della borsa, non hanno più potuto finanziare i consumi privati come prima.

    E’ venuto fuori un limite strutturale delle economie che non concepiscono il welfare.

    In Europa continentale le banche non sono state devastate dalla crisi, almeno non nella misura in cui lo sono state quelle statunitensi.

    Per tre ragioni:

    – per cultura non sono molto propense a investire in spazzatura, anche se altamente remunerativa, come i loro colleghi anglosassoni. Sono comunque istituti che fino a qualche anno fa erano pubblici;

    – in Europa ci sono pochi casi di aziende che ambiscono a diventari semi-monopoliste globali, quindi anche la speculazione al fine di accumulare capitale monetario con quell’obiettivo è stata limitata;

    – l’esistenza di un welfare devastato ma diffuso ha impedito che i cittadini si indebitassero in maniera massiccia e anche per le quisquilie come nei paesi anglosassoni.

    Ora da noi la crisi si presenta in altre vesti che, guarda caso, mettono in discussione proprio alcuni meccanismi che hanno impedito che crollassassimo già nel 2007.

    Il debito pubblico, dicono, è figlio del welfare diffuso.

    Invece proprio quel welfare diffuso potrebbe permettere ai paesi in crisi di rilanciare i consumi e risollevarsi.

    Questo chi amministra la Bce e l’economia europea non lo capirà mai.

    Loro intravedono dei business dopo lo smantellamento totale del welfare.

    Due esempio su tutti: assicurazioni sanitarie e fondi pensione.

    Sognano maggiori profitti, avranno solo altre crisi, sempre più frequenti.
    Come gli spasmi di un moribondo.

  134. […] particolarmente calda, e noi di Mixtape abbiamo sentito il bisogno di contribuire nel divulgarlo. Qui il link […]

  135. @ Benedetto Pietraviva
    La tua analisi mi convince molto. Acnh’io sono convinto che la crisi 2007 sia fondamentalemnte finanziaria. Se proprio ci si vuole trovare una ragione economico/politica di lungo periodo va cercata nei metodi usati da greenspan per sfondare il blocco sovietico, anabolizzando l’ecomia grazie al pompaggio nel sistema di un sacco di moneta. Cosa che ha avuto come effetto inflazione spaziale ma solo su finanza e immobiliare. Pero` il bubbone gigante che e` esploso e` finanziario e aggiungerei legato alla deregulation scriteriata rifatta anche negli anni di Bush. Neanche Darth Vader si sarebbe inventato una cosa come i CDS fatti in quel modo.

    Riguardo i bricks devo dire che pur con le differenze mostrano che si puo` fare sviluppo e molto anche in un contesto non liberista.

    quando tu e wu ming 5 dite che il capitale non poteva rispondere in modo diverso alla crisi greca mi trovate in leggero disaccordo. Secondo me non ha voluto rispondere in modo diverso. Nello stesso modo ill governo greco trova come unica soluzione per migliorare il bilancio quella tagliare a casaccio, vendersi i porti e forse anche il partenone. Secondo me ci sarebbero possibilita` di dare una risposta diversa alla crisi greca e anche al declino delle economie occidentali. Mediante il welfare diffuso e un efficientamento sensato. Credo esista anche proprio un problema di incapacita` diffusa nelle classi dirigenti a pensare soluzioni intelligenti.

  136. @ wu ming 5

    Se ho capito bene la seconda parte del tuo intervento (ma non ne sono sicuro) credo che la differenza tra diritti astratti e quelli percepiti nel quotidiano (su cui mi trovi molto d’accordo) sia forse piu` una contraddizione della democrazia liberale che del sistema di produzione capitalistico. In realta` la storia ci ha dimostrato che sistemi capitalistici non necessitano della democrazia liberale per funzionare. Pero` non sono sicuro di avere capito.
    La terza sul bersaglio grosso invece e` chiarissima :)

  137. Si però un conto è dire che la crisi sia *anche* finanziaria (nessuno lo nega), un conto è capire le cause e gli effetti. Anche perchè se tale crisi fosse solo finanziaria – o fosse partita dalla finanza – basterebbe cambiare la finanza e il sistema si rigenererebbe da solo; oppure, come controprova, nel 2006 (o 2007), cioè appena prima della crisi, saremmo dovuti tutti stare benissimo e poi cadere in povertà con la crisi stessa. Niente di tutti questo è avvenuto, le condizioni materiali del consumatore medio occidentale non sono peggiorate di colpo da qualche crack finanziario, ma stanno scivolando su un piano inclinato prodotto dal capitale che non riesce più a generare profitto nei paesi industrializzati (qui entra in gioco la globalizzazione)

    E invece è in corso un processo di lungo periodo determinato da un impoverimento *materiale* dei lavoratori (o dei consumatori, dipende da quale lato la si voglia guardare), che, dopo anni di debito, hanno determinato un default degli istituti di credito, facendo cadere i consumi.

    Scusate se insisto, però se capiamo il problema intuiamo anche la soluzione, se non capiamo il problema non arriviamo mai a partorire soluzioni..

  138. Ecco, il lungo periodo non puo` essere ignorato perche` senno` si resta nel discorso dominante per cui ci sono storture che possono essere risolte mentre il sistema di per se` e` bbuono (un po` come Lillo, cit.)

    E invece no… l’eta` d’oro del capitalismo e` finita ormai piu` di trent’anni fa, e ci sono stati gli shock petroliferi, la crisi asiatica degli anni ’90, la bolla della new economy e tanto altro. Se tre indizi fanno una prova, qui abbiamo di che fare un processo blindato al capitale.

  139. Una cosa dovrebbe essere chiara.
    Economia e finanza non sono cose diverse. Sono le articolazioni del capitale da sempre e non sono distinte, se non come fasi, giacchè si innervano e si alimentano in ciclo simbiotico.
    I “marxisti”, qui, l’hanno ribadito di continuo e in molti modi.
    E hanno fatto bene.
    Non esistono complotti occulti della finanza. Esistono convergenze oggettive di interessi e strategie di gruppi ed entità diverse, anche molto diverse, che dirigono i flussi per ottenere convenienze incrociate e profitti altrimenti non raggiungibili.
    Permettono all’economia reale salti sostanziali, acquisizioni di beni finora inimmaginabili.
    Cosa consente alla Cina di comprare il Porto di Atene cash, per poco più di due miliardi di euro? Stiamo parlando con ogni probabilità del porto più grande del mediterraneo, una vera e propria città, con un volume di traffico incredibile.
    Si tratta di transazioni che fino a ieri erano impensabili, e le cifre anche fossero decuplicate sarebbero ridicole.
    La finanza, oggi, ricopre il ruolo equivalente ai “droni” delle ultime tattiche belliche. Dissodare dall’alto, senza presenza umana, il terreno. Dopo, sarà il turno della fanteria.
    Continuo a ritenere lo “sguardo strabico” essenziale per provare a comprendere i movimenti in corso, e mettere in prospettiva gli eventi e le loro conseguenze.
    Vorrei aggiungere una cosa, scartando all’improvviso verso le amate coste partenopee, sulla questione della “reductio ad camorram”.
    A me fa un po’ sorridere.
    E’ di certo chic nutrire comprensione e simpatia per ragazzini e spontaneisti che si danno da fare nei roghi quotidiani. E siccome sono stato uno dei “guagliuncielli” di quella terra, figurarsi se posso negare la mia, di comprensione. Miasmi. Insopportabilità.
    E’ però quantomeno ambiguo sorvolare sul fatto che è assai improbabile che una macchina che ha prodotto decine di miliardi, con nomi attori contractors gruppi filiere politico-economiche ben identificate, si rassegni a veder svanire questa montagna di denaro e potere con nonchalance.
    Con sportività.
    Noi possiamo chiamare tutto, Camorra. Oppure niente.
    Ho accennato al Sistema in un solo passaggio, e vi ho affiancato i general contractors non per caso. Ho fatto riferimento a un esercito straccione e disperato proprio perchè, in buona parte, non devi pagarlo, basta innescare la miccia, allungare ancora un po’ la paralisi.
    E’ proprio il motivo per cui, nel mio pensare velleitario, immaginavo comitati civici di zona, vicini che parlano con i vicini, in un ingaggio di prossimità, di confronto e cooperazione dove non prevalga l’istinto selvaggio.
    Organizzarsi ad esempio, rione per rione, per trasferire le giacenze dai luoghi più angusti verso punti di accumulo per favorire una raccolta più rapida e snella, e tenere sgombre la maggior porzione possibile di strade. O cominciare, subito, forme locali di differenziata per diminuire i volumi del quotidiano.
    In ultimo, e mi scuso ancora una volta per la lunghezza, è davvero patetico e di cattivo gusto l’invito di classe contro le “signore benissimo” che sostenevano De Magistris.
    Sarebbe interessante da parte di chi inoltrava l’invito, suggerirci con quale parte stare, oggi, per praticare l’altenativa proletaria.
    Lungi dal firmare al nuovo sindaco una qualunque cambiale in bianco, credo però davvero che il tempo dei fighetti debba finire, e che a tutti i livelli sia il momento di prendersi delle responsabilità. Tra cui anche quella di dare almeno una chance di aprire un ciclo nuovo.
    Agire e parlare in maniera chiara, una volta tanto.
    Chi si sente fico a rimanere sulla sponda del fiume, tenga conto che il cadavere che vedrà passare potrebbe essere il suo.
    L.

  140. @luca

    l’ immagine della finanza come flotta di droni che spiana la strada alla fanteria e’ perfetta.

    aggiungo un’altra considerazione.
    premesso che nei meccanismi dell’ economia e della finanza c’e’ qualcosa che confligge con la mia impostazione mentale di matematico, secondo me il punto e’ che il capitalismo, visto nella sua globalita’, e non isolando il singolo capitalista o il singolo monopolio, ha bisogno di una realta’ esterna che gli permetta di capitalizzare il pluslavoro. ha bisogno cioe’ di un mercato esterno in cui piazzare le merci, perche’ la base operaia non potra’ mai assorbirle tutte, visto che riceve in salario complessivamente una quantita’ di denaro inferiore al valore di scambio delle merci prodotte. questa realta’ esterna per secoli e’ stata quella precapitalistica, che occupava ancora buona parte del globo. nel momento in cui il capitalismo diventa globale, questa realta’ esterna deve per forza essere cercata… nel futuro. cioe’ nell’ indebitamento. le merci vengono vendute a “noi fra dieci anni”, ai nostri figli, ai nostri nipoti. “il futuro e’ diventato presente invecchiato” significa anche questo. la crisi scoppia quando il castello dei debiti crolla, ma la crisi serve anche a rimettere in moto il meccanismo dell’ “accumulazione originaria” (perche’ le privatizzazioni dei commons, dello stato sociale, ecc. sono una forma di espropriazione).

  141. Semplifico un po’ per esprimermi meglio. Per come lo capisco io, nel capitalismo ci sono e ci sono state mille sfaccettature, mille nuovi protagonisti e situazioni: la fabbrica, gli orari di lavoro disumani, i bambini al lavoro, la catena di montaggio, la spinta tecnologia, un ambiente devastato, la delocalizzazione del proletariato in paesi poveri, e ora l’energia verde, il precariato, i liberi professionisti, la finanza, il cognitariato, google, i suoi impiegati in skate in ufficio, la bolla dotcom, quella delle case, chissà magari quella dei bitcoin, dei social network, etc.

    Sono state tutte mosse fondamentali, o quasi. Mosse del capitale che gli hanno permesso di superare qualche barriera più o meno grossa che lo limitava e ne limitava l’accumulazione; mosse che hanno generato più profitti, a volte pazzeschi. A volte queste mosse hanno solo aspetti negativi, come i bambini in catena; altre volte hanno anche aspetti positivi, come le energie verdi.

    Chi accumula, tuttavia, se ne frega; i soldi non hanno odore; chissenefrega da dove vengano pluslavoro o plusvalore, se da una “magia” finanziaria, da un precario di 40 anni, un 20enne che cazzeggia su fb, un investimento di milioni di $$$ in tecnologie verdi (come google qualche giorno fa…).

    La finanza è solo una di queste mosse; molto violenta, subdola, ma una delle tante. Non feticizziamola, ma non sottovalutiamola neanche (e nessuno mi sembra lo stia facendo, eh); imho, non leviamole l’onore di caratterizzare questi anni e la loro politica socio-economica.
    Sistemare e regolamentare la finanza, vorrà dire sistemare e regolamentare la finanza. Punto. Non vorrà dire porre fine al capitalismo e al suo sfruttamento più o meno palese. Vorrà bloccare certe fonti di plusvalore e aprirne di nuove.

    Ciao :)

  142. Infatti. Il debito è ‘colonizzazione del futuro’.
    Con il pregio ulteriore di retroagire in maniera pesante sul presente.
    L’intera, colossale, architettura dei ‘derivati’ si basa su questo.
    Acquistare quote crescenti di tempo a venire su singoli spazi, o luoghi, sia della produzione che fisici, addirittura geografici.
    La crisi, lungi dall’essere un complotto ma un enorme campo di forze, serve anche per la messa a valore, e per anticiparne l’alienazione, di entità e beni finora ritenuti indisponibili, sebbene di chiara proprietà pubblica.
    Mi spiego terra terra.
    Per il diritto comune un po’ dappertutto fino ad appena dieci anni fa, sebbene fosse del tutto chiara la proprietà dello stato italiano del Colosseo, si riteneva non nella disponibilità del medesimo stato la possibilità di venderlo tout court. Giacchè appunto vi era una mediazione non aggirabile con le generazioni future, proprio circa la disponibilità di quei beni.
    Lo Stato ne è proprietario. Deve mantenerli, e per farlo può ricorrere a diverse strategie economiche e di partnership. Ma non può alienarli.
    Adesso il salto è pressocchè compiuto.
    La Grecia deve vendere il Partenone. Perchè non se lo può più permettere.
    Un bel salto. Che arriva fino ai fiumi, alle fonti, alle coste.
    Poi dice che uno si butta a sinistra.
    L.

  143. @Redview

    Riconosco le tue conclusioni più delle premesse.
    Ribadisco quanto detto da più parti e ribadito su da Luca: la finanza è questa economia, questa economia mastica finanza (e caca morte).

    Il sacrificio, il “gambetto” finanziario, non è parte di una strategia consapevole di scacchi – questa o quella mossa–, ma la naturale espressione di un mostro a più teste: si muovono in diverse direzioni per sbranare ovunque, nello spazio e nel tempo, assumono decisioni contraddittorie, eppure finalizzate alla sopravvivenza, all’accumulazione, all’espansione del suo intero corpo.

    Con questo, per questo, in questo, “addrizzare la finanza” appare un discorso velleitario – come da tue conclusioni.

  144. la finanza e’ una declinazione del capitale e’ il suo braccio armato e’ il suo accelleratore la sua derivata seconda. Il default greco sarebbe la sua sconfitta della finanza perche’ la grecia non dovrebbe piu’ vendere i suoi beni comuni e le banche resterebbero private. La battaglia greca e’ la madre di tutte le battaglie perche’ e’ un test per capire se la forza della popolazione riesce a bloccare i tecnocrati a servizio del capitale. Se passano il piano di austerity greco e la nostra finanziaria bluff ci sara’ un nuovo trasferimento di ricchezza dal pubblico al privato, vendita di assets per pagare coupons al capitale parassitario.

  145. @Christiano

    Sono d’accordo con te e con Luca appena sopra! Qualche commento fa scrivevo così: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=4575&cpage=2#comment-6590 , proprio per cercare di rispondere a Militant Blog che invece mi sembra restio a centrare il discorso odierno sulla finanza.

    Con le mie premesse volevo cercare di piazzare la finanza tra i vari colpi di coda del capitalismo; colpo di coda che caratterizza l’economia stessa oggi.

    Poi certo, la finanza si sviluppa su una base tecnologica, hardware e software, che è caratterizzata dalle note dinamiche di sfruttamento (meno note forse quelle del software, ma tra questo post e quello sulle Note al referendum ne abbiamo parlato molto). Senza questa base economica più classica non esisterebbe.

    Ciao :)

  146. Le cause che hanno portato alla supremazia della finanza sono direttamente imputabili alla necessità di velocizzazione di accumulazione del capitale da parte del capitalismo, il quale, ha dato risposta soddisfacente alla crisi derivante dai mancati sbocchi di vendita delle merci del “capitalismo monopolistico” della fine degli anni ’80. La globalizzazione è stata la prima risposta alla pressante domanda di welfare state. La delocalizzazione ha permesso di accrescere esponenzialmente il plusvalore, usando forza lavoro a basso costo e mantenendo il livello di investimento del capitale costante con relativo incremento vertiginoso del profitto. Esso ha creato strutture capitaliste iperconcentrate, consentendo regimi di oligopoli per ogni mercato. L’iperaccumulazione non era gestibile attraverso investimenti in asset reali e in forza lavoro, pertanto per il capitalismo è necessario trovare uno sbocco a tanto “potenziale” e crea le strutture dei derivati e della leva finanziaria, una struttura economica parallela, la quale si potrebbe definire a livello sistemico come un’onda sinusoidale ad alta frequenza: crisi costanti e ravvicinate, bolle sistemiche.

    La crisi recente ha permesso una nuova rivoluzione del capitalismo, la socializzazione delle perdite degli istituti bancari negli Stati Uniti è da considerarsi come il tentativo del capitale di mantenere il suo involucro intonso, la struttura democratica non deve essere messa in discussione, è necessaria al suo sviluppo e va salvaguardata con ogni mezzo possibile.

    In Europa la distruzione del welfare State è un processo in atto da vent’anni ormai, al capitalismo è concesso di accedere addirittura a capitale pubblico da investire delocalizzando, ovvero uno Stato incentiva gli investimenti privati nel suo paese o investendo denaro pubblico o con una bassissima pressione fiscale (caso Irlanda). Questo può addirittura essere causa di ricatto per pressioni al welfare appunto (caso Marchionne/Fiat).

    Il processo del Capitalismo porterà ad una crescente accumulazione e conseguente concentrazione del capitale, attraverso processi di fusione sfrenati e la nascita di nuovi mercati derivanti dalla svendita di asset statali ai grandi fondi d’investimento, con o senza consenso!!

    @ Wuming1,
    quando si parla di “che fare” non si prende mai in considerazione il fatto che esistano partiti extraparlamentari di ispirazione marxista che hanno radici nel territorio. Perchè?
    La domanda è provocatoria volontariamente, personalmente ho una mia idea già divulgata ad amici, conoscenti ecc. ecc, vorrei solo sentire un tuo parere.

    P.s. complimenti per il blog, per le vostre scritture, per i vostri libri e per quello che potenzialmente sareste in grado di fare.

  147. @Redview

    Stiamo tutti cercando di “ri-introdurre nel discorso (e nelle lotte) la *critica del bersaglio grosso*” (cit. WM1).

    Sai, non mi pare che il discorso di Militant fosse in disaccordo, piuttosto è uno spostamento di accento sui rapporti di produzione, sfruttamento e consumo. Credo che invece convenga – come altri – all’idea che, nella sussunzione reale in senso classico, la sottrazione del *tempo* alla “classe mondiale”, si accompagni al divorarne il futuro per indebitamento.
    Percorso coerente, nelle trasformazioni del processo produttivo, con le categorie marxiane dei Grundrisse.

    Il piano inclinato su cui si muovono “le condizioni del consumatore medio” continua a restare inclinato sotto il peso di queste trasformazioni e dei meccanismi finanziari. Non se ne vede la fine.

    Non si vede un punto x0 di minimo per cui la derivata della funzione in x0 risulti nulla (per buona pace e soddisfazione dei commentatori matematici che pare siano qui numerosi).

  148. @christiano

    guarda, io sono un matematico: secondo me cercare di applicare un ragionamento matematico rigoroso all’ economia e alla finanza e’ come cercare di inculare un gatto (cit. da bukowski)

  149. @Tuco

    Ottima cit.
    Era ovviamente una boutade: tutt’altro che un tentativo rigoroso, ne avevo lette tante…

  150. L’idea che un giorno possano vendere Pompei ad una multinazionale cinese mi fa accapponare la pelle.

  151. @Ekerot

    Un giorno? Qua stanno già facendo le prove generali. Valle Piola non sarà Pompei, ma…: http://goo.gl/GDvJ2

  152. @ Christiano

    Grazie per le risposte. Credo siano solo accenti diversi come dici tu; ho inteso male io. :)

    E poi, tanto per continuare sulla boutade matematiche: le derivate seconde, cavolo, le derivate seconde! :P Punti di minimo o di massimo? Equilibri stabili o instabili?! ;)

    Ciao

  153. il meccanismo usato dalla camorra sui rifiuti e dal *mondo finanziario* sul debito greco e’ molto simile. Sui rifiuti si crea l’emergenza con la monnezza x strada e per combattere l’emergenza arrivano capitali senza vincoli di controllo, sui debiti sovrani si specula al ribasso con svariati strumenti derivati, si ottiene un rialzo di rendimenti dei titoli sotto attacco, lo stato sotto assedio e’ costretto ad emettere a dei tassi usurai per rispettare il proprio programma di emissione( la grecia a seconda delle scadenze rende fino a 1500 bp sopra il tasso interbancario) .Le emissioni vengono tutte sottoscritte da player professionali, a quel punto scatta l’emergenza default come * l’emergenza monnezza* e arrivano tutti BCE , fondo monetario topolino e pippo a suggerire al paese in emergenza manovre lacrime e sangue e dismissioni degli ori di famiglia. Se l’emergenza rientra chi ha comprato i titoli si fa’ il culo d’oro e i coupon li paga la collettivita’ se c’e’ un default c’e’ un cortocircuito del mondo finanziario e il conto lo pagano tutti sopratutto le banche.

  154. @ raffaele non ho capito bene come funziona. Dici che e` per i derivati che cresce lo spread dei bond greci? E chi compra questi derivati guadagna quando arriva la BCE e IMF a evitare il default o se c’e` il default?

  155. Leggere John Frusciante è sempre uno spettacolo!!!
    Ne vorresti sempre di più! :-D

    E ha pienamente ragione quando dice che il mercato finanziario non è qualcosa di distinto dal resto dell’economia, ma ne è parte integrante.

    @Militant

    Hai ragione quando dici che i capitalisti non riescono più a generare profitto nei paesi occidentali.

    Anch’io parto dallo stesso presupposto e sono convinto come te che sia quella la ragione alla base del processo di globalizzazione.

    Ma questo non è in antitesi col dire che è stato il mercato finanziario a generare la crisi del 2007.

    I mercati finanziari hanno marciato a quel ritmo proprio perché erano il contesto nel quale si accumulava capitale monetario per poi acquisire, o creare dal nulla, altre unità di produzione, soprattutto all’estero.

    Le ragioni della crisi credo affondino nella realissima ambizione a crescere, anche fisicamente, delle multinazionali.

    Penso sia stata quell’ambizione a portare i mercati finanziari a funzionare in un certo modo e poi a crollare.

    Poi condivido quando dici che è un processo di lungo periodo che tra gli altri obiettivi ha anche quello, premessa per tutti gli altri, di indebolire i lavoratori.

    Ma per fortuna, tra alti e, nostro malgrado, bassi , un minimo di resistenza riusciamo ancora a opporla. Cosa che fa diventare il processo ancora di più lungo periodo…

    @pedrilla

    Le politiche di Greenspan, che quando diventa governatore ha già quasi in tasca la caduta del blocco sovietico, certamente hanno prodotto inflazione. Ma non credo sia corretto dire che questa abbia toccato solo l’ambito finanziario e immobiliare.

    Le conseguenze nefaste si sono diffuse all’intera economia, e hanno segnato, per sua stessa ammissione, di Greenspan intendo, la fine dell’ideologia monetarista

    @Tuco @Christiano

    Il monetarismo usa la matematica esclusivamente per dare una parvenza scientifica alle proprie teorie.

    Ma in economia si può fare un uso della matematica molto più utile ed elegante . ;-)

    Mo’ però non chiedetemi di spiegare qualcosa di quello che ho linkato. Non ci ho capito un cazzo di tutte quelle formule… :-D

    @Miche

    Non te ne fregherà un emerito, almeno non quanto un parere di Wu Ming 1.

    Ma io ai partiti comunisti preferisco di gran lunga i communist party ! :-D

    @tutti

    Scusate se vi sto spaccando le palle…

  156. Ah! Dimenticavo

    @miche

    Sei proprio convinto che il capitalismo abbia un bisogno vitale di “salvaguardare la struttura democratica”?

    Forse perché sono miope… Ma io vedo un progressiva cancellazione di diritti che la democrazia dovrebbe garantire…

  157. […] Ovviamente le notizie in tempo reale si continuano a seguire su twitter. In Italia la speranza e` la Val Susa, e domenica 3 luglio ci sara` una manifestazione nazionale. Poi c’e` anche il fronte napoletano, abbastanza caldo, dove seguendo il discorso che fa Luca su Giap si sta sperimentando la Grecia (Napoli e` la Grecia che gia` siamo (Una guerra civile per gli anni Dieci)) […]

  158. @pedrilla il meccanismo e’ semplice ci sono due mercati paralleli, quello delle obbligazioni statali di ogni paese ed un mercato derivato di credit default swap sul paese, il *CDS* e’ una sorta di assicurazione sul fallimento di un paese che puoi comprare per coprire la tua esposizione al paese stesso oppure per speculare sul fatto che il credito del suddetto paese si deteriori. Negli ultimi anni il mercato dei derivati ha assunto proporzioni gigantesche e traina il mercato reale delle obbligazioni. Ogni stato sovrano ha poi un piano di emissioni obbligazionario periodico ed ogni mese e’ sul mercato per vendere i suoi bonds. Il tasso che garantisce (rendimento) e’ legato al mercato secondario ed al livello del cds. un esempio l’italia ora emette a +di 2% sopra la germania, l’anno scorso era 1% sopra, ora questa differenza e’ un costo netto per lo stato italiano. I titoli greci hanno un rendimento del 15 % superiori a quelli tedeschi. Ora chi detiene i bond greci comprati a questi rendimenti se la situazione si normalizzasse farebbe un capital gain abnorme.La normalizzazione potrebbe avvenire solo se la Grecia *vendesse i gioielli di famiglia o facesse manovre finanziarie monstre* per ripagare il debito. Questa e’ la trappola greca e il popolo greco sta’ combattendo contro questa soluzione .
    E poi c’e’ il what if cioe’ cosa succederebbe se la grecia uscisse dall’ euro e ci fosse il default, che e’ quello che terrorizza il sistema bancario e politico europeo.

  159. Rubo da Raffaele, da wuming2, da tutti.

    Il Mercato, nella sua dimensione retorico-teologica, è il What If. Anzi, il campo semantico-religioso generato dai tanti what if che ingoia la scena pubblica, la fagocita.
    Ciò che Karl Rowe, mefistofelico quanto ottuso spin doctor dei Bush, chiamava il film. The Movie.
    “E mentre voi passate il vostro tempo a studiarlo, noi stiamo girando il prossimo.”
    Ce la farà? Non ce la farà?
    E’ in questo scarto narrativo, in questa cornice di senso indotto, che si colloca la tossica favola greca.
    La domanda non conta. E nemmeno la risposta, che tutti conoscono.
    Conta invece il tempo di dominanza che quella domanda ha sulla scena. Perchè quello è il tempo dentro cui si colloca ciò che noi chiamiamo ‘speculazione’. Cioè lo spostamento di flussi consistenti da un margine all’altro di un what if finanziario.
    Dentro le infinite oscillazioni, e fibrillazioni, di questo pendolo, e sul perdurare dell’incertezza, stanno gli enormi profitti basati sugli “spread”.
    Anche i posacenere e le piastrelle dentro le borse e le banche di tutto il mondo sanno che in nessun caso la Grecia potrà rientrare del debito con le tappe stabilite ora.
    Puoi fare le finanziarie che ti pare, puoi vendere tua sorella agli sceicchi, non ci salti fuori comunque.
    Se hai una rata di tremila euro al mese da pagare e ne guadagni ottocento, c’è poco da grattarsi in testa.
    Ce la farà? Non ce la farà?
    Ancora due mesi, dài.
    Più dura il giochino, più si allarga la forbice degli spread, più si banchetta sui margini.
    Ma le voragini si allargano, si approfondiscono.
    Così, “when the bubble bursts” il tonfo si fa più pesante, la caduta più rovinosa.
    Il popolo greco dovrà meritarsi l’Oscar, per uscire vivo dalla pellicola.
    L.

  160. @ Benedetto Pietraviva

    un parere di tutti è graditissimo, non essendo assiduo frequentatore della rete, per deformazione mentale se l’autore del blog è tizio, mi viene da chiedere un parere a tizio =)…o almeno inconsciamente è quello che faccio, effettivamente è una cosa su cui migliorare.

    Per quel che riguarda il secondo quesito, la mia definizione di democrazia è molto vicina a “cancellazione dei diritti”, poichè essa non è altro che l’apparato politico e la struttura sociale del capitalismo, strumento necessario al suo mantenimento.
    Per approfondire ti rimando ad alcune disquisizioni nell’ambito della matematica applicata all’economia e più in particolare sull’impossibilità di ottenere un ottimo parietario attraverso il liberalismo (questo concetto è stato dimostrato matematicamente dal premio Nobel per l’economia del 1998 Amartya Sen, prendendo spunto dal paradosso di Condorcet e quindi dal teorema di Arrow, Nobel del 1951 appunto Kenneth Arrow).

    Si dimostra nel Teorema di Arrow l’impossibilità di giungere all’ottimo parietario attraverso il voto maggioritario tipico della democrazia rappresentativa.
    http://it.wikipedia.org/wiki/Teorema_dell'impossibilit%C3%A0_di_Arrow

  161. errata corrige
    ottimo paretiano

    ho fatto un mix tra paritario e parietano,

    “neologismi” =)

  162. Chiedo venia per la latitanza, ma non riesco piu’ a seguire il thread con la dovuta attenzione. Ci vorrebbero intere giornate per seguire e leggere tutti i link proposti, tenendo presenti tutti i livelli, le competenze specifiche richieste… Tempo che purtroppo non ho, perche’ *sepolto di lavoro* :-( Del resto, ci volete anche come scrittori, non solo come blogger, giusto? :-)

  163. Ma un singolo stato nazionale europeo, uno dei PIGS per intenderci, cosa può contro tutto questo? Se anche in Grecia cadesse il governo e una coalizione comunista vincesse le elezioni con la maggioranza assoluta, come se ne uscirebbe? O, altro modo di girare la stessa domanda: dopo il default e la cacciata dall’euro, che cosa capita?

    Se il default è inevitabile allora IMHO bisognerebbe dichiararlo subito, e dichiarare incedibili i “gioielli di famiglia”. Se le banche e la finanza trattano intere nazioni e continenti come se fossero imprese allora le nazioni dovrebbero rispondere come tali, dichiarare bancarotta e non pagare più un cazzo. Ma poi cosa capita? Viene giù Mario Draghi con Equitalia a pignorarci i monumenti? Cosa capita?

  164. @ wu ming 1

    bè sicuramente hai dalla tua il fatto che “verba volant scripta manent”…per lo meno hai una fonte sempre a portata di mano da cui poter intraprendere un percorso anche stimolante magari.

  165. @ Miche

    “stimolante” pure troppo! Già nei giorni scorsi ho speso i ritagli di tempo riprendendo in mano il “Capitolo VI inedito” del Capitale e il “Frammento sulle macchine” dei Grundrisse (questa è la mia idea di… “relax”!), se adesso mi facessi trasportare da tutti questi input, cannerei tutte le scadenze di consegna e tutti gli impegni in famiglia!

  166. @uominpolvere tecnicamente il loophole nel quale si muove la speculazione e’ quello di un sistema di cambi fissi con politiche fiscali asincrone, crescite divergenti e stock di debiti differenti, questo e’ il difetto originario. Se un paese esce dall’ € svaluta la moneta fa’ salire l’inflazione e monetizza (riduce il debito) oppure fa’ default come l’argentina.
    la svendita dei gioielli e’ secondo me una ferita mortale ad un paese e’ il noto *asset stripping* di beni comuni nel quale (reti, porti,aziende pubbliche, isole e spiaggie ecc) vengono venduti per andare a pagare il debito pregresso ed a remunerare il capitale prestato a strozzo. In Italia penso che il prossimo governo fara’ una patrimoniale dato l’alto (ancora per poco) livello di risparmio nostrano.
    @luca il what if secondo me e’ quello x cui dobbiamo lottare, stravolgere le vecchie traiettorie e cercare soluzioni nuove e per usare un leninismo fare “concreta analisi di circostanze concrete” e osteggiare i conservatori dello status quo in tutti i modi.

  167. @raffaele in Italia la patrimoniale (quella vera) se non sbaglio oggi come oggi la propongono i partiti comunisti. Il Pd ne parla ma temo abbia in mente qualcosa di diverso. Secondo me non è nemmeno detto che il prossimo governo la faccia veramente, potrebbero pure passare direttamente all’asset stripping senza neppure intaccare seriamente i grossi patrimoni privati. Difatto, è quello che fanno da vent’anni, se tra gli asset ci metti lo stato sociale (e non vedo perché non si dovrebbe mettercelo).
    Ma invece un default all’islandese? Perché nessuna forza politica inizia a parlarne? E’ “solo” troppo fuori dall’orizzonte narrativo comune o ci sarebbero difficoltà tecniche insormontabili?
    Il mio parere da completo ignorante in materia è che l’Italia è un erbivoro troppo grosso, lento e imbrancato per poter perseguire quella strada ora. A meno che il resto del branco o buona parte di esso (gli altri paesi europei) non si metta anch’esso a lottare verso quella direzione. I cittadini dovranno lottare duro per difendere i propri asset ma ci vorrebbero anche forze politiche coraggiose con soluzioni nuove. In Italia pare che manchino del tutto. Però anche in Islanda se non sbaglio era così (http://www.nexusedizioni.it/apri/Notizie-dal-mondo/Ultimi-articoli/Nessuna-notizia-dall-Islanda/): in parlamento non c’era nessuno che parlava di default, e la nuova costituzione la stanno scrivendo cittadini che non appartengono ai partiti. Purtroppo temo che sarà lo stesso, o che sarà peggio, anche da noi. La classe politica italiana, al completo, non muoverà un dito contro i rapaci. E nel contesto italiano, con un bottino ben più succulento, e una società molto meno coesa, sarà ben più difficile che i cittadini da soli riescano a sfuggirgli.

    Ripeto: io ci capisco poco o niente di tutto questo, abbiate pazienza se ho cannato in pieno.

  168. Ragazzi, stiamo più attenti alle fonti che linkiamo/citiamo, cazzo, ma l’avete visto ‘sto sito di Nexus Edizioni? Ci saranno pure luoghi meno farneticanti dove trovare informazioni sull’Islanda… Anche perché, in una simile cornice, uno dubita di qualunque cosa legga.

  169. Finchè continueremo a ragionare su default, crediti swaps, bond, moneta, inflazione non capiremo mai nè da cosa è stata originata questa crisi, nè come uscirne.
    Infatti, paradossalmente, dice bene Uomoinpolvere
    “Ma un singolo stato nazionale europeo, uno dei PIGS per intenderci, cosa può contro tutto questo? Se anche in Grecia cadesse il governo e una coalizione comunista vincesse le elezioni con la maggioranza assoluta, come se ne uscirebbe? O, altro modo di girare la stessa domanda: dopo il default e la cacciata dall’euro, che cosa capita?”

    Ecco, continuando a ragionare con gli strumenti del capitale e con le linee mentali e culturali che il capitalismo ha imposto non possiamo trovare una via d’uscita che non sia già stata predisposta dal capitale. E infatti, per il capitale la via d’uscita è riformare la finanza, e ovviamente noi che abbiamo da dire su queste cose? Niente, ovviamente, se non pallide proposte riformiste che il capitale è ben felice di accogliere. Ma, più che altro, non avremmo strumenti per incidere, perchè continuiamo a porci come alternativa facendo però discorsi che invece sono completamente “dentro” alla logica capitalista.

    Se invece iniziassimo a capire che questa crisi – economica – deriva dall’impoverimento generale dei lavoratori-consumatori occidentali (e non che i lavoratori si sono impoveriti *dopo la crisi*, la crisi ha solo accentuato il piano inclinato), allora il “governo di coalizione comunista” non è che non avrebbe mezzi, ne avrebbe a sufficienza, partendo dal presupposto che per uscire dalla crisi è necessario riequilibrare il rapporto fra lavoro e profitto. Oggi è a un livello sproporzionato anche nelle stesse logiche del capitale. Il lavoratore, lavorando le stesse 8 ore di 40 anni fa, produce enormemente di più. E questo di più non è “innovazione tecnologica”, è sfruttamento mano a mano estrorto al lavoratore, determinato dall’assenza di conflittualità lavorativa che nel corso degli anni belli aveva riequilibrato la situazione in favore dei lavoratori. I rapporti di forza sono cambiati e con questo anche lo sfruttamento (cioè la quantità di plusvalore che il datore di lavoro riesce a carpire dal lavoratore), determinando un impoverimento dei lavoratori.

    Anche compatibilmente al sistema capitalstico, far riacquistare potere economico ai lavoratori (diretto, tramite i salari, e indiretto, tramite i servizi e lo stato sociale) significherebbe riequilibrare il sistema e dunque riavviare i consumi, quindi aumentare la produzione, quindi ridurre la disoccupazione, quindi aumentare il tenore di vita della gente. E’ addirittura una manvora riformista, ma partendo da un ottica comunista e non riformista.

    Ad oggi il capitale non ha per nulla interesse a intraprendere questa strada, perchè il consumatore occidentale lentamente (molto lentamente) verrà sostituito in futuro dal consumatore orientale, quindi cinese, indiano, etc…tutto questo però determinerà in questi anni un lento peggioramento delle nostre condizioni di vita.

  170. @ Militant Blog

    Scusa se insito, ma il tuo discorso è interessante ma credo di non capirlo.

    Se qui si parla, e se io ho parlato, di finanza è perché il protagonista assoluto dell’economia di oggi è la finanza; la finanza poggia su base tecnologica, diciamo, legata ad un’economia classica, proletariato, e una meno classica, cognitariato; hardware e software, rispettivamente. Come base economica classica, intendo un’economia capitalista in cui il plusvalore è estratto dal pluslavoro dell’operaio (Marx). Ok.

    La finanza è protagonista e permette di creare profitti pazzeschi; a quanto pare, nella sfera della circolazione (-> come io capisco Marazzi).

    È possibile che la finanza verrà sistemata dal capitale; questa sistemazione è la “solita” barriera che il capitale incontra e che deve superare. La finanza si sistema, e il capitale trova nuove vie. Si rimane comunque nella logica del capitalismo. Credo che nessuno (?) qui sostenga che ‘sistemare la finanza’ == ‘fine del capitalismo’; come ‘fine del capitalismo’ intendo la fine dei rapporti di sfruttamento tra classi (perché, come detto prima, alla fine anche alla base della finanza c’è una base classica).

    Dire tutto questo, e magari nominando altri concetti tipo bond/swaps che io non nomino perché non capisco a fondo, è imho fondamentale per capire cosa sta succedendo. Non per risolvere, ma per demistificare.
    Infatti, tutto questo ragionamento fatto è dentro le logiche del capitale, ovviamente. Tuttavia, smascherare queste logiche è imho fondamentale, e va contro la logica di mistificazione e feticizzazione del capitale (e dello spettacolo). Ben venga questo ragionamento, quindi.

    Io non capisco bene quello che tu proponi, come tu proponi di ragionare.
    Proponi un ragionamento che sia al di fuori delle logiche del capitale? Qual è? È forse quanto scrivi qui?
    —quote—
    “Anche compatibilmente al sistema capitalstico, far riacquistare potere economico ai lavoratori (diretto, tramite i salari, e indiretto, tramite i servizi e lo stato sociale) significherebbe riequilibrare il sistema e dunque riavviare i consumi, quindi aumentare la produzione, quindi ridurre la disoccupazione, quindi aumentare il tenore di vita della gente. E’ addirittura una manvora riformista, ma partendo da un ottica comunista e non riformista. ”
    —end quote—

    Se così fosse, questo ragionamento mi sembra assolutamente all’interno delle logiche del capitale; all’interno non meno del mio (e di altri!) fatto sopra. Parli di ottica comunista: anche i ragionamenti sopra sulla finanza erano da un’ottica comunista e di demistificazione. La demistificazione, tra l’altro, non la vedo nel tuo ragionamento: consumi, produzione (=> sfruttamento), disoccupazione, tenore di vita (=> diritti borghesi?), tutti concetti assolutamente capitalistici.

    Cosa mi sfugge?

    Sono stato un po’ lungo, soprattutto perché ho ripetuto cose già scritte qui da me e da altri. Scusate. Spero di essere stato chiaro però! E voglio anche essere chiaro che questo mio commento è mosso dalla voglia di capire meglio il tuo commento e ragionamento, che mi ha interessato da subito. :)

    Ciao

  171. @ Collettivo Militant

    Ho scritto ‘@ Militant Blog’, ma mi riferivo a voi. Scusate. :)

  172. Eilà, allora, aspetta. Non sto per nulla disconoscendo il ruolo fondamentale che la finanza ha nel capitalismo e nel neoliberismo attuale, come moltiplicatore di capitali, come strumento per riallocare risorse e via dicendo. Questo è evidente, mica ho detto che la finanza non esiste o non è importante, figurati.
    Solo che ho notato, non solo qui ma un pò ovunque, la tendenza a concentrarsi sull’aspetto finanziario credendo che modificando, riformando o abolendo l’aspetto finanziario automaticamente si migliori o si riformi il capitalismo stesso. (Perchè, nonostante il bersaglio grosso del cambio di modello economico, dobbiamo porci anche il problema di una riforma sociale del capitalismo stesso, per evitare di parlare di cose surreali)

    Inoltre, ho/abbiamo (scusa, qui parlo a livello personale di cose che abbiamo elaborato come collettivo quindi ogni tanto confondo i piani) rilevato come ci si concentri veramente troppo a capire come la finanza abbia creato questa crisi, mentre secondo noi la finanza ha avuto “solo” il ruolo di amplificare dei sintomi che però erano già evidenti nell’economia reale e ben prima del 2007/2008, quando sarebbe scoppiata questa crisi.

    Insomma, il lavoratore costretto a produrre sempre di più, in condizioni lavorative sempre peggiori, che lentamente perde pezzi di reddito e si ritrova impoverito, che trova sempre più difficilmente lavoro, che quando lo trova lo trova precario, insomma tutte queste caratteristiche che fondano lo sviluppo economico moderno cosa c’entrano con la finanza? Non è la finanza che stabilisce le regole del gioco, non è la finanza che determina i livelli di precarietà lavorativa delle persone.
    La finanza subentra nel livello successivo: l’economia crea enorme plusvalore, una quantità immensa di capitali, la finanza mobilita e sposta quella grande massa di plusvalore che producono i lavoratori sempre più sfruttati, il grande capitale che una volta veniva ripartito (sempre disegualmente ma meno che oggi) nella società e che oggi invece è sempre più polarizzato.

    Ora, rispetto invece a proposte che sono dentro o fuori una logica capitalista, il mio discorso era più o meno questo: una riforma del modello di produzione e di distribuzione della ricchezza avrebbe effetti benevoli anche all’interno di un’economia capitalista standard (come lo sono tutte le economie del mondo in questo momento, al di là del grado di liberismo o di statalismo presente nei vari contesti).

    Insomma, per essere veramente riformisti bisogna essere rivoluzionari, fare paura al sistema, costringerlo a cedere terreno per evitargli la sua fine ingloriosa. Senza paura, senza lo spettro di un possibile regime-change, il sistema economico non ci concederà mai nulla. Se invece partiamo noi, da subito, senza tentare la mediazione, con proposte riformiste, non andremo molto lontano.
    Ecco perchè riformare la finanza è una parola d’ordine che difficilmente spaventerà il sistema, perchè il sistema è già pronto a riformarla di suo, per evitare che riaccada ciò che è accaduto con la crisi.
    Ciao…

  173. Scusate per la fonte linkata prima, ho il brutto e pericoloso vizio di leggere i post senza fare attenzione al contesto in cui sono inseriti, me lo devo togliere al più presto.

    Mi ritrovo molto nell’analisi del Collettivo Militant. Le domande che ponevo erano interne alla logica capitalistica e alla narrazione finanziaria e sono d’accordissimo sull’esigenza assoluta di superarle entrambe. Resta il fatto che quella è la logica e la narrazione di chi detiene il potere oggi, quelle sono le “parole d’ordine” e gli imperativi che vengono posti ai governi e che i governi rimandano alla società. Demistificare è il primo passo necessario. Poi bisogna rispondere, nel concreto, a questi imperativi. In maniera rivoluzionaria, sono d’accordo anche su questo. Sono d’accordo sul fatto che la finanza non ha creato la “crisi” e che il problema *nasce* nell’economia reale capitalista. Ma il plusvalore creato dallo sfruttamento, a quanto ho capito, si è *spostato* sul piano della finanza, è lì, da lì bisognerà pure riprenderselo. Le mie domande di prima vertevano, in maniera poco chiara, proprio sul come riprenderselo. Temo che non sarà sufficiente rivoluzionare i rapporti di produzione o minacciare di farlo. Bisognerà anche capire come fare a riprendersi quel capitale, quel plusvalore, totalmente sottratto al controllo. Oppure no? Oppure sbaglio? E’ molto probabile che sbagli, vorrei capire dove.

  174. @ Collettivo Militant

    Grazie mille per la risposta; capisco. :)

    @ uomoinpolvere

    Qualche mio pensiero molto nebuloso. :)
    Io credo che il plusvalore in senso stretto sia frutto di sfruttamento nell’economia reale capitalista, cioè derivi dal pluslavoro. Questo pluslavoro, insieme al lavoro, produce merci (valore d’uso, valore di scambio).
    Il plusvalore nella finanza è strano perché non corrisponde ad un pluslavoro, non corrisponde alla produzione di merci con valore d’uso e valore di scambio. Infatti questo plusvalore finanziario si crea nella sfera della circolazione; o così sembra.

    Riprendersi il plusvalore derivante da pluslavoro, credo sia sinonimo di fine del capitalismo, in quanto segnerebbe la fine dello sfruttamento e della possibilità di qualsiasi processo di accumulazione da parte del capitalista.

    Ciao

  175. @redview & Militant

    Io questa magia della creazione di plusvalore dalla circolazione non l’ho mai capita, ma sicuramente è un limite mio.

    Io sono per la fine del capitalismo :-); detto questo stavo blaterando di “riprendersi” il plusvalore allontanato nelle sfere della finanza, non di rimetterlo in tasca ai lavoratori direttamente (oddio, sarebbe bello) ma almeno di riportarlo alla portata dei governi e delle tasse. Io non credo che si sia creato da sé, credo che sia capitale accumulato con lo sfruttamento e “allontanato” dalle mani dei governi e dalle tasse (cioè appunto dalla redistribuzione) accumulato in somme tali da poter condizionare i governi stessi, prestato alle nazioni in gran quantità col fine di comprarsele e di pignorare i beni collettivi. In questo senso sono d’accordo con Militant (se ho capito bene): è accumulazione capitalista. Non sono però speranzoso sulla volontà del capitale di riformare questo sistema. La finanza è proprio il meccanismo che consente questo al capitale, quello che gli consente di accumulare talmente tanto da potersi comprare i beni pubblici. Senza questo gioco di prestigio di indebitamento di interi continenti difficilmente riuscirebbero a mettere le mani su ciò che vogliono, e ciò che vogliono è TUTTO. Il capitalista “semplice”, per quanto ricco, non può comprarsi TUTTO. Neppure quando è anche sultano o presidente del Consiglio. Ma con la finanza si può: con la finanza possono investire su e poi comprarsi porti, fonti, risparmi accumulati per secoli, intere nazioni, interi continenti. Militant parlava di ridistribuzione della ricchezza: sono d’accordo. Ma dove sta la ricchezza? Non sta più solo nei patrimoni privati “semplici”, sta appunto in tutti quei termini tecnici che io non conosco, bond, swap, derivati e compagnia bella, ed essendo lì è da lì che va redistribuita. E nessun organo costituito sembra avere il potere di farlo, perché tutti gli organi sono in qualche modo territoriali, e la finanza è globale. Oggi Trichet, presidente uscente della BCE, ha appunto tuonato contro la timida proposta di tassare le transazioni finanziarie a livello europeo, perché i capitali fuggirebbero altrove. L’entrante Draghi gli ha già subito fatto eco. I soldi stanno lì e non c’è modo di riprenderseli, sarebbe già qualcosa trovare un modo, pacifico o no, di smettere di pagarci gli interessi sopra.

    Insomma i buoi sono scappati, e stanno sparpagliati bene. Sono d’accordo che l’obiettivo non dev’essere la riforma della finanza, anzi per me l’obiettivo resta proprio il bersaglio grosso. Ma non illudiamoci che la facciano loro, la riforma. Temo che non la farebbero nemmeno se ne andasse della sopravvivenza stessa del sistema capitalista.

  176. @uomoinpolvere l’asset stripping da noi l’hanno gia’ fatto con le *privatizzazioni alla matriciana* degli anni 90 l’imprenditoria italiana ha rilevato le aziende statali e ne ha fatto dei monopoli privati. Ha fatto di peggio solo la russia.
    il sistema bancario islandese ha fatto come maddof, ha solato i clienti inglesi e olandesi con rendimenti garantiti falsi sui depositi , il referendum ha bloccato una legge con la quale gli islandesi dovevano risarcire i clienti inglesi dalle sole ricevute dalle banche islandesi. La storia greca e’ diametralmente opposta.
    @ collettivo militant sinceramente stento a capire la vostra linea teorica di concentrare tutti gli sforzi solo sul problema ab origine.
    Il dispositivo finanza pubblica nasce come grande equalizzatore sociale e come contrappeso delle distorsioni capitalistiche, la sua linea di soggettivizzazione odierna l’ ha trasformato in uno strumento di speculazione x il capitale e crea sperequazione e poverta’. Se la grecia deve vendere il porto di Atene ai cinesi per pagare il debito e’ come l’agricoltore che deve dare la sua terra allo strozzino per ripagare il debito.
    L’ingiustizia mi sembra che sia sufficiente per analizzare gli strumenti, le narrazioni tossiche e le armi che la permettono.
    @wuming1 penso che il lavoro che fate sia quasi disumano, aggiornare questo blog cosi’ ricco di spunti, scrivere romanzi e che romanzi.. e poi tradurre pure i romanzi degli altri. create plusvalore umano !

  177. a proposito di rete, immaterialita’, ecc.

    la questione delle “terre rare”:

    http://www.repubblica.it/ambiente/2011/07/01/news/web_oro-18480870/?ref=HREC1-11

  178. @ uomoinpolvere

    Neanche io la capisco quella “magia”. :P

  179. non oso avventurarmi su sentieri che pratico poco, ma trovo – nella prospettiva di @Collettivo Militant – una chiave di lettura che non è esclusivamente teorica, e che quindi rende feconda l’interpretazione.
    Mi sono arrotolata, provo a mettere di seguito quello che ho pensato leggendovi. Credo che concentrare tutte le attenzioni sul lato finanziario, cercare lì l’origine e la fine “dei guai” renda assai complicato individuare delle prassi che tutti noi, tutti insieme, possiamo attuare.
    Individuare nella finanza i problemi da risolvere significa trovarsi costretti a chiedere a un gruppo ristretto di persone (a quello stesso gruppo ristretto che li ha creati) di affrontarli. In questo senso, come si diceva, il capitalismo non vede l’ora che accada, avendo già in sé la ‘soluzione’ ai problemi che esso stesso pone. Una soluzione “buona e giusta” (e se questa roba tra virgolette vi evoca riti e incensi… meglio! Non vi preoccupate, ci dicono i maghi della finanza, ora a voi ci pensiamo noi… state tranquilli… vendiamo di qua, vendiamo di là… tranquilli… Queste le parole immutabili del rito. E con l’incenso ci stordiscono).
    Se diciamo che il problema è la finanza, chi è che può agire? Chi è che può fare qualcosa realmente? Quella élite che la controlla.
    E che decisioni prenderà quella élite?
    Per abbattere il capitalismo non dobbiamo seguirlo nel budello in cui ci spinge tutti. Bisogna star fuori. E cercare prassi che coinvolgano il maggior numero di persone. Che coinvolgano la vita e le scelte delle persone.
    Personalmente, vedo la necessità delle rivolte in piazza, delle proteste anche dure, lunghe, continue, ma sento la necessità anche di riprendere ad attuare forme “civiche” di vivere il quartiere, la città, il mondo in cui siamo (per questo mi piace l’invito iniziale di @Luca ai ventimila volontari!)

  180. @danae
    Per me il problema è sempre lo stesso: la disuguaglianza e lo sfruttamento che ne deriva. La finanza è solo la faccia, la forma che agisce ora, della disuguaglianza. Sono d’accordo con te e con Militant sul fatto che non si può affidarsi a chi controlla questa forma perché trovi delle “soluzioni”. Sono però in disaccordo sul fatto che abbiano delle soluzioni “buone e giuste”: non le hanno. Proprio perché non le hanno, hanno creato la “crisi” in cui siamo: per prendersi le risorse, i beni comuni, per avere in mano tutti i beni *reali*: le materie prime, le fonti d’acqua, i terreni, i valori artistici, i luoghi fisici dove avvengono i commerci, *tutto*. Siamo a uno dei climax del capitalismo: non c’è più una parte di globo pre-capitalista, e il capitalismo non tollera i climax, deve continuare a conquistare, ad accumulare. E allora conquista e accumula ciò che resta: tutti i beni comuni rimasti. Per farlo ha bisogno della finanza. Non si tratta perciò di supplicare i lupi di fare le riforme, ma difendere appunto ciò che resta: le proprietà rimaste comuni; e di rimettere in comune, riprendendosele con la forza, le risorse privatizzate. Per fare questo c’è bisogno di lotta dura, lunga, continua, partecipata, popolare. Ma c’è anche bisogno di lotta dura contro la finanza, e IMHO non è vero che gli unici che possono far qualcosa sono quell’élite che la controlla. Anche i cittadini possono, e secondo me devono, organizzarsi, riprendere la propria sovranità, rifare le istituzioni, negarsi ai diktat, non pagare più il debito, disconoscere gli organismi fasulli a supposto “controllo” della finanza come l’FMI e la BCE, crearne di nuovi.

    Quando faccio benzina, compro il pane, le sigarette, il vino, pago delle tasse (che tra l’altro stanno per aumentare); con queste tasse il governo paga se stesso, paga lo stato sociale (quello che ne rimane) e sempre più paga gli interessi del debito pubblico e alimenta la finanza, alimenta il capitale, che s’ingrandisce fino a comprarsi tutti i beni pubblici. I cittadini devono difendere i beni pubblici, sia fisicamente opponendosi all’esproprio, sia smettendo di alimentare i capitali privati. Per farlo devono riformare i governi, le costituzioni, le istituzioni: non certo supplicando Draghi. E per riformare ci vuole la forza, ovviamente, e la forza viene dalla lotta.

    As usual, chiedo venia se ho ciccato in pieno.

  181. @uomoinpolvere,
    evidentemente, la soluzione è “buona e giusta” vista dalla prospettiva dell’élite! (la mia parentesi forse era troppo oscura…)
    Non intendevo dire che dobbiamo supplicare i lupi di fare le riforme (sarebbe come buttarsi volontariamente nelle loro fauci), ma che se vediamo solo nella finanza i problemi ci ficchiamo in un vicolo cieco, perché la finanza funziona secondo meccanismi difficili da spiegare alle persone, che quindi fanno fatica a lasciarsi coinvolgere.
    Ripeto: su questi temi mi trovo a balbettare, dal punto di vista della teoria. La pratica, però, mi coinvolge tutti i giorni, tutti i momenti, non solo personalmente. Come ho raccontato altre volte, dove lavoro io (casa editrice medio-piccola che da una gestione diciamo “familiare”, paternalistica, si ritrova a fare i conti ora con il mercato e non ce la fa, e non si riesce a trovare il bandolo della matassa, anche perché i sindacati da quelle parti non ci sono mai stati…) si avverte il bisogno di unirsi tra lavoratori per ottenere più diritti, ma quando cominci a dire “manca il piano industriale”, “bisogna che la direzione ci faccia conoscere i dati del bilancio”, i più si allontanano, si disinteressano, non “capiscono”.
    Cioè, se imposti la lotta solo sul piano finanziario ed economico non riesci a individuare una prassi condivisa e propositiva, da affiancare alla lotta.
    Per come la vedo, solo proponendo e cominciando ad attuare “un altro modo”, se ne esce…
    Ad esempio: la benzina aumenta. Ce la facciamo a coinvolgere le persone a imparare nuovi modi di spostarsi che non richiedano il costante uso di macchine e motorini, anche per fare 10 metri?
    Ad esempio: le banche ti fregano, ti imbrogliano, investono in armi. Ce la facciamo a coinvolgere le persone a trovare strade alternative al “materasso della nonna”, come l’esperienza della Banca Etica?
    Ad esempio: i cumuli di rifiuti. Certo, gli amministratori comunali devono fare in modo che vengano smaltiti. Ma ce la facciamo coinvolgere le persone in una gestione “accorta” dei propri scarti? Abbiamo bisogno di una legge per limitare l’uso dei sacchetti di plastica?
    Lungi da me fare del moralismo o della faciloneria!
    Ma sempre più mi convinco che solo comportamenti “civicamente virtuosi” possono farci uscire dall’impasse…

    Per il resto, sulla lotta siamo d’accordo!

  182. @danae

    avevo capito come intendevi quel “buona e giusta”, e quindi ribadisco: secondo me non ce l’hanno! non hanno alcun tipo di “soluzione” al “problema” finanza! Perché la finanza non è per loro un “problema”, la finanza, per come la vedo io, è appunto LA soluzione che il capitale ha per prendersi *tutto* o, in altri termini, per continuare a esistere ancora un po’, o forse, in altri termini ancora, per finire *male*, per diventare una specie di nazifeudalesimo globale, con tutte i beni reali e tutto il potere reale in mano a pochissimi privati, e gli stati e i governi “democratici” spogliati di ogni risorsa e di ogni vera funzione che non sia *obbedire al capitale*.

    Detto questo sono d’accordo con te che bisogna trovare prassi accessibili e discorsi che non allontanino i cittadini! Ma IMHO bisogna anche cercare di capire i mezzi con cui agisce il capitale, e cercare di esplicitarli, e diffonderne la conoscenza. In Grecia stanno lottando per la finanziaria e i tagli, stanno lottando fisicamente e duramente, le persone *hanno capito* che cosa vuol dire debito pubblico, che cosa vuol dire finanza. Perché da noi non dovrebbero capirlo? Perché dobbiamo farci asfaltare così? La finanza non è solo economia: è ormai una religione. I suoi dogmi vanno fatti a pezzi, rigirati, analizzati. Le prassi condivise, l’attuazione di “un altro modo” (negli spazi che il capitale ti lascia usare o che puoi riprenderti) mi trovano d’accordissimo ma bisogna secondo me anche agire sul livello della conoscenza condivisa, delle istituzioni, della rappresentanza politica: insomma a tutti i livelli! Ci vogliono le pratiche dal basso e le narrazioni accessibili a tutti, e ci vogliono anche le alternative politiche articolate e “di governo”.

  183. Volevo ribadire il concetto che io non credo che regolamentare la finanza significhi risolvere i problemi; io non credo e non ho scritto che ci si debba affidare al mondo della finanza per risolvere la finanza. :)
    Regolamentare la finanza significa regolamentare la finanza. Fine.

    La finanza è imho il protagonista assoluto; la strada scelta *ora* dal capitale; una delle ultime trovate per accumulare plusvalori pazzeschi.

    Parlare di elite è imho un po’ fuorviante. Le elite ci sono nella finanza, chiaramente; ma ogni volta che uno di noi usa una carta di credito, prende un prestito in banca, beh, sta partecipando al sistema finanziario. C’è un mare di gente che non fa parte di questa elite, ma ne usa gli strumenti.
    Le elite ci sono anche nell’economica classica, cioè, l’elite composta da chi detiene i mezzi di produzione. Idem qui: c’è un mare di gente che non fa parte di questa elite. Tra l’altro: chi possiede i mezzi di produzione? Non saranno mica gli stessi che fanno parte dell’elite finanziaria?

    Voglio quindi dire che imho ha poco senso dire che non bisogna concentrarsi sulla finanza perché sarebbe un discorso che importa solo un elite. E tutte le persone che hanno dovuto rimetterci in servizio dopo l’imperativo “salvate le banche” (cfr. Zizek da me citato sopra)? Queste se ne fregano dell’elite.

    Quindi, la concentrazione sull’aspetto finanziario ed economico classico deve essere identica, perlomeno in questo momento storico. Non credo che la finanza abbia un ruolo più importante all’economia classica, ma *ora* sono allo stesso livello.

    Di prassi possibili, ce ne sono sicuramente anche nell’ambito finanziario, dato che gli strumenti della finanza sono usati da molti di noi; anche non appartenenti all’elite. Quando Danae parla di Banca Etica, io vedo una prassi per attaccare la finanza.

    Le lotte che sono nate nel capitalismo non hanno mai portato alla sua fine. Le lotte per ridurre la giornata lavorativa e per togliere i bambini della catene (di cui parla Marx nel Capitale) sono servite a sviluppare nuovi strumenti di sfruttamento, a dare nuove idee al capitale. La lotta alla finanza servirà a produrre nuovi strumenti di sfruttamento, se fine a se stessa.

    Bisogna essere strabici, come qualcuno se non sbaglio Luca ha detto; vedere tutti gli aspetti.

    Poi, boh, secondo me a volte si rischia di feticizzare questo capitalismo, questi capitalisti che creano problemi, hanno soluzioni e aspettano di usarle o meno, a loro piacimento. Secondo me, eliminando un po’ di paranoia a rasoiate, esiste un sistema economico basato su contraddizioni, soggetto a crisi periodiche, esistono i protagonisti di questo sistema che vogliono accumulare più profitto possibile, e quindi cercano di trovare la loro strada nelle difficoltà che si pongono davanti di volta in volta. Queste strade che trovano hanno spesso due facce, una “buona” e una “cattiva”.

    Ciao

  184. Grazie a “Collettivo Militant” per il link che ha messo al mio blog. Anche io concordo che la causa prima della crisi non e’ finanziaria ma economica in senso strutturale. Ma non la vedo nell’impoverimento della popolazione.
    Se guardiamo al mondo intero, le condizioni materiali (cioe’ la capacita’ di consumo di beni materiali e servizi) della maggior parte delle persone stanno aumentando in modo vertiginoso, ed e’ probabile che continueranno a farlo nei prossimi anni (si’ c’e’ il problema della bolla cinese, che, se e quando esplodera’, fara’ un bel botto; ma, anche li’ sara’ una interruzione temporanea).

    Se guardiamo al mondo “occidentale”, ci sono alcune simiglianze tra le varie nazioni, ma anche differenze. La situazione italiana e’ particolare.

    Nel post del mio blog mostro come i dati Istat ci dicono che il complesso dei beni e servizi consumati in Italia negli ultimi anni e’ rimasto costante. Questo potrebbe derivare dal fatto che si e’ raggiunto una sorta di “tetto” dei consumi, e non indica in se’ generale impoverimento della popolazione.

    Data una situazione di consumi costanti, per mostrare che c’e’ stato effettivo impoverimento bisogna avere un indicatore di disuguaglianza dei consumi, e mostrare che questa disuguaglianza e’ aumentata negli ultimi anni. Ora questo indicatore non ce l’ho, e magari in giro e’ anche possibile trovarlo (anzi, certamente e’ possibile ricavarlo, lavorando direttamente sui dati elementari delle indagini sui consumi Istat).

    A, sulla causa della crisi, dimenticavo: stiamo assistendo, appunto, a quel vertiginoso aumento di ricchezza materiale di miliardi di persone nel mondo. E’ ovvio che un po’ di ripercussioni sulla ricchezza di noi “vecchi” europei, e soprattutto italiani, ci deve essere (intendo: le strutture produttive richiedono tempo ad adattarsi ai mutati contesti esterni).

  185. Sto notando una cosa rispetto all’emergenza rifiuti a Napoli, mi pare che la si stia buttando molto sul fattore pseudo-razzista e antropologico da strapazzo. In sostanza si sta dicendo (anche da parte di ministri del governo italiano…) “ma alla fine i napoletani non riescono a fare la differenziata” (eh certo, separare i rifiuti in bidoni colorati è cosa difficile, forse ci riescono solo le razze celtiche), “è colpa della camorra napoletana” ecc. Mi sembra invece palese che la crisi dei rifiuti sia un’emergenza globale, che ha conivolto, coinvolge e coinvolgerà diverse città e regioni di tutto il paese. Basta vedere quello che succede adesso in Sicilia o a Roma e nel Lazio, basta vedere la questione dei rifiuti tossici in Veneto.

  186. Mi piacerebbe molto chiedere a Danae e a luca [ma anche, se non sbaglio, ad adriana] quali sono le sue idee e gli spunti che quotidianamente le/gli vengono offerti per costituire questa spinta dal “basso”, e quali potrebbero essere le condizioni in cui questo spirito di aggregazione si manifesta.

    Ritengo fondamentale sottolineare questo aspetto, perchè altrimenti un qualunque ragionamento sulla struttura economica perde di significato -a meno che Draghi e Warren Buffett non siano degli assidui frequentatori del sito, in mancanza di un’azione sociale dal basso, parlare di come viene ingabbiata l’economia, o più in generale la società, può certamente aiutare a sfogarsi, ma difficilmente può produrre qualcosa di concreto oltre alle informazioni-. Inoltre, sebbene la fame, o la perdita di alcuni privilegi ritenuti “fondamentali”, produca comunque le azioni di massa, è la condivisione quotidiana -fosse anche soltanto di una Idea- che produce i “club”*. Che sono i veri utilizzatori delle informazioni.

    *mi perdonino gli storici, ho usato il termine club in riferimento a quelli francesi, ma il mio è un riferimento grossolano, utile soltanto per far comprendere a spanne il concetto. Nessuna analogia profonda.

  187. @ cammello,
    bè, ho più domande che risposte… :-)
    quello che succede in Val di Susa è un pezzetto di risposta che ho (persone di tutti i tipi sentono che una cosa così idiota come la TAV li riguarda, e vanno a presidiare, a lottare).
    Credo che le risposte siano mille, e che se le conoscessimo già tutte, ora, gran parte delle nostre riflessioni perderebbero di senso. Sono pezzetti da mettere insieme, un senso maggiore della “responsabilità” che abbiamo nei confronti delle persone, degli esseri viventi, delle cose, dell’ambiente che ci circonda.
    Si tratta di imparare (nuovamente?) a vivere nella collettività, con prassi da inventare ogni giorno…

  188. Basta mi arrendo!
    E’ il mio primo post anche se sono anni che vi leggo online e on_paper.
    Il pezzo di Luca era d’ispirazione ma sono stato risucchiato dalle polemiche tra signoraggio, Grillo e “volevo essere un intellettuale”…. Ossia il manifesto del signor Binaghi.

    Cercando di seguire un po’ i loro discorsi, visto che la fanno da protagonisti nel thread, si nota una sorta di escalation nella ricercatezza (si fa veramente per dire) del linguaggio del Binaghi che, pur essendo partito con un commento democristiano, vistosi rispondere peggio di quanto sperasse, tira su il bavero e addirittura ci spiega, bontà sua, qualche nozione di filosofia da ginnasio.

    Poi mi sono un po’ perso tra signoraggio e caseleggio, greggi e grilli.

    Sara’ per la prossima!

  189. e mentre tutta l’attenzione e’ giustamente rivolta alla val di susa continua l’avanzata dei tecnocrati per *risolvere* il problema della finanza pubblica in giro x l’europa. In grecia le banche francesi propongono il roll-over del debito greco in scadenza che da un lato permetterebbe alla grecia di non pagare il suo debito fino al 2014 ma dall’altra la indebiterebbe all’ 8% per i prossimi 30 anni, ora come puo’ ripagare un debito all’8% un paese che non cresce e dove i tassi di mercato sono al 2% ?? riducendo in schiavitu’ i cittadini e peggiorando le condizioni di vita e di lavoro di *quasi tutti*. Qui c’e’ il collegamento tra finanza e rapporti capitale/lavoro, piu’ la finanza pubblica e’ in crisi piu’ il capitale e’ preponderante sul lavoro. Capitolo italia: a parte i soliti blitz per inserire norme imbarazzanti, c’e’ l’imposta regressiva sui titoli di stato che e’ un capolavoro, se hai 20 mila euro di bot vieni massacrato da una nuova imposta e se ne hai 10 milioni non cambia praticamente nulla. Scusate i pipponi di finanza, che di sicuro non sono affascinanti, ma provo a dare un contributo su una materia troppo spesso raccontata in modo distorto.

  190. Dunque, compadres, in pratica ci siamo.
    E’ il vecchio adagio bukowskiano: -Come ti sei ridotto così?-
    -Prima poco alla volta. Poi di colpo.-
    Ecco, a occhio e croce, siamo giunti al di colpo.
    Il governo più debole della storia della repubblica da oggi dovrebbe affrontare la più grossa tempesta economica che abbia mai investito il paese da cento anni in qua.
    Da oggi siamo preda di raid economico-finanziari di ogni tipo, e se pensiamo di averne già viste molte, credo che rimarremo sorpresi un bel po’. Da stamattina gli interessi sul debito-italia hanno preso a salire vertiginosamente, dopo aver raggiunto ieri i massimi, e mi sa che questo è proprio l’inizio del crack. Quello vero.
    Le conseguenze sulle persone credo che facciamo fatica anche a immaginarcele.
    Penso che una cosa potrà aiutarci. Il fatto che molte persone lo avevano capito da tempo. Che si andava a sbattere. Ed eccoci.
    Siamo con il culo scoperto come non lo siamo mai stati e mancano pochi giorni alla fuga di massa dei più vergognosi governanti dell’occidente contemporaneo.
    Per me il governo non passa luglio. E’ arrivato il momento dei tecnici, della macelleria. Del direttorio Napolitano.
    Compagni, serviranno grandi sforzi, grande forza, enorme fantasia. E un mare di gente.
    La nuova capitale della grecia oggi è roma.
    Bisognerà fare nostro, tutti, lo slogan dei resistenti della Val Susa.
    Sarà dura.
    Il meteorologo consiglia: mettetevi il tight, indossate le scarpe di Fred Astaire. Si balla.
    L.

  191. Finalmente riesco a rispondere!

    Chiedo perdono se sono piuttosto “fuori tempo massimo”, ma preferisco esporre qui le mie considerazioni, ai margini della grande discussione generata dal post di luca, per dare un senso di continuità a quanto avevamo intravisto settimana scorsa.
    Inoltre, prima di cominciare, ci tengo già a dichiarare che non dirò nulla di nuovo, ma mi limiterò a fare un sunto di alcuni aspetti e ne espliciterò altri che, in questo caso, non sono ancora emersi.

    Personalmente non ho molto da dire sulla situazione economica [brianzolo figlio degli anni ’90, sono nato sentendo parlare di crisi, e sebbene non veda minimamente dove stiamo andando a parare, mi è sempre parso che in qualche modo saremmo dovuti finire così], se non che sono preoccupato per ciò che non succederà.
    In tutti i momenti di crisi si liberano le energie positive e negative che si erano precedentemente accumulate, e queste vanno a forgiare il nuovo stato delle cose finchè le dinamiche interne non porterano a una nuova situazione di “crisi”. A spanne mi pare che il divenire funzioni più o meno così.
    Ora, mi pare che nel nostro contesto le energie positive siano piuttosto scarne:
    a) Stiamo sprofondando in un baratro del quale, secondo definizione, nessuno sa nulla [o quasi].
    Bisogna essere saldi, avere piena fiducia su ogni fronte di chi abbiamo accanto, e avere una mente lucida per poter leggere i segni e agire di conseguenza. In teoria, in una situazione del genere il rischio principale è quello di frazionarsi su ogni singolo problema contingente, oppure di fare discorsi totalmente avulsi dalle contingenze [e, pertanto, slegati in ogni modo dalla realtà]. A ciò, che è comune a tutte le elité intellettuali di ogni epoca però va aggiunta la nostra peculiarità.
    b) Stiamo constatando [TUTTI] come la forma mentis della nostra epoca sia inadatta ad affrontare le difficoltà che questo baratro ci pone innanzi. Non nel senso che essa ci ha dotato dei mezzi per affrontare il baratro che però richiedono il superamento stesso delle vecchie “abitudini”[sarebbe il naturale svolgimento delle cose], ma nel senso che il nostro contesto ci ha privato della forza e dei mezzi per poter affrontare un qualunque tipo di baratro.
    Atomizzati, uniformati, impigriti e bramosi: tutto insieme.
    Prima di poter almeno guardare in faccia il baratro dovremmo noi stessi ridurre ai minimi termini questi simpatici pregi. Tuttavia, “L’energia di attivazione” necessaria per farci abbandonare il trono del nostro piccolo impero, riconoscerci per quello che siamo e “legare” sinceramente con chi ci sta accanto è già di per sé mostruosa.

    Dunque la domanda è: come si può superare la “barrirera” di attivazione? Sicuramente non in modo meramente intellettuale, e neanche nella pura prassì scriteriata -leggasi come: manifestazioni di massa fine a se stesse. Il punto b esprime molto bene anche le “leve” su cui si possono stimolare le masse per dirigerle a risultati più o meno voluti.-
    Per quel poco che ho osservato io, mi sto accorgendo che una terza via è quella che mostra più risultati: è la via che parte con il focolare [gli affetti più cari, aggiungendo le amicizie strette], passa per ciò che ci sta accanto e si conclude proiettandosi al “domani”, quello dei [“figli”]. Non risolve le crisi e, una volta pronunciata, corre il rischio di essere fraintesa [a tal proprosito mi piacerebbe “rinforzarla” con chi è più esperto di me, per ridurre al minimo il rischio di fraintendimento], ma è l’unica in grado di superare il famigerato punto b, ed è sia il motore occulto della “fantasia” di Luca che del “re inventare” di Danae.
    Non sembra molto, ma altrimenti quei 15000 volontari per Napoli sarà molto difficile trovarli, la “società civile” è sempre più votata a scendere in piazza la domenica che mettersi in gioco -raggiungendo talvolta la farsa come recentemente successo per Milano-.
    Se tra di noi si riuscisse a creare quei “focolari”, che tra l’altro sono anche il luogo dell’Ascolto per eccellenza, allora si che ci sarebbero i margini per uscire dal baratro.

    ps: ho tralasciato di parlare su come formare i “focolari” perchè:
    1) mi si sta fondendo la testa e quindi potrei scrivere troppe boiate
    2) magari nel frattempo arrivano spunti
    3) ci sto ancora meditando sopra.
    Purtroppo ne consegue che il post sembri piuttosto “astratto”, me ne rendo conto. Cercherò di ovviare prossimamente…